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Economia
Giornali-tv, rinascimento europeo. Chi guarda al business di media

E’ da anni indicato come un settore in crisi, stretto tra concorrenza di social network come Facebook e di raccoglitori di pubblicità online come Google, eppure il settore editoriale “tradizionale” continua ad attrarre l’interesse dei grandi investitori mondiali. In molti casi si tratta di un interesse per investimenti di tipo “opportunistico” o per aggregazioni industriali di sapore difensivo, ma non mancano progetti in cui interessi filantropici e di business sembrano collidere.

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Volendo restringere il campo all’Europa, troppo diverso essendo il mercato americano, dove Jeff Bezos, fondatore e principale azionista di Amazon e della società spaziale Blue Origin, ha acquistato sia un quotidiano “storico” come il Washington Post, sia un sito d’informazione come Business Insider (fondato da Kevin Ryan dopo la cessione a Google del circuito di raccolta pubblicitaria DoubleClick), è evidente il ritorno d’interesse da mosse come quelle di KKR.

Il fondo di private equity americano, divenuto nel 2019 il principale azionista del gruppo Axel Springer attraverso un’Opa amichevole da 2,9 miliardi di euro per il 43,54% della società che edita il quotidiano Bild e il settimanale Die Welt e quest’anno rientrata nel capitale di ProsiebenSat.1 col 5,2% con un investimento di circa 135 milioni (il fondo era uscito nel 2014 dall’emittente tedesca in cui era entrato nel 2006 sulla base di una valutazione di 5,9 miliardi, ricavando circa un 20% di plusvalenza complessiva).

bernard arnault (5)
 

ProsiebenSat.1, del resto, pur non avendo ancora risolto tutti i suoi problemi sta tornando centrale nel risiko editoriale europeo, avendo Mediaset rilevato il 24,9% con l’intenzione di fare di ProsiebenSat.1 uno dei mattoni fondamentali del futuro polo europeo della televisione generalista Mfe (dove confluiranno anche le attività di Mediaset e Mediaset Espana), mentre Daniel Kretinsky, uomo d’affari ceco che attraverso la holding Cmi (Czech media invest) già possedeva case editrici, radio e tv in Repubblica Ceca e Francia tra cui il settimanale Marianne, un pacchetto di testate cedute dal gruppo Lagardere tra cui Elle e una quote del 49% del quotidiano Le Monde, è entrato in ProsiebenSat.1 col 12%. 

Il “boom”, soprattutto in termini di valutazioni, visto a metà del primo decennio del secolo è lontano, ma anche altri fondi, come Amber, fondo attivista salito nel giro dell’ultimo paio d’anni da un iniziale 15% a quasi il 29,85% di Prisa (editore del più importante quotidiano spagnolo, El Pais), a un soffio dalla soglia del 30% che costringerebbe a lanciare un’Opa. Anche nel caso di Prisa i problemi non mancano, a partire da un debito elevato (tanto che si parla da tempo della possibile vendita della controllata portoghese Media Capital), ma questo non ha impedito ad Amber di continuare ad arrotondare la partecipazione. 

piersilvio berlusconi
 

In Francia il gruppo Bolloré tramite Vivendi, in attesa di trovare una via d’uscita dalla sinora disastrosa “campagna d’Italia” ed in particolare da Mediaset, di cui è socio non gradito col 28,8% ma solo il 9,9% di diritti di voto esercitabili (pacchetto valutato a bilancio a fine 2019 1.258 milioni di euro ma che in borsa vale oggi poco più di 541 milioni), ha fatto cassa cedendo il 10% dell’etichetta musicale Universal ai cinesi di Tencent per quasi 3 miliardi di euro, denaro in parte reinvestito per salire al 16,48% (col 12,41% di diritti di voto) nella holding personale di Arnaud Lagardere (Lagardere Capital & Management) in cui anche Bernard Arnault, patron di Lvmh, è salito a “circa un quarto del capitale”.

I gruppi italiani sembrano poter recitare un ruolo da protagonisti in questa rinnovata “primavera editoriale” del vecchio continente. Se Mediaset è impegnata a portare la sua sfida a Vivendi a livello continentale e sembra aver già ricevuto, come ha confermato il presidente Fedele Confalonieri, “molto interesse da parte di investitori finanziari e partner industriali, per le prospettive che questa nuova dimensione potrebbe aprire” (gli indiziati sono le emittenti francese PS1 e la piccola Nrj e la portoghese Media capital), gli eredi Agnelli attraverso Exor hanno appena concluso l’acquisizione dal gruppo De Benedetti del 43,78% di Gedi, editore di La Repubblica e L’Espresso (oltre a varie testate locali e radio e a cui erano state cedute La Stampa e Il Secolo XIX), per 102,4 milioni, oltre che dei pacchetti in mano alla famiglia Perrone (5,06%) e a Giacaranda Caracciolo (6,07%) salendo così al 60,9% del capitale (63,21% di diritti di voto). 

Seguirà l’Opa obbligatoria sul restante capitale, per un investimento che valorizza il 100% di Gedi 233 milioni. Con l’investimento John Elkann ha confermato un interesse per il settore editoriale che era già apparso evidente fin dal 2008 con l’ingresso nel Cda di The Economist, settimanale edito dal gruppo Pearson in cui nel 2015 Exor era salito al 43% divenendone l’azionista principale con un investimento di 319 milioni di euro (per l’ulteriore 27,8% acquisito). 

Colpo di scena, l’interesse per i giornali è ancora forte anche in Carlo De Benedetti che dopo la decisione dei figli di vendere Gedi agli eredi Agnelli non solo ha criticato aspramente la decisione, ma (dopo aver inutilmente tentato di riacquistare La Repubblica lo scorso ottobre) ha poi deciso di fondare un nuovo quotidiano, il Domani, facente per ora capo alla Società Editoriale Domani Spa di cui “l’Ingegnere” è l’unico azionista, ma nell’intenzione di De Benedetti destinata a passare ad una costituenda fondazione. “Basta eredi” ha sentenziato l’ex proprietario di Olivetti, o almeno basta eredi che non credono nelle prospettive e nell’importanza del settore editoriale.

 

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