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Economia
Mediobanca, così Nagel ha cambiato pelle a Piazzetta Cuccia: le prossime mosse

Così Alberto Nagel ha trasformato Mediobanca. Ma il rinnovo del consiglio incombe

Entrare in Via Filodrammatici a Milano (o in Piazzetta Cuccia) è sempre un colpo al cuore per chi ama la finanza e i suoi intrighi. Il legno delle librerie, le salette riservate, il profumo del “salotto buono”. Eppure, anno dopo anno, trasformazione dopo trasformazione, Mediobanca ha smesso i panni di burattinaio dell’economia. Senza tradire l’intento del fondatore Enrico Cuccia, oggi la banca d’affari è un’altra cosa. Senza tornare indietro al 1982, quando deteneva partecipazioni in quasi tutte le aziende più importanti del nostro Paese (per capirsi: Montedison 18%; Caffaro 16%; Gemina 12,66%; Pirelli 12%; SNIA Viscosa 11%; Fondiaria 10%; Falck 5,4%; Assicurazioni Generali 5%; SME 4%; Fiat 3%; Olivetti 2%), ha abbandonato il ruolo di banca di sistema per lanciarsi al fianco delle medie aziende italiane, quelle che un celebre ex direttore dell’Ufficio Studi, Fulvio Coltorti, definiva il “quinto capitalismo italiano”. Niente più Alitalia o Telecom, ma solo tre partecipazioni “di salotto”. Generali, Italmobiliare e Rcs. 

"Mediobanca da sempre segue le grandi famiglie imprenditoriali italiane nelle rispettive scelte di discontinuità, ovvero nelle scelte che implicano attività di M&A o di capital market - ha dichiarato Alberto Nagel -. Dagli anni 2000 abbiamo iniziato a occuparci anche delle medie imprese, distintive per la loro resilienza, adottando lo stesso approccio che abbiamo con le grandi famiglie. Dietro le nostre medie imprese ci sono imprenditori con i quali sviluppiamo un rapporto di lungo periodo basato non solo sui servizi di Investment Banking e di banca d’affari ma anche di Wealth Management, affiancandoli sia nella gestione del patrimonio sia nelle scelte per l’azienda. Questo è il nuovo modello della banca: oggi Mediobanca segue la media impresa nelle sue opzioni di crescita e diversificazione con un maggior presidio rispetto al passato e in continuità con i servizi e le competenze che dedica da sempre alle aziende di grande capitalizzazione".

Insomma, la trasformazione impressa da Alberto Nagel e Renato Pagliaro – che Cesare Geronzi definiva perfidamente “giovani vecchi” – a Mediobanca è clamorosa. Si è dato vita a Compass, società di credito al consumo; si è fondata una banca (CheBanca! appunto) che si rivolge al mondo retail. Si guarda al risparmio gestito, tanto che si vorrebbe procedere con l'acquisizione di qualche boccone prelibato come Banca Generali o Fineco (che però ha una valutazione che spaventa chiunque). E i numeri danno ragione al duo Nagel-Pagliaro, con utile nel primo trimestre 2022-2023 (Mediobanca ha il bilancio spostato rispetto ad altre istituzioni) da record a quota 262,6 milioni.

Nagel non ha preso questa strada perché supportato da chissà quale afflato di supporto all’imprenditoria nostrana, ma perché ha capito che le medie aziende italiane sono le più sane, le più robuste e le più innovative. Per il 2023 Mediobanca stima un calo degli utili delle imprese italiane del 9%, salvo che per le medie, che vedranno crescere questo parametro di circa il 3%. E anche in uno scenario controverso e complesso – si prefigura una crisi “light” per cui a un primo semestre debole dovrebbe seguirne uno con un rimbalzo più o meno significativo – le medie aziende italiane continueranno a correre, a crescere, a esportare. Usando una metafora frusta, saranno la spina dorsale dell’economia italiana. 

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