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Esteri
Afghanistan, la cosa giusta nel modo sbagliato: Biden non smetterà di pagarla

Prevedere l’imprevedibile non è uno sport facile. Se è realmente imprevedibile, è impossibile prevederlo. E se al contrario si può prevederlo senza troppe difficoltà, è segno che non era realmente imprevedibile. E tuttavia, quando c’è una guerra, bisogna guardare al di là della conclusione delle operazioni militari.

Che cos’è una vittoria? È il momento in cui A prevale su B. Ma questo è il punto: se si tratta di un momento, la vittoria è futile; se invece produce un effetto duraturo, essa è veramente importante. Durante la Seconda Guerra Mondiale la Germania ha invaso anche la Norvegia e che conseguenze ha avuto, questa vittoria, nel tempo? Nessuna. Passata la buriana la Norvegia è tornata ad essere esattamente quella che era prima, senza nessun cambiamento di rilievo, se non una dose di antipatia in più per i tedeschi. E forse ormai è finita anche questa.

Viceversa pensate alla conquista della Gallia. Probabilmente Cesare intraprese quella grandiosa campagna soltanto per crearsi un’aureola di grande statista e pesare di più a Roma, ma il risultato fu che la Gallia, dopo quel tempo, non fu più la stessa.

Come ha scritto il grande storico H. A. L. Fisher, cinquant’anni dopo la conquista la Gallia era completamente e definitivamente romanizzata e (cito a memoria) “si sarebbe potuto andare da Parigi a Marsiglia senza veder luccicare una volta l’elmo di un legionario romano”. Ancora oggi la Francia è considerata una nazione latina, anche se la sua popolazione nel tempo è stata soprattutto composta di celti e germani (come i Franchi, appunto). Ma se forse non è mai stata latina di sangue, lo è stata e lo è di cuore.

Certe vittorie sembrano pensate dalla storia come detonante di qualcosa che “doveva succedere” (per esempio il trionfo dell’Illuminismo in Europa) mentre altre sono l’inizio della fine. La Restaurazione francese si rivelò una parentesi nostalgica ed inutile nello sviluppo delle società europee. Essa sperava di annullare un quarto di secolo di storia e fallì miseramente. La Rivoluzione Francese ha così completamente trionfato da costituire convenzionalmente l’inizio della storia contemporanea.

È sulla base di questi ricordi che si possono porre domande molto scomode. Per esempio: la vittoria di Erdogan, e di ciò che egli rappresenta, costituisce la fine del kemalismo o costituisce una deprecabile parentesi nello sviluppo della Turchia?

Atatürk è stato il Nume Tutelare della Turchia per un’ottantina d’anni, e questo significa che due o tre generazioni, prima di conoscere, con Erdogan, la Turchia musulmana quasi integralista, non hanno conosciuto che la Turchia kemalista. Come vivono questo presente? Fra qualche anno, quando si sarà posata la polvere dei grandi rivolgimenti, avremo probabilmente una di queste due situazioni: o la Turchia avrà ritrovato, malgrado la lunga pausa kemalista, i valori tradizionali, risalenti all’Alto Medioevo (e che ottant’anni di democrazia laica all’occidentale non sono riusciti ad intaccare) oppure scopriremo che la momentanea infatuazione per Erdogan è nata anche dalla nota (e stupida) tendenza a credere sempre che il lontano passato sia stato migliore di come è stato realmente. Che tornare indietro sia sempre meglio di “questo” presente. Salvo poi accorgersi di com’era realmente i passato.

Non basta. La Turchia non è soltanto divisa orizzontalmente, in basso il popolo minuto tendenzialmente religioso e in alto l’élite, laica e democratica. È divisa anche verticalmente: le città sono moderne ed “europee”, le campagne sono antiquate e tendenzialmente religiose. Chi prevarrà? Non lo sappiamo, ecco l’imprevedibilità. E la cosa più affliggente è che, quando questa realtà si rivelerà, tutti la troveranno ovvia. “Ma si sapeva che la Turchia è bigotta!” Oppure: “Ma si sapeva che il kemalismo non poteva che risorgere, soprattutto constatando quanto oppressiva e crudele è stata l’epoca di Erdogan”. A cose fatte tutti sapevano tutto in anticipo.

Non è l’unico caso. L’Afghanistan è incomparabile con la Turchia. Sta ad essa più o meno come un calesse malandato a una Mercedes. Inoltre mentre il kemalismo ha seminato i geni della democrazia per molti decenni, l’Afghanistan ha avuto un assaggio di civiltà soltanto per venti anni. È vero che tutti coloro che hanno meno di trent’anni hanno conosciuto soltanto questo mondo, ma è altrettanto vero che tutti coloro che hanno fra quaranta e ottant’anni hanno vissuto nel mondo “musulmano” e lo trovano naturale. Chi prevarrà, nel tempo? Anche qui c’è una netta differenza fra le città e le campagne. Lo vediamo in questi giorni: le campagne silenziose, le città, e in particolare Kabul, disperate.

Il futuro rimane incerto. In Afghanistan coloro che hanno vent’anni non dimenticheranno mai, nel prossimo mezzo secolo, il sapore della libertà. Non nel senso idealistico in cui questa parola l’avrebbe pronunciata Mazzini, ma nel senso di potere andare al cinema, ascoltare orrenda musica rock, avere un rapporto normale con le ragazze, non rischiare continuamente perfino pene corporali per non avere sufficientemente aderito ad una religione che è nata all’inizio del Settimo Secolo.

E mentalmente non è andata oltre. Finché se ne discute con le pietre e le capre delle campagne, può ancora andar bene, ma chi ha assaggiato la vita in città, all’occidentale, oggi ha soltanto un desiderio: lasciare l’Afghanistan. E si vede all’aeroporto di Kabul. Biden ha fatto la cosa giusta nel modo sbagliato. Secondo me ha già cominciato a pagarla, e non so se mai smetterà di pagarla. Carter non ci riuscì.


 

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