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Culture
Giorgio Galli: una mente libera. Ecco l'intervista concessa più di un anno fa

 

Con la consueta gentilezza, lo sguardo vivace, il sorriso pieno di una preziosa tenerezza, l’amico Giorgio mi ricevette sulla porta della sua casa milanese. Era il 7 novembre del 2019. Ci accomodammo sui divani in salotto. E lì registrai questo dialogo che solo ora, con colpevole ritardo, vede la luce. Travolta dalle mille complicazioni che l’annus horribilis 2020 ha recato con sé, non ero mai riuscita a “sbobinare” il nastro della nostra conversazione. Serberò dunque in me il rimpianto di non aver terminato questo articolo in tempo utile, quando Giorgio avrebbe ancora potuto leggerlo. Procrastinare i propri impegni comporta talvolta simili condanne. Rimediare è impossibile. Ma almeno, adesso, le parole di Galli arriveranno in dono al lettore, simili a un messaggio nella bottiglia. Un po’ come ridare voce a quel suo pensiero vibrante e al fiuto da decective, che gli consentivano di scovare il mistero e intessere arazzi di senso, così da mettere in luce le pieghe nascoste dell’essere umano e il complesso intreccio degli eventi. Per qualche minuto potremo quindi svagarci con discorsi di un’epoca in cui non si pensava esclusivamente al covid. Sebbene d’altronde mi spiaccia non aver aggiornato il presente testo con l’opinione di Giorgio sulla follia, l’angoscia e l’orrore in cui siamo oggi precipitati.

 

Mi hai confidato che da bambino, in casa, i tuoi genitori ti proibivano di

parlare in dialetto milanese. Tu lo comprendevi ugualmente?

Si.

 

In che misura la tua estrazione famigliare e sociale ha condizionato la tua formazione?

Sono vissuto in una casa popolare a Porta Ticinese, in un quartiere intitolato a Filippo Corridoni, costruito nei primi anni Trenta. Una circostanza che ha inciso fortemente sullo sviluppo della mia personalità: sin da subito mi sono sentito dalla parte dei non privilegiati. L’estrazione familiare e sociale è decisiva per costruirsi una propria opinione. Nasci in una certa famiglia, in un determinato stato sociale, poi però vieni anche orientato dalle letture.

 

Quanti anni avevi quando hai iniziato ad amare i libri?
Pochi, sette/otto, ero piccolo. Mi ricordo nel 1937, a 9 anni, il primo numero de L’Avventuroso, con Gordon che sbarcò sul Pianeta Mondo. Da ragazzino ho letto quasi tutto Salgari e quasi tutto Verne, poi sono passato a letture più severe.

È stata precoce la tua vocazione per la storia?
Sì, era la materia che preferivo sin dalle elementari.

Per le tue ricerche attingi a fonti dirette?

Di rado ho utilizzato fonti dirette. Una scelta che il mondo accademico mi ha spesso rimproverato. Gli archivi contengono materiale conservato prevalentemente dai vincitori. La documentazione degli sconfitti è stata distrutta, a partire dal Cristianesimo. Gli eretici e gli gnostici, ad esempio, li conosciamo soltanto per come ce li hanno dipinti i Padri della Chiesa. Quindi le fonti dirette mi hanno lasciato sempre un po’ dubitoso. Perciò ho preferito ricorrere soprattutto ai libri.

Se la storia è sempre scritta dai vincitori, come si può considerarla una scienza?

Si potrebbe affermare che la mia sia una formazione libresca. Eppure credo ugualmente che la storia si possa considerare scienza nel senso che, anche se attinge a fonti indirette, libresche, cerca di utilizzarle al meglio, con il massimo di oggettività. In Germania, nell’Ottocento, con Humboldt e Meineke, si è attribuito alla storia il carattere di scienza. Di recente il presidente dell’Associazione Storica Americana, Barbara Metcalf, ha coniato invece il termine “mito-storia”, nella convinzione che la storia non sia mai completamente separata dal mito e che dunque si debba sempre intenderla come “mito-storia”. In effetti mi sento più vicino a questa interpretazione innovativa: la storia non può mai essere del tutto svincolata dal mito e, al tempo stesso, è anche scienza, nella misura in cui cerca di prendere le distanze da esso.

