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Economia
Grecia, le banche vanno verso il bail-in . E per Atene la ripresa si allontana

La tragicommedia greca concederà un bis? Il rischio, neppure troppo remoto, esiste, se è vero che il ministero delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble (lo stesso che in luglio era giunto a “non escludere” un’uscita “a tempo” di Atene dall’euro) si è detto a favore della concessione di un nuovo prestito ponte per la Grecia, per dare ad Atene e ai creditori internazionali tempo sufficiente per le negoziazioni sul terzo piano di bailout. Peccato che in settimana il premier greco Alexis Tsipras,ma anche il presidente francese Francois Hollande, avevano detto di essere fiduciosi che l’accordo sarebbe stato raggiunto prima di Ferragosto, per dar modo al parlamento greco di approvarlo entro il 20 del mese, quando scade un nuovo rimborso di bond alla Bce per 3,5 miliardi (che Atene al momento non ha in cassa, avendo usato il prestito ricevuto il mese scorso per rimborsare i pagamenti dovuti ai creditori stessi).

Un nuovo programma di aiuto della durata di tre anni e del valore di oltre 80 miliardi di euro secondo i tedeschi ha del resto bisogno “di basi veramente solide” per cui un ulteriore prestito ponte sembra meglio di un accordo su “un programma completato a metà”. Ma cosa vorrebbe dire un nuovo braccio di ferro tra la “troika” (legata all’intransigenza di Berlino) e la Grecia? Il risultato del precedente confronto è sotto gli occhi di tutti ed è stato particolarmente pesante. Quattro settimane di chiusura forzata delle banche e di limiti ai movimenti di capitale tuttora in vigore hanno portato le piccole e medie imprese greche sull’orlo del baratro (e molte di esse a chiudere definitivamente), facendo schizzare i “non performing loan” (Npl) nei bilanci delle banche greche a livelli preoccupati. Inevitabile il conseguente tracollo delle quotazioni, più che dimezzatesi rispetto a fine giugno, ma il terremoto potrebbe non essere finito qui.

Secondo quanto dichiarato in un’intervista a Bloomberg Television da Alberto Gallo, capo della ricerca macro economica di Royal Bank of Scotland, gli Npl, già pari a circa un terzo dei crediti complessivi a fine giugno, sarebbero ormai tra il 40% e il 50%, un livello che di fatto renderebbe inevitabile accanto al “bailout” a livello sovrano una procedura di “bail-in” a livello creditizio che coinvolta i detentori di bond subordinati e gli azionisti delle banche, per i quali si prepara quindi un conto salato. Solo dopo si potrebbe procedere al varo delle previste ricapitalizzazioni per una cifra, 20 miliardi di euro, che dovrebbe essere coperta dai 25 miliardi di euro di cui si parla sin dall’accordo del mese scorso che ha evitato la Grexit e dato il via ai negoziati per il terzo piano di aiuti internazionali.

C’è tuttavia un ulteriore rischio: siccome la Bce intende procedere, a ottobre, a un nuovo stress test per capire esattamente come stanno le cose vi è il rischio che prima della fine dell’anno tali aumenti non possano di fatto essere varati, con un ritardo di ulteriori 3-6 mesi che potrebbe rivelarsi fatale. La riprova è già nelle prospettive dell’economia greca, drammaticamente peggiorate nel giro di poche settimane. A inizio anno l’Fmi aveva accreditato Atene di una possibile crescita del Pil del 2,5% entro fine 2015 e addirittura di un +3,7% per il 2016, la prima dopo sei anni di continui crolli che hanno eroso oltre un quarto del prodotto interno lordo ellenico. Già in aprile però l’Fmi aveva fatto mea culpa, dichiarando “irrealistiche” le proprie previsioni iniziali e precisando di non attendersi più che la Grecia fosse il paese destinato a crescere di più nell’Eurozona nel 2016. Dopo lo show down con cui si è concluso il bluff di Alexis Tsipras e del suo ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis, per la Grecia si parla ora di un “ritorno” sul sentiero della crescita, ma non prima del 2017 il che significa che un mese di stop dell’economia ha già bruciato due anni di crescita più o meno robusta del Pil. Un eventuale slittamento ulteriore dell’intesa necessaria a sbloccare il processo di ricapitalizzazione e ristrutturazione del settore creditizio rischierebbe di avere effetti ulteriormente pesanti e forse persino causare un decennio di recessione continua in Grecia, cosa che nessun paese sviluppato ha mai sperimentato dal secondo dopoguerra ad oggi.

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