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Economia
"Stop a panico, crollo e tristezza". Scatta la censura del partito comunista cinese sui giornali

Panic selling in Borsa? Niente paura: basta agire sulla psicologia delle masse. Il partito comunista cinese corre ai ripari per arginare l'ondata di pessimismo, che si è abbattuta sui mercati azionari del Paese della Grande Muraglia con un terremoto finanziario (che ha il suo epicentro nelle piazze azionarie di Shangai e Shenzen), ricorrendo al più classico degli strumenti di condizionamento che ha a disposizione: la mannaia della censura sui giornali.

In attesa che la normalità torni sui listini cinesi e le misure di politica economica monetaria espansiva della People's Bank of China dispieghino appieno i propri effetti (dopo il taglio dei tassi e delle riserve obbligatorie, misure che sono equivalse a 100 miliardi di dollari di liquidità aggiuntiva, l'istituto guidato da Zhou Xiaochuan nel corso della notte ha iniettato nuovo denaro nel sistema per 150 miliardi di yuan, circa 23,4 miliardi di dollari, attraverso un'operazione di reverse repo), il tandem Xi Jinping e Li Keqiang, rispettivamente presidente e primo ministro cinese, hanno ordinato ai giornali di non usare nei titoli sulla Borsa parole come panico, crollo o tristezza. Concetti che, a detta del Politburo, alimentano le vendite, trend che ha fatto scoppiare la bolla azionaria dopo che Shanghai è cresciuta del 150% in un anno. Un Toro mai visto sui listini mondiali, come se nel far evaporare circa cinquemila miliardi di dollari di capitalizzazione in due mesi e mezzo di calo che è costato il 40% all'indice principale i giornali abbiano giocato un ruolo decisivo, senza tenere in considerazione che le prospettive del miracolo cinese hanno attirato nelle Borsa gialle non solo migliaia di piccoli risparmiatori in cerca di facili guadagni ma anche le enormi masse di liquidità pompate dalle banche centrali delle altre aree valutarie. A cominciare dal vicino Giappone, ancora sotto cura dell'espansiva Abenomics.

Il "Quotidiano del Popolo" si è spinto anche oltre: di Shanghai ha deciso proprio di non parlare e in prima pagina ha schiaffato il nemico interno, il Tibet, con un pezzo sull'economia di Lhasa. Intanto, secondo gli analisti finanziari che seguono da vicino le sorti di Pechino, il rallentamento della locomotiva cinese è ormai un fatto assodato e il governo dovrà tenerne conto già dai prossimi mesi, con l'importantissima scadenza, a marzo prossimo, della presentazione del nuovo piano quinquennale di sviluppo, il tredicesimo, che coprirà il periodo tra il 2016 e il 2020.

Per Willy Wo-Lap Lam, uno dei massimi esperti di elites politiche cinesi e dell'attuale classe dirigente, che ha raccontato nel suo ultimo saggio "Chinese Politics in the Era of Xi Jinping", pubblicato per Taylor and Francis, "la Cina continuerà a usare la polizia per arrestare i broker e in particolare chi pratica le vendite allo scoperto, ma allo stesso tempo smettera' di usare i fondi governativi per salvare i mercati. Sono a corto di nuove misure. Dopo la crisi finanziaria del 2008, l'allora primo ministro cinese, Wen Jiabao, aveva dato il via a un pacchetto di investimenti statali del valore di quattromila miliardi di yuan per sostenere l'economia. Ora stanno facendo lo stesso gioco per mantenere il 7% di crescita.

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