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Economia
Silicon Valley Bank, bruciati 80 mld di capitalizzazione: tremano i mercati

Silicon Valley Bank brucia 80 miliardi: una nuova Lehman?

Qualcuno già evoca lo spettro Lehman Brothers. I timori per il fallimento della Silicon Valley Bank (Svb) stanno affossando i mercati di tutto il mondo, con i titoli bancari a picco. Peraltro, il crollo dell’istituto specializzato in finanziamenti e servizi alle start-up sarebbe un ulteriore terremoto che si propaga a partire dalla California, il secondo in pochi giorni dopo la liquidazione della Silvergate Bank, l’operatore legato al mondo delle criptovalute.

I mercati temono un “bank run”, ossia la corsa al ritiro del danaro dai conti correnti, dopo che la banca di Santa Clara ha deciso a sorpresa di emettere 2,25 miliardi di azioni per puntellare il capitale e coprire i buchi sugli investimenti. Le perdite valgono 1,8 miliardi di dollari e riguardano la vendita di obbligazioni e altri asset proprio per fronteggiare con la dovuta liquidità i rimborsi ai depositanti.

La Svb ha fatto sapere di aver dismesso 21 miliardi di dollari dei suoi impieghi più liquidi o facilmente negoziabili, tra cui Treasuries Usa e titoli garantiti dai mutui. Ha preso in prestito 15 miliardi e, appunto, ha avviato una vendita di emergenza di azioni per raccogliere fondi. Il crollo della Silicon Valley Bank al Nasdaq vale al momento il 60% e brucia una capitalizzazione di 80 miliardi di dollari. È evidente che la banca risulta penalizzata dalla svalutazione dei bond legata al rally dei tassi d’interesse avviato dalla Federal Reserve esattamente un anno fa per fronteggiare l’inflazione, inasprimento ancora in corso.

Insomma, siamo di fronte a un “doom loop” tra titoli sovrani e istituto di credito che rischia di essere fatale. Il violento sell-off si è intanto propagato sia agli altri istituti di credito Usa che agli europei. E i future su nomi come Citigroup, BofA, JpMorgan, Morgan Stanley, Goldman Sachs e Wells Fargo anticipano perdite fino al 6%. Ma siccome le disgrazie non vengono mai da sole e il cigno nero è sempre dietro l’angolo, al crollo del titolo si aggiunge per Svb la fuga dei clienti, alimentata anche dagli avvertimenti degli investitori di venture capital.

Nata esattamente 40 anni fa, la Silicon Valley Bank ha una taglia trascurabile rispetto ai colossi di Wall Street, ma vanta un peso enorme per le imprese tecnologiche e le start-up innovative (212 miliardi di asset gestiti l’anno scorso) sia sul fronte dei servizi bancari sia per i finanziamenti e la gestione patrimoniale privata a beneficio dei lavoratori del comparto.

Il ceo Greg Becker ora tenta di calmare le acque e sostiene che non c’è alcuna crisi di liquidità, ma non è cosa facile dopo aver confessato in una lettera di aver venduto “sostanzialmente tutto”. Becker ha fatto sapere che il fondo di investimenti General Atlantic parteciperà con 500 milioni di dollari all’emissione di azioni in sede di Ipo (per il resto vanno sul mercato 1,25 miliardi di dollari di azioni ordinarie e 500 milioni di azioni di deposito) e ha assicurato che l’incasso della vendita degli asset sarà reinvestito subito in attività che accresceranno la redditività dell’istituto.

Certo, tutta Wall Street soffre gli annunci del presidente Fed, Jerome Powell. Ma Svb paga soprattutto la crisi del settore tecnologico che è il suo core business. Infatti l’istituto ha legami con circa la metà delle start-up Usa finanziate da capitale di rischio e con oltre il 40% delle aziende tech e health-care foraggiate dal venture capital che hanno debuttato nel listino durante il 2022. La Silicon Valley, però, è in profondo ripiegamento, colpita dalla riduzione dei ricavi e da un pesante aumento dei costi di finanziamento, che bruciano la liquidità dei depositi e si ripercuotono sugli organici.

Dai 18mila licenziamenti di Amazon agli 11mila di Meta, dai tagli al personale fatti a più riprese da Elon Musk su Twitter alle difficoltà di Microsoft e Apple, la situazione non è affatto rosea. In generale, l’emorragia occupazionale delle hi-tech Usa potrebbe superare la soglia delle 150mila unità ed è evidente che la realtà post-pandemica è un muro contro cui stanno andando a sbattere scelte azzardate e previsioni troppo euforiche.

Il Covid, infatti, aveva regalato al settore l’illusione di un Eldorado (per ricavi e andamento dei titoli) che ci si immaginava potesse durare per sempre. Sono stati fatti passi più lunghi della gamba e sono stati fissati obiettivi di investimento che, con la fine della pandemia, si sono rivelati irrealistici. Nel frattempo anche il fatturato pubblicitario è crollato e alcuni player si sono lanciati in iniziative avveniristiche e suggestive che, però, al momento hanno scarsi output di riuscita e di mercato (basti ricordare che Google ha perso 100 miliardi di capitalizzazione per competere con Microsoft sull’intelligenza artificiale).

Ora è il momento del pesante nervosismo, nonostante la buona nomea e la tradizionale solidità di gestione della Silicon Valley Bank. Tanto che gli analisti si chiedono cosa ne sarà a questo punto di altri istituti di credito che non hanno lo stesso rating e la stessa reputazione della Svb.

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