Ormai anche l’ultimo velo è caduto: la famiglia Benetton ha deciso di dare l’ok alla trattativa con Cdp per la cessione di Autostrade per l’Italia. Finora gli imprenditori trevigiani avevano adottato una strategia attendista, sperando che si potesse trovare un accomodamento. Ma i fondi internazionali presenti nel capitale di Atlantia non mollano e continuano a valutare Aspi tra i 12 e i 14 miliardi.

Mentre Cassa Depositi e Prestiti (e con lei Macquarie e Blackstone) sembrano disponibili ad arrivare, al massimo a 9,5 miliardi di euro. Una distanza enorme. Come abbiamo già scritto, la cifra uscita da Via Goito non è frutto di un’idea campata per aria, ma di mesi di due diligence e di analisi dei conti. Ed ora (è in programma un Cda di Cassa sabato) sarebbe la seconda vincolante.
Al tempo stesso, però, i fondi hanno deciso di forzare la mano perché vogliono massimizzare il loro investimento. Ad esempio, ci sono i britannici di Tci che spingono per valutare Autostrade almeno 12 miliardi. D’altronde, il fondo attivista della City ha un totale del 10% di Atlantia – che a sua volta detiene l’88% di Aspi – di cui solo l’1,2% in azioni e la restante parte in opzioni in scadenza tra il 5 agosto e il 22 settembre 2021.

Che la trattativa sia ormai in una fase di stallo e che si stia protraendo è abbastanza palese. Quello che però arriva come un vero e proprio gancio da parte della famiglia Benetton – in vista dell’assemblea del prossimo 29 marzo – è la nota con cui ieri sera ha dichiarato di non ritenere “utile prolungare l’incertezza derivante dalla proroga di detto termine in attesa di ipotetiche offerte per tale partecipazione, anche alla luce dell’offerta vincolante in via di definizione da parte del consorzio di investitori che fa capo a Cassa Depositi e Prestiti per l’acquisto dell’intera partecipazione di Atlantia in Aspi (pari all’88% del capitale di quest’ultima)”. E con i Benetton si è schierata anche la Fondazione Crt, che detiene il 4,85% del capitale. Sommandolo a quello della famiglia si arriva intorno al 35%.
Il 29 marzo, dunque, è la data da segnare sul calendario: perché sarà il momento dello scontro finale. Le ultime quattro assemblee, comprese quelle straordinarie, hanno visto la partecipazione tra il 72 e il 75% delle azioni complessive. Se dunque si dovesse andare allo showdown, ai Benetton e Crt servirebbe almeno un altro alleato per poter contare su una quota superiore al 37,5% che sarebbe necessario per ottenere la maggioranza in assemblea.
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Un aiuto potrebbe arrivare dall’ex fondo sovrano di Singapore, Gic Private Limited, che detiene una quota dell’8,29% e che potrebbe essere interessato ad archiviare la partita. In quel caso si arriverebbe al 44%, una soglia più che garantita per ribaltare il progetto di scissione di Autostrade per l’Italia deliberato il 15 gennaio scorso (durante l’ultima assemblea straordinaria): si tratta di un piano che altrimenti, senza il via libera degli azionisti, andrebbe invece a morire il prossimo 31 marzo lasciando appunto come unica opzione concreta l’offerta di Cdp e dei fondi Macquarie e Blackstone.
A Piazza Affari, Atlantia ha registrato una crescita robusta dell’1,62%% a 15,985 euro per azione, in una giornata in cui Piazza Affari registra un moderato segno più. A dimostrazione che anche gli investitori sono pronti a scommettere sulla definizione della trattativa.
Basta che da Cdp, Blackstone e Macquarie arrivi un rialzo dell’offerta, soprattutto per quanto concerne il tetto alle garanzie, che potrebbe rivisto al ribasso a 1,5 miliardi e la querelle potrà chiudersi in tempi abbastanza rapidi. Sarebbe fondamentale, per tornare a parlare di infrastrutture e sicurezza.
