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Cronache
Sanità, riciclaggio-controllo territorio: un business strategico per la mafia
Medicina

Riclaggio, controllo del territorio e posti di lavoro: la sanità è ancora il business strategico della mafia 

La criminalità organizzata ha un duplice interesse nella gestione dei servizi legati alla sanità. In primo luogo, c’è un interesse che deriva dall’enorme mole di denaro che ruota attorno a questi servizi e che può garantire, in quanto tale, lauti profitti alle cosche. Ma c’è anche, e soprattutto, un interesse dato dal fatto che l’investimento in sanità è un modo abbastanza agevole per riciclare i proventi di attività illecite (principalmente i ricavi del traffico di stupefacenti). Non va, infine, trascurato un importante aspetto sociale: la gestione di presìdi e servizi sanitari garantisce infatti alle mafie un più saldo controllo del territorio e può contribuire ad accrescere il loro prestigio e il consenso che riscuotono in parte della popolazione.

Le organizzazioni mafiose moderne si affidano a stuoli di avvocati e di consulenti finanziari e hanno maturato la capacità di sfruttare gli elementi di debolezza del sistema, primo tra tutti la poca trasparenza delle procedure di accreditamento delle strutture sanitarie private (cliniche, ambulatori, case di cura). Nella fattispecie, iter burocratici poco o male regolamentati non sono in grado, molto spesso, di prevenire i fenomeni di infiltrazione mafiosa, e questo fino al punto, talvolta, di generare vere e proprie zone d’ombra in cui appare eccessiva la discrezionalità politica nella scelta degli enti privati da accreditare.

Un discorso analogo concerne il tema delle esternalizzazioni. Le cosche hanno spesso il pieno controllo di attività come lo smaltimento dei rifiuti ospedalieri, la lavanderia, l’erogazione dei pasti, le pulizie e la vigilanza, ossia tutti quei servizi funzionali e indispensabili all’erogazione dei servizi sanitari ma che, non costituendo prestazione sanitaria, vengono appaltati tramite procedure meno rigorose e con più scarsa vigilanza. A titolo esemplificativo si può considerare la vicenda, risalente al 2015, dell’assegnazione dei servizi di gestione della “camera mortuaria” dell'Azienda Ospedaliera Sant'Andrea di Roma, che ha visto coinvolto anche Egisto Bianconi, Direttore Generale dell’AO.

Come riportato alla pubblicazione di settore, Quotidiano Sanità, “attraverso alcuni complici (tra cui la moglie), il boss Guerino Primavera aveva fatto da intermediario e garante per un titolare di una ditta di pompe funebri, avvicinando il direttore generale dell’azienda ospedaliera (con cui il titolare della ditta aveva stretto accordi corruttivi) nonché il responsabile unico del procedimento e presidente della commissione di gara. In cambio dell’aggiudicazione, il titolare della ditta aveva promesso a Guerino Primavera l’assunzione della moglie, versando un corrispettivo mensile, a fronte di una fittizia prestazione di lavoro”1.

Non si deve tuttavia credere che la sanità pubblica sia al riparo dal rischio mafioso. Anche qui, infatti, le mafie hanno dimostrato una consistente capacità di penetrazione. Un caso emblematico, per rimanere in area lombarda, è ad esempio quello dell’ex direttore della Asl di Pavia, Carlo Chiriaco, condannato definitivamente a 12 anni di carcere per aver favorito la ‘ndrangheta truccando “la gara d'appalto per l'affidamento di servizi infermieristici, presso la casa di reclusione di Opera, da parte dell'ospedale San Paolo, indetta nel giugno del 2009”. L'operazione venne fermata, a suo tempo, grazie all’avvio dell'inchiesta 'Infinito', che “il 13 luglio 2010 portò a oltre 300 arresti tra Milano e Reggio Calabria”.

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