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Economia
Ristori, Rete Unica, Mps, Aspi, Alitalia: dossier economici che restano aperti

Non solo la complessa gestione della campagna di vaccinazione, con la terza ondata di Covid-19 alle porte, intervento che consentirebbe al Paese di centrare appieno quel rimbalzo del Pil, a rischio ridimensionamento qualora, come spiegato oggi dalla presidente della Bce Christine Lagarde, le restrizioni continuassero dopo la fine del primo trimestre. L’incertezza di una crisi al buio di governo e del ricorso anticipato alle urne, che porterebbe molto probabilmente a un cambio del colore politico a Palazzo Chigi, si riversa con tutta la sua potenza su una serie di dossier economici , la cui soluzione richiede la presenza di un esecutivo fortemente in sella e nel pieno delle proprie funzioni.

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Senza considerare il forte bisogno di ripristinare il prima possibile un contesto di business favorevole alla ripresa degli investimenti in Italia e la “madre di tutte le partite” come il completamento del percorso del Recovery Plan (dopo il confronto con parti sociali e Parlamento, c’è quello severo con Bruxelles che deve accendere la luce verde definitiva ai progetti da presentare entro il 30 aprile) ancora carente sulla governance, a più stretto giro il governo dovrà dare risposta con il decreto ristori da 25-30 miliardi a quelle categorie produttive, come i ristoratori o gli impianti di sci, toccate dalle chiusure anti-pandemia imposte dall’esecutivo. Una nuova misura che, oltre a rifinanziare la cassa integrazione in deroga ai settori non coperti da ammortizzatori ordinari, necessita dell’autorizzazione parlamentare di nuovo deficit per almeno 24-25 miliardi.

Certo, per non perdere la faccia Matteo Renzi ha messo le mani avanti facendo sapere che alle Camere non farà mancare i voti di Italia Viva, ma il varo del decreto, come ha già chiarito il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, “non è compatibile con una crisi di governo”. A fine gennaio, poi, scadranno le moratorie dei prestiti bancari alle imprese e a marzo terminerà il blocco dei licenziamenti, innescando una nuova ondata di emergenza economica e sociale da affrontare che richiederà un governo compatto e focalizzato. Sempre a breve, ci sono una serie di dossier industriali, per la maggior parte “pubblici”, che nei mesi scorsi hanno fatto fibrillare non poco la maggioranza di governo.

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A cominciare dal Montepaschi e da Autostrade. Sulla privatizzazione della banca senese, il timone è in mano al ministro dell’Economia Gualtieri che sta cercando di portare Rocca Salimbeni nel perimetro delle più solide UniCredit o Banco Bpm. 

In questo momento, entrambi i  potenziali cavalieri bianchi non hanno aperto le braccia all’asset senese dal cui capitale il Tesoro deve uscire, d’accordo con Bruxelles, entro la fine di questa’anno, ma i giochi devono finalizzarsi nei prossimi mesi. Con la crisi di governo, in Piazza Gae Aulenti, dove la maggioranza degli azionisti non vede di buon occhio il dossier, non si ficcheranno certo in operazioni senza precisi interlocutori. Senza contare il fatto che per la dote fiscale delle Dta (deferred tax asset) l’approvazione del deal dovrà passare in Parlamento dove i grillini, da sempre contrari alla svendita e ai regali miliardari, potrebbero, dopo un liberi tutti, far mancare l’appoggio al matrimonio bancario.

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C’è di più: a Siena il Mef, su cui vigila l’Antitrust europeo perché la banca è sotto aiuti di Stato, dovrà sobbarcarsi l’ennesima mega-ricapitalizzazione da 2-2,5 miliardi di euro, rafforzamento da approvare entro fine mese, prerequisito per qualsiasi operazione di risiko bancario.

