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Culture
Richard Mosse: fotografo di migrazioni, conflitti e cambiamento climatico
09. Of Lilies and Remains, Congo serie INFRA
Richard Mosse Of Lilies and Remains, eastern Democratic Republic of Congo, 2012 * DZ Bank Art Collection

Teschio di una vittima del massacro perpetrato dalle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR) a Busurungi nel 2009. Il teschio è stato portato in segreto a Chambucha su richiesta dei parenti superstiti, in modo tale che potesse essere documentato senza che le FDLR mettessero in atto rappresaglie contro gli abitanti di Busurungi. Il fotografo lo ha collocato nell’erba bagnata vicino a un fiume e lo ha decorato con alcuni fiori, quasi fosse un memento mori.
 

Il critico d’arte David Levi Strauss nel suo saggio Perché crediamo alle immagini fotografiche da poco tradotto in italiano afferma: “La complessità e il fascino delle fotografie stanno proprio nei modi in cui riponiamo in loro la nostra fiducia. Credere a un’immagine non ha a che fare con l’oggetto che mostra, ma con noi stessi, con la nostra soggettività.”

E proprio di fronte al nostro percorso laterale di coscienza, di assestamento dell’io a fronte all’inverosimile dramma che altri io costruiscono quotidianamente nella biosfera, di adattamento al silenzio, all’indifferenza, alla pusillanimità, che si batte il 41enne Richard Mosse, fotografo documentarista concettuale irlandese. Lo fa con il diretto intento di far collidere, come afferma, «due mondi contrari: il potenziale dell’arte di rappresentare narrazioni così dolorose da esistere al di là del linguaggio e la capacità della fotografia di documentare tragedie specifiche e comunicarle al mondo».

16. Platon, Congo serie INFRA16. Platon, Congo serie INFRA
 

Questo doppio incontro-scontro tra fascino e (in)coscienza, tra arte e documento, ha segnato tutta la carriera di Mosse, cui la Fondazione MAST dedica la prima mostra antologica, non a caso titolata Displaced, per indicare la necessità dell’immagine, della rappresentazione di essere “fuori luogo” rispetto all’evento, di rendere conto delle circostanze, del contesto, di mettere ciò che precede e ciò che segue al centro della riflessione.

Mosse non cerca la classica immagine iconica, ma, forte anche di una formazione umanistica (si è laureato in letteratura inglese presso il King’s College di Londra, ha poi conseguito un master in studi culturali e un diploma post-laurea in belle arti, prima di ottenuere un MFA in fotografia), evita la supposta “oggettività” del mezzo, per immettere lo spettatore direttamente all’interno del mondo com’era prima e come è diventato dopo la catastrofe. Per spingerlo a vederla, a sentirla con la propria soggettività, obbligandolo a non essere più solo passivo fruitore, né a interpretarla in modo arbitrario o ideologico. 

14. Vintage Violence, Congo serie INFRA14. Vintage Violence, Congo serie INFRA
 

A Bologna sono presenti quasi 80 fotografie di grande formato, tratte dai suoi cicli più famosi, realizzati in Bosnia e Kosovo, nella Striscia di Gaza, lungo la frontiera tra Messico e Stati Uniti, caratterizzati dall’assenza quasi totale di figure umane, a documentare le zone di guerra dopo gli eventi. Cui si sommano gli scatti delle emozionanti serie più recenti.

Infra, ambientata in Congo, per la quale utilizza una pellicola da ricognizione militare sensibile ai raggi infrarossi, che rende la lussureggiante foresta pluviale uno splendido paesaggio surreale dai toni del rosso, in contrasto con la violenza degli “invisibili” ribelli, civili e militari, e la vita sempre in fuga di capanna in capanna della popolazione. (La videoinstallazione in sei parti The Enclave, realizzata per il Padiglione irlandese della Biennale di Venezia del 2013 e presente in mostra, ne è imponente corollario.)

13. Pool at Uday's Palace, Salah a Din Province, Iraq serie BREACH13. Pool at Uday's Palace, Salah a Din Province, Iraq serie BREACH
 

Heat Maps e l’installazione audiovisiva Incoming narrano le migrazioni e l’alternanza di compassione e rifiuto, con immagini straordinarie dei campi profughi greci (di quello dell’isola di Lesbo è il filmato proposto a diversi intervalli nei 16 schermi del video wall del 2017 Grid (Moria), visibile in mostra), libanesi, turchi e vari altri, riprese con un’altra camera militare, in grado di registrare le differenze di calore nell’intervallo degli infrarossi per individuare le figure umane fino a una distanza di trenta chilometri, anche di notte. La nitidezza del risultato è solo apparente: i dettagli sono aleatori, persone e oggetti sono solo tipologie.

In Ultra, con la tecnica della fluorescenza UV, Mosse sposta il suo interesse dai conflitti umani alle immagini di natura, descrivendo lo spettacolo della biodiversità con colori fluorescenti e scintillanti. Ultima, dello scorso anno, è la serie Tristes Tropiques, realizzata lungo il fronte di deforestazione dell’Amazzonia brasiliana per documentare con la precisione della tecnologia satellitare la drammatica distruzione di quell’ecosistema.

04. Mineral Ship, State of Para, Brazil serie TRISTES TROPIQUES04. Mineral Ship, State of Para, Brazil serie TRISTES TROPIQUES
 

 

Infine si può ammirare il video Quick del 2010, che ricostruisce la genesi della ricerca e della pratica artistica di Mosse. Che ci pone di fronte a un mazzo di fiori che dischiudono i loro petali al crepuscolo, mai all’alba. Petali bagnati dalla luce nera oppure luminosissima della cattiveria umana, irrorati fin dalle radici di intenzioni maligne, che ci pongono – magnetici, ipnotici – di fronte a quello stesso mare magnum di negatività, fatto di migrazioni, conflitti e cambiamento climatico, in cui ciascuno di noi naviga.

01. Lost Fun Zone, Congo serie INFRA01. Lost Fun Zone, Congo serie INFRA
 

 

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