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Culture

di Fabio Isman

Artedossier

Cè un edificio, a Roma, davvero esemplare. Non soltanto per la sua bellezza e l’importanza di quanto contiene, ma anche perché racchiude e incarna una notevole quantità delle mille magagne che pervadono e affliggono i nostri beni culturali. È il palazzo del Commendatore (ampliamento cinquecentesco del complesso ospedaliero di Santo Spirito), ma i titoli onorifici repubblicani non c’entrano. Questo era l’appellativo di chi reggeva appunto l’ospedale di Santo Spirito in Sassia, il più antico della città: nato nel 727 come “schola” edificata da Ina, re dei Sassoni, per ricevere a Roma i pellegrini e nel 1198 trasformato in nosocomio da Innocenzo III dei conti di Segni. Se ne vede ancora il rifacimento di Sisto IV della Rovere (1471-1484); resta l’immensa Corsia sistina, con i suoi affreschi. Il palazzo, che è proprio dietro all’ospedale, risale a Pio V Ghislieri (1566-1572) e, pochi lo sanno, conserva bellezze assolute. L’appartamento storico del commendatore mostra i ritratti di chi ha ricoperto la carica, da Guido di Montpellier (1204-1208) in poi; preziosissima la biblioteca, lasciata nel 1711 da Giovanni Maria Lancisi, che era l’archiatra dei papi; e c’è pure un museo unico in Italia, quello dell’arte sanitaria: quadri, reperti, modellini e strumenti scientifici forse senza rivali.
Un ambiente del palazzo è affatto curioso: su una parete, un oblò inquadra il salone dell’ospedale, che si trova al piano inferiore. Perché da lì, attraverso quel pertugio, il commendatore controllava i dipendenti. Magari, standosense accanto a due meravigliosi globi, celeste e terrestre, di Vincenzo Coronelli, il cosmografo della Serenissima che per Luigi XIV, il re Sole, nel 1683 ne aveva costruiti due di quasi cinque metri di diametro, in grado di contenere trenta persone (si entrava da una porticina ben dissimulata): così progrediti, che, per farli girare, bastava spingere con un dito. La Biblioteca lancisiana, aperta dal 1714, ha ventimila volumi, con quattrocento manoscritti, sessanta incunaboli e duemila cinquecentine. Perfino gli scaffali si devono a Lancisi: fu lui a disegnarli. Nell’area dell’ospedale che risale al Seicento, il Museo storico nazionale dell’arte sanitaria: un unicum, un “hapax”. C’è dal 1933, erede di un precedente Museo anatomico che era in Vaticano: ha una decina di sale e collezioni assolutamente singolari. La cattedra da cui Lancisi insegnava; tavole e cere anatomiche; esempi di malformazioni genetiche; la ricostruzione di una farmacia del Seicento; i modellini degli ospedali del Santo Spirito e di San Giacomo in Augusta, detto degli Incurabili, approvato dal papa nell’Ottocento. E, ancora: un clistere in avorio del Seicento; farmacie portatili del secolo successivo; vasi di remoti scaffali; uno straordinario marchingegno del Settecento, con cui si fabbricava chinino. Perché Roma era una città di malaria: per questo i papi settecenteschi risiedevano in estate al Quirinale, un palazzo più “in collina” che San Pietro e il Laterano. E per questo i loro antichi predecessori erano usi assentarsi a lungo, nei mesi più caldi: arrivavano le zanzare, partiva il pontefice. Tra i diciannove del Duecento, undici trascorrono oltre la metà del mandato lontani dalla città, e alcuni, anzi, non arrivano nemmeno mai a Roma.
Insomma, questo edificio conserva un autentico ben di Dio, purtroppo assai poco conosciuto, tutto da ammirare. Ma qui finiscono le buone notizie, e cominciano quelle pessime. Perché forse mai un palazzo, da solo, è stato fino a tal punto e continua a essere lo specchio di tante magagne istituzionali: un’autentica assurdità racchiusa tra quattro mura, che paralizza anche la fruizione (bruttissimo termine, ma si dice così, no?) delle magnificenze che l’edificio contiene. La biblioteca è in restauro dal 2003, poiché ci pioveva dentro. Una sala di lettura è stata attrezzata, almeno per gli studiosi. Ma, come l’immobile, la biblioteca dipende da un’Asl: quella, potentissima, di Roma E. Famosa anche perché, tra corsi e ricorsi, è riuscita a possedere, nello stesso tempo, addirittura ben tre direttori generali. Chissà quale di loro lavorava accanto alla “galleria” dei commendatori che l’hanno preceduto nel comando dell’ospedale: perché l’ala storica degli appartamenti, ormai, sono i suoi uffici. I restauri, tuttavia, non procedono, ed è più che comprensibile: una Asl si deve occupare dei pazienti e non dei beni culturali, vero? Quindi non possiede i quattrini che servirebbero. Il guazzabuglio è completo: nel 1978, la legge sul Servizio sanitario nazionale aveva attribuito l’immobile al Comune, «e noi abbiamo fatto un incredibile lavoro per riordinare e catalogare tutto», ricorda l’archeologo Eugenio La Rocca, che allora era il sovraintendente ai Beni culturali della capitale. Un’altra norma del 1992 ha però ripristinato la gestione Asl.
Ma non basta. Il Museo dell’arte sanitaria fa capo a un’accademia che di esso (e forse basta) si occupa. Ha un consiglio di dodici accademici, tra cui il presidente, e undici «rappresentanti degli enti fondatori», che sono sei ministeri, la Croce rossa, due ordini devozionali, il Comune, la Asl. Risultato: il presidente vive in una città del Mezzogiorno e va a Roma due giorni alla settimana. Il curatore è di nomina ministeriale: lavora al Museo preistorico Pigorini, quasi dall’altra parte della città, ed è dipendente statale. Però il museo ha un direttore scientifico, che fa capo al Pigorini e quindi è dipenndente statale, ma è invece gestito, amministrativamente e per le visite, dal Comune, con altri istituti scientifici. E più che aperto, è chiuso. Il sito internet lo tace, «non è aggiornato», rispondono, (e uno come fa a sapere gli orari: lo chiede al netturbino quando passa sotto casa?), ma il museo è visitabile per due ore al giorno, tuttavia soltanto in quelli dispari della settimana: dalle 10 alle 12, ogni lunedì, mercoledì e venerdì. Se ne è informati se si telefona, però rigorosamente entro le 13. In più, ci sono le visite guidate: «Bisogna accordarsi su quando effettuarla: dal museo Pigorini viene apposta il conservatore, oppure la conduce la ex conservatrice, dipendente del Comune, ora in pensione». Vogliamo chiamarla, per caso, valorizzazione? Vogliamo parlare di semplificazioni burocratiche, per condurre al meglio un autentico piccolo tesoro, del tutto sconosciuto? Quello del palazzo del Commendatore è un fulgido esempio, da iscrivere “albo lapillo” tra le glorie assolute dei beni culturali italiani; è il capostipite della sezione “Complicazioni inutili di affari semplici”.

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