Guerra Russia Ucraina, l’erosione del potere d’acquisto, a parità di stipendi, è al massimo dal 1991
Sembra un pesce d’aprile ma purtroppo non lo è: l’incremento dei prezzi per gli italiani potrebbe raggiungere il 7%. Colpa dell’aumento esponenziale del costo dell’energia – in calo per Arera solo dal prossimo trimestre grazie alle misure, temporanee, messe in campo dal governo. Ora il punto è semplice: che cosa fare con i propri risparmi?
L’erosione del potere d’acquisto, a parità di stipendi, è al massimo dal 1991. Un periodo, quello, in cui il tasso d’interesse del buono del tesoro poliennale (comunemente noto come Btp) con scadenza a 10 anni rendeva il 13,1%. Il risparmiatore, dunque, sapeva che il suo conto corrente perdeva sì potere d’acquisto, ma al tempo stesso i tassi garantiti erano decisamente competitivi.
Oggi invece c’è un problema aggiuntivo: cioè che l’obbligazionario, con i tassi così bassi, non garantisce certo ritorni significativi. Tant’è che il medesimo Btp a 10 anni oggi garantisce un ritorno del 2,12%, superiore ai momenti di “calma piatta” post-Covid, ma sicuramente non così significativi da rappresentare una grande opportunità.
Che cosa fare? Da una parte si può pensare di investire nel mattone. Il quale rimane comunque un bene rifugio, specialmente ora che il mercato è ripartito. Dunque: chi decide di acquistare una casa e poi metterla a reddito può contare su un rendimento medio del 7,8%. Certo, molto dipende dalla città, dalla zona, dalla tipologia d’immobile. Ma volendo fare una media, questi sono i ritorni.
Poi c’è il ricchissimo capitolo dedicato all’azionario, che su Affari abbiamo raccontato a più riprese. In questo caso diventa difficile capire come analizzare la situazione dopo due eventi drammatici come la pandemia e la guerra tra Russia e Ucraina. Si può quindi provare a usare come parametri tempi più lunghi, usando i “cigni neri” come meri accidenti sulla strada dell’azionario.
Ad aprile 2017, il Ftse Mib valeva circa 20.000 punti, oggi siamo a più di 25.000, con un guadagno teorico di circa il 25%. Ma è un conto fatto davvero con l’accetta: perché in questi cinque anni ci sono titoli come Ferrari, Stmicroelectronics, Poste Italiane, Terna e Campari che hanno guadagnato fa un minimo del 101% fino a un massimo del 196%. Dall’altra parte, invece, ci sono azioni come quelle di Saipem che hanno ceduto il 72% del loro valore o quelle di Tim che hanno perso oltre il 58%.
Dunque non resta che immaginare un portafoglio estremamente differenziato, in cui pesi e contrappesi vengano sviluppati in modo da garantire buoni ritorni nonostante il cigno nero. Anche perché ci sono nuove forme d’investimento, come i Pir, che godono di una tassazione agevolata e di un buon dinamismo, oltre ad avere il grande merito di avere ampliato la platea potenziale degli investitori.
Fermo restando, infine, che due parametri non sono ancora stati “scontati” dai mercati. Il primo è quello del reale effetto della guerra in Ucraina sull’economia: perché le ripercussioni non possono essere immediate, nonostante il balzo truffaldino del prezzo della benzina.
Il secondo è un campanello d’allarme che arriva direttamente dagli Usa, con i tassi dei bond a due anni che sono più alti di quelli a 10 anni, come riporta Il Sole 24 Ore. Che cosa significa? Che potrebbe profilarsi all’orizzonte una nuova recessione, la terza negli ultimi 10 anni in Italia. Allacciate le cinture, insomma.