Su Autostrade, a quasi due anni e mezzo dall’inizio del balletto sulla procedura di revoca della concessione da parte del governo, il cambio di controllo del gestore controllato da Atlantia della famiglia Benetton è ancora fermo alla valutazione della società. Complici le incognite derivanti dal calcolo relativo al rischio di dover rimborsare ingenti danni indiretti dopo la tragedia del Morandi, il nuovo Piano economico finanziario (Pef) e le proiezioni del traffico impattate dal Covid, la cordata composta da Cdp-Blackstone-Macquarie che dovrebbe rilevare l’88% della concessionaria autostradale e la holding infrastrutturale sono molto distanti sul prezzo, trattativa che non sarà certo aiutata dall'attuale instabilità politica e, soprattutto, dal fatto che il board della Cassa sia in scadenza con rinnovo a maggio. Tolda di comando dove potrebbero arrivare nuovi manager che prendono ordini dalla politica. 

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Sempre a breve, al Tesoro potrebbero dover avere a che fare nuovamente con la vecchia patata bollente della nuova Alitalia (Ita). Bruxelles ha appena inviato una lettera al governo chiedendo il perché non sia stata fatta un’asta per la cessione della flotta e degli slot e non sia stata indetta una gara per la gestione del programma Millemiglia. Anche il perimetro societario (aviation, handling e manutenzioni) è stato messo in discussione. Di fatto, si tratta di uno stop alla nascita della nuova Ita, con aggravio sull'amministrazione straordinaria.

L’Antitrust europeo vuole evitare che i tre miliardi pubblici previsti per ricapitalizzare Ita siano aiuti di Stato. Al momento la cassa è quasi esaurita, i voli sono a terra per l’emergenza Covid e il nuovo gruppo non sarebbe certo in grado di mettersi a strappare a colpi di rilanci gli asset messi in vendita per ottemperare ai desiderata comunitari ad agguerriti competitor come Ryanair. 

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Dopo una lunga Odissea, un’altra partita che è stata sempre molto cara a Palazzo Chigi è quella della rete unica ultraveloce. Più volte, Conte e Gualtieri sono andati in pressing su Enel e su Tim per portare a compimento prima la discesa del colosso elettrico nel capitale di Open Fiber e poi la fusione fra l’infrastruttura internet di questa e quella dell’ex monopolista telefonico, nel cui capitale Cdp è il secondo socio, dietro alla francese Vivendi.

Prima di procedere alla creazione di AccessCo, la società che dovrebbe gestire la rete unica approvata da Cassa con la conseguente confluenza nella newco di FiberCop e di Open Fiber, il governo e Tim dovranno risolvere il complesso rebus della governance: ancora una volta il progetto dovrà passare infatti il vaglio delll’Antitrust Ue, secondo cui la rete unica italiana si può fare, ma dev’essere indipendente e neutrale, cioè non verticalmente integrata, con l’ex Telecom in posizioni di prevalenza. Quali saranno gli interlocutori dell’inflessibile commissaria Margrethe Vestager, visto che oltre a Palazzo Chigi forse anche in Via Goito potrebbero esserci nuovi detentori delle leve del comando? E, dunque, la strategia rimarrà la stessa?

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Infine, ci sono due partite che da sole rappresentano il rilancio di una parte importante del Sud: l’ex Ilva, nella nuova era “pubblica” e la Popolare di Bari. Nei progetti del Conte-bis, l’istituto bancario oggi guidato  al termine del commissariamento da Giampiero Bergami e rimesso in piedi, dopo il dissesto causato dalla gestione della famiglia Jacobini, grazie al doppio intervento Mediocredito-Fitd, doveva diventare al termine di una serie di aggregazioni locali la nuova Banca forte del Mezzogiorno. Un solido polmone finanziario in grado di sostenere le imprese del Sud.

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A Taranto, invece, il coinvestimento di Invitalia con ArcelorMittal Italia, con la costituzione di una società paritetica al 50% che a fine 2022 porterà lo Stato in maggioranza (al 60%, nel capitale), dovrà misurarsi con la difficile sfida non solo del rilancio produttivo, ma soprattutto con quella della produzione dell’acciaio green e delle bonifiche grazie ai miliardari fondi europei.

La nuova guida a Palazzo Chigi e il Cda di Invitalia in scadenza nel 2022 confermeranno le linee di politica industriale?

@andreadeugeni

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