Inizierò a scrivere sull’Alitalia partendo dalla Fiat. Strada facendo capiremo il perché. La Fiat, ad inizio anni ottanta, con l’avvento di Cesare Romiti, come nuovo amministratore delegato, capisce la necessità di fare alleanze strategiche con altri gruppi automobilistici. Il nuovo Ceo ci prova in tutti i modi. Purtroppo fallendo miseramente ogni tentativo di alleanza.
Bisogna arrivare al primo giugno 2004, quando un consigliere di amministrazione che porta il nome di Sergio Marchione, viene promosso ad amministratore delegato. Dopo più di trenta anni di tentativi, nel 2014, finalmente si arriva alla conclusione di un progetto ben più ambizioso di una semplice alleanza. La fusione tra la Chrysler e la Fiat che vede la nascita di un nuovo colosso automobilistico che prende il nome di FCA.
Con la benedizione dell’allora presidente Usa Barack Obama. Erano maturi i tempi, o gli uomini (o l’uomo) erano diversi? Queste sono quelle domande cui non ci sarà mai (e forse non ci deve essere mai) una risposta. Non ci sarà mai la prova di nessuna idea che dia ragione a una o l’altra tesi. Ma a noi piace pensare che, come la storia ci ha sempre fatto vedere: una parte deriva dalla maturazione dei tempi, ma un’altra, più cospicua, dagli uomini.
Allora come mai che l’Alitalia, è dagli anni ottanta che anche lei cerca di instaurare alleanze o sinergie con altre compagnie aree. Arrivando, negli ultimi tempi, quasi a snaturare la sua italianità, in favore di pochi denari, che come abbiamo visto non sono stati sufficienti per salvarla. Ho smesso di pensare a quante volte la nostra compagnia di bandiera è stata sull’orlo del fallimento. Orlo?
O forse è meglio dire è fallita e lo stato è intervenuto per salvarla. Probabilmente con tutti i soldi spesi in fantomatici “salvataggi” avremmo comperato una compagnia aerea ex novo di primo ordine.
(Segue: le specificità di Alitalia)
*BRPAGE*
Siamo l’unica nazione del G8 (ma forse del G20) senza una compagnia aerea degna di questo nome e di bandiera. Questo avviene nonostante siamo, forse, la nazione al mondo che abbiamo avuto il maggior numero di emigranti.
L’ultimo presidente che ha tenuto in nero i conti Alitalia è stato Umberto Nordio, che finisce il suo incarico nel 1988. Da quel momento il buio. Anzi il rosso (quello dei conti di bilancio). Nordio veniva dal mondo della navigazione. Non era un politico, o quanto meno, non solo un politico. Era un manager, che sapeva che cosa faceva e che cosa voleva dire gestire una compagnia aerea. In una compagnia aerea non ci si improvvisa manager.
Bisogna crescere dentro. Ricordo un aneddoto, raccontato dai vecchi della compagnia di bandiera. Quando negli anni ottanta, cambiò la società di certificazione di bilancio, per scadenza naturale dei termini di permanenza della vecchia, la Deloitte assunse la carica. Società di grande esperienza contabile, con dei professionisti di grande levatura. Dedicò immediatamente il personale migliore a questo nuovo cliente. Ma, ironia della sorte, credevano (giustamente tranne questa eccezione) che la contabilità fosse sempre uguale. Ogni tipologia di società ha impianti contabili uguali. Tutte le società seguono le stesse regole.
Eccetto le compagnie aeree. Qui quando si vende si accende un “debito” della società. Si un debito. Il famoso prepagato. Diventerà ricavo solo al momento in cui il passeggero volerà. Fino a quel momento esiste solo un “debito” della compagnia aerea di far volare il passeggero. Questo è solo una delle grandi differenze che una compagnia aerea, ha rispetto a tutti gli altri settori di business. Immaginiamo una società con centinaia (se non forse migliaia) di sedi in giro per il mondo a distanze enormi da Roma. Ogni sede, anche la più piccola è un centro contabile.
Ricordo che negli anni in cui c’era ancora la lira, una variazione del cambio nel quarto decimale di lira rispetto al dollaro faceva cambiare il bilancio Alitalia. Poteva fare utile o perdita. Perché tutto il carburante si paga in dollari. I leasing aerei si pagano in dollari. L’importanza del quarto decimale, vecchi ricordi.
Immaginiamo una società di migliaia di dipendenti. Sparsi nei 5 continenti. Gestire una società siffatta non è facile. Soprattutto se non si viene da quel settore. Ma a discapito di tutto questo, dall’epoca Nordio, abbiamo privilegiato politici a capo dell’Alitalia. Personaggi che non venivano dall’interno della struttura. E abbiamo iniziato il costante declino che ha portato la società a innumerevoli fallimenti. Mai dichiarati, ma tecnicamente avvenuti. Abbiamo tamponato e cambiato presidente, innumerevoli volte. Non serve farne i nomi. Forse, sono stati personaggi che avrebbero voluto gestire qualcosa di diverso e si sono trovati, invece, catapultati in una realtà che dire elefantiaca è dire poco.
(Segue: Alitalia, ancora ci troviamo a ragionare se il problema è gli esuberi o la flotta)
*BRPAGE*
Oggi, ancora una volta e dopo anni, ci ritroviamo ancora a parlare di come risolvere il problema Alitalia. Ancora ci troviamo a ragionare se il problema è gli esuberi o la flotta. Ancora facciamo tavoli parlamentari, gestiti da persone e politici lontani anni luce dalla realtà di una compagnia aerea. Che discutono di Alitalia come si discuterebbe di Ilva o di Ferrovie dello Stato.
Ma non sono la stessa cosa. Confido che il ministro Giancarlo Giorgetti, presidente della Commissione bilancio, tesoro e programmazione, in contemporanea con l’insediamento di Draghi a Governatore della Banca d’Italia, capisca che è il momento di lasciare il posto ai manager. A quelli che si sono sporcati le mani con il vil lavoro. E che, soprattutto, abbiamo i titoli di studio per fare il lavoro che sono chiamati a fare. Troviamo il “Marchionne” Alitalia.