Potresti raccontarci un episodio della tua esperienza da docente?

Nel 1971 cominciai a insegnare all’Università di Milano, uno dei centri della cosiddetta “contestazione”, e mi sarei aspettato studenti molto ribelli, spavaldi. Invece, come ai vecchi tempi, erano ancora stranamente spaventati dall’esame e, stranamente, erano più sicure di sé le donne rispetto ai ragazzi. Ciò mi stupì moltissimo.

Quanti libri hai pubblicato?

Un centinaio.


Nel considerare tematiche e periodi storici di tuo interesse, si potrebbe ipotizzare che tu sia passato Trockij da a Hitler.

Ti racconto come andò. A 10-11 anni avevo un compagno di scuola che supponevo fosse piuttosto fascista. Mi propose di andare a un campeggio della G.I.L (Gioventù Italiana del Littorio), poi invece mi confessò che la sua era una famiglia comunista. Mi confidò di aver sempre letto Marx e mi prestò una Storia del partito comunista. Mi sembrò assurda: come poteva Stalin sostenere che i migliori compagni di Lenin si fossero in seguito trasformati in spie al servizio di Hitler? Allora, per chiarirmi le idee, cominciai a leggere la prima storia russa autonoma, quella di Chamberlain, storico inglese, e poi quella di Trockij. Tuttavia Trockij non mi ha del tutto convinto.
Nell’immediato dopoguerra mi aveva viceversa molto colpito Hitler mi ha detto, di Hermann Raushning. Pubblicato in Francia, era un testo di propaganda che presentava Hitler sotto una luce demoniaca. Al contrario, vi trovai un qualcosa di molto singolare e lontano dalla versione storica ufficiale come era stata confezionata sia durante che dopo il fascismo. Fu allora che mi accostai a Il mattino dei Maghi di Pauwels. Attraverso Rauschning e Pauwels iniziai così a farmi un’idea di quale fosse l’humus culturale di Hitler e del Nazional-socialismo. Il libro su Stalin mi ha portato a Trotskij e quello di Raushning mi ha condotto a Hitler.

 

L’esoterismo ha accompagnato tutta la storia dell’umanità. Lo consideri un’alternativa al sapere classico?

Sì, l’esoterismo ha accompagnato tutta la storia dell’umanità. E costituisce certamente un’alternativa al sapere classico. Il sistema occulto di James Webb è un testo sacro dell’esoterismo. Il primo capitolo si intitola “Fuga dalla ragione”. In genere l’esoterismo viene giudicato irrazionale. Per me si tratta di una definizione impropria. L’esoterismo non rappresenta infatti una fuga dalla ragione. È solo un modo differente di approcciare la realtà. Che non esclude la ragione. Anzi. Se ne avvale in larga misura. Gli scrittori esoterici non farneticano. Ma ragionano. E argomentano.


Quale legame corre tra esoterismo e nazismo?

Gli esoteristi più coerenti sostengono che il nazismo non è propriamente esoterico quanto piuttosto una deviazione negativa dall’esoterismo autentico. Un po’ come nelle diatribe tra marxisti, per stabilire chi fosse o meno il vero interprete di Marx.

 

Hai mai affrontato lo studio della Cabala?

No, ho solo letto alcuni saggi sull’argomento. Interessante tuttavia sottolineare che, nel Mein Kampf, Hitler ha dichiarato che la forza della razza ebraica si fonda su due fattori: la purezza del sangue; e la lettura esoterica della Cabala.

Quale evento segna la nascita del mondo moderno?

Il mondo moderno è nato dalla rivoluzione scientifica. Newton e Galileo sono stati i fondatori. In seguito si è approdati alla rivoluzione inglese, americana, francese e, come ultimo derivato, a quella russa.

 

A proposito delle recenti polemiche circa l’istituzione della Commissione Segre, mi tornano in mente alcune affermazioni di grande coraggio intellettuale, scritte da Luciano Bianciardi: “Ogni censura è miope e stupida. (....) il ricorso alla censura è un sintomo  di insicurezza da parte dell’autorità che vi ricorre. (... ) Le parole, quando non ledano l’onorabilità dei privati, non dovrebbero fare mai paura, e soltanto una società malata di fobie può inserire nei propri codici i reati di opinione.

Quale il tuo giudizio sul legame tra potere e censura?

La penso come lui, sono perfettamente d’accordo con Luciano Bianciardi, che peraltro ho conosciuto, grande personaggio... In molti del resto avevano preso posizione contro l’ipotesi di varare in Italia una legge, sul modello francese e tedesco, che vietasse di studiare scientificamente la storia dei lager, dando per scontato che vi sia solo una versione…

Se non avessero paura della verità, che bisogno avrebbero di imbavagliare l’indagine storica?
Hai ragione, Lidia, tant’è vero che anche molti storici di sinistra hanno preso posizione contro questa legge.


Con riferimento a Il tramonto dell’Occidente di Spengler, ritieni che anche l’imperialismo americano sarà condannato al declino, collasserà su sé stesso?
Molti studiosi americani ritengono che l’impero nord-americano abbia raggiunto il suo apice e sia condannato al declino, come tutti gli imperi.

Quale futuro prevedi per lo Stato di Israele?
Il suo futuro può essere garantito solo sotto forma di fortezza assediata. Una fortezza assediata e tuttavia affrancata dalla fame e dalla carestia, dove anzi si vive bene e persino allegramente. Tel Aviv e Gerusalemme sono un fiorire di locali notturni. Militarmente, Israele ha un’indiscutibile superiorità su tutti i suoi possibili competitori. Quanto a lungo tale situazione potrà reggere, dipenderà poi da molti fattori diversi.


Le sorti di Israele dipenderanno anche dal potere delle lobby ebraiche statunitensi di influenzare la politica?
Esattamente, il bilancio israeliano è ancora costituito in larga misura da consistenti aiuti di ogni tipo, non solo militari, da parte degli Stati Uniti. E un impero americano al tramonto probabilmente è anche meno disposto a sostenere Israele. Comunque, secondo me, la fortezza assediata può reggere molto a lungo, anche perché è animata da una profonda convinzione, condivisa persino dagli ebrei più laici, che vi sia un legame particolare tra quell’area della Palestina e Dio, ovvero che sia stato proprio Dio a donare questa terra al popolo eletto. Gli inglesi avevano offerto l’Uganda, i nazional-socialisti pensavano al Madagascar, ma la risposta è sempre stata no, perché quella è la terra che Dio aveva dato loro e non era ammessa alcuna contrattazione.

Poesia e storia: un diverso sguardo sul mondo. Eppure entrambi questi approcci mirano a cogliere l’essenza dell’essere umano.
Ne convengo, forse perciò amo molto questa forma di espressione. E, come sai, ho così apprezzato la tua produzione da averti definito la poetessa dell’Antropocene.”

Come immagini il futuro remoto dell’Homo Sapiens? Prima o poi l’umanità sarà costretta a trasferirsi su un altro pianeta?

Esistono pianeti con caratteristiche molto simili a quelle della Terra ma sono troppo lontani. Non siamo ancora in condizioni di poterci trasferire lì. Bisognerebbe creare il teletrasporto. Ad ogni modo sembra che l’uomo sia destinato a estinguersi in tempi brevi.

 

 

 

A conclusione, Giorgio, ti leggerò un mio frammento neonato, dedicato appunto a questo tema. Per nutrire l’illusione di abbracciare insieme a te, con lo sguardo della fantasia e della scienza, la Storia che verrà dopo di noi.
Eccolo qui:

Conto alla rovescia
Non ci restano che pochi miliardi di anni
per traslocare su un altro pianeta,

prima che il Sole diventi un gigante rosso cento volte più grande di ora
tanto immenso da lambire lorbita terrestre

e così bollente che la nostra atmosfera si brucerebbe allistante

come un soufflé cotto al forno alla temperatura di oltre mille gradi.

Ma il problema nemmeno si porrà.

Eminenti scienziati ci rassicurano:

lumanità ha cinquanta probabilità su cento

di autodistruggersi entro un secolo.

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