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Esteri
Cina e 100 anni del Pcc, voto in Giappone, congresso in Vietnam e... Il 2021 dell'Asia
(Foto LaPresse)

Doppia circolazione: il sangue passa due volte per il cuore attraverso la piccola e grande circolazione. Circolazione completa: il sangue ricco di ossigeno non si mescola con quello ricco di anidride carbonica.  Per affrontare le sfide del post Covid, la Cina applica le basi del funzionamento del corpo umano a se stessa. Rafforzare la piccola circolazione senza chiudere quella grande, in una dialettica tra interno ed esterno nella quale l'obiettivo principale è rendere il corpo del Dragone (almeno parzialmente) immune agli sconvolgimenti del mondo.  

La Cina ha iniziato il 2020 fermandosi prima degli altri, lo ha chiuso ripartendo prima degli altri (qui lo speciale recap sull'anno appena concluso). Ma per iniziare a intuire la portata e le possibili conseguenze nel lungo periodo di tutto quanto avvenuto nell'anno pandemico bisognerà osservare quanto accadrà in un 2021 che ha in agenda (come abbiamo imparato a scoprire, passibile di sconvolgimenti) importanti avvenimenti e anniversari che, lungi dall'essere mere ricorrenze, assurgono al ruolo di fondamentali snodi (geo)politici dei 365 (stavolta, sì) giorni appena iniziati.

PICCOLA CIRCOLAZIONE

Dal 2020 il Partito comunista è uscito più forte, quantomeno sul fronte interno. Nel recap abbiamo parlato diffusamente della portata simbolica (e concreta) dei viaggi e delle parole di Xi Jinping, della nuova crociata anti corruzione, delle figure emergenti, della visione che il partito ha del mondo post Covid e del suo discorso retorico.

Discorso retorico che nel 2021 toccherà l'apice, visto che a luglio si celebra il centenario della fondazione del Partito comunista. Rampa di lancio verso il 20esimo congresso del 2022 che, con ogni probabilità, sancirà l'avvio del terzo mandato di Xi Jinping, il quale, come già spiegato dopo la chiusura del V plenum, guarda all'orizzonte del 2035. Il presidente cinese sta stringendo ulteriormente il controllo sul partito, sull'esercito e anche sull'economia. 

Partiamo dall'ultimo punto: la simbolica visita nel Guangdong che ha preceduto il V plenum di fine ottobre è servito non solo a chiarire il concetto di doppia circolazione ma anche a far capire i prossimi rapporti di forza tra stato e imprenditoria. Così come, sempre dal Guangdong, Deng Xiaoping aveva avviato nel 1992 una stagione di riforme, aperture e privatizzazioni, questa volta Xi sembra andare in direzione opposta: l'intervento dirigista del governo in campo economico si prospetta sempre più forte.

A dimostrarlo c'è la vicenda dell'ipo di Ant Group, con tutte le speculazioni in corso su Jack Ma, che con ogni probabilità ha scelto di tenere un profilo basso dopo che la sua creatura, Alibaba, è finita nel mirino del partito. Più che una caccia all'uomo, la vicenda che vede coinvolti Jack Ma e Alibaba appare esemplificativa della nuova direzione, o meglio dell'accelerazione data in una direzione già chiara da qualche tempo, delle politiche economiche di Pechino. Accelerazione arrivata anche sul fronte della valuta digitale, come racconta bene Simone Pieranni. Stop alla libertà totale dei giganti tecnologici, con lo yuan digitale lo stato vuole riprendersi il posto da capotavola nel settore bancario e in quello fondamentale dei dati. E intanto il futuro dell'e-commerce ha sempre più caratteristiche cinesi.

Non è l'unico episodio. Sun Dawu, proprietario di Agricultural and Animal Husbandry Group, è stato arrestato. Lai Xiaomin, ex presidente di Huarong Asset Management, è stato condannato a morte.

A marzo, quando sono in programma le "due sessioni", sarà adottato il nuovo piano quinquennale (in realtà quindicennale), che darà maggiori dettagli sulle prossime politiche del Pcc. Quello che è certo è che si punterà sullo sviluppo dei consumi interni e sull'autarchia nel settore dell'innovazione, con importanti investimenti in materia di semiconduttori, il tallone d'achille della strategia tecnologica del Dragone.

Finirà l'era dell'ossessione per la crescita del pil, dopo che nel 2020 non è stato stabilito un target specifico. Dopo il raggiungimento (almeno ufficiale) dell'eliminazione della povertà assoluta alla Cina non basta più solo la quantità, dunque, ma serve anche la qualità. Anche se alle differenze tradizionali tra coste ed entroterra si aggiungono anche quelle tra nord e sud. Ciò nonostante, secondo le stime nel 2021 la Cina avrà una crescita superiore all'8%, meglio di chiunque altro e meglio di quanto accaduto nell'ultima decade. Non solo. Per effetto del Covid, l'economia cinese dovrebbe superare quella statunitense già nel 2028, in anticipo rispetto al previsto.

La Cina, che dal 1° gennaio è dotata di un codice civile, vuole essere più verde, dopo l'annuncio dell'obiettivo della neutralità carbonica entro il 2060, e più "bella". Le città cinesi dovranno essere più smart ma anche più verdi. E potremo forse dire addio alla corsa alla costruzione di nuovi grattacieli. Pechino è intenzionata a dotarsi di una nuova agenzia di prevenzione epidemiologica

A livello politico, nel 2020 Xi ha piazzato dei fedelissimi in nuovi avamposti, a partire da Wuhan e Hubei dopo l'esplosione dell'epidemia. Approvate nuove regole anche a livello comunicativo: criticare la leadership sarà più difficile. Tra le figure in ascesa si segnalano Le Yucheng, viceministro degli Esteri per cui molti prevedono un futuro "luminoso",  Chen Yixin, a capo della nuova lotta anti corruzione nonché "risolutore" dell'affaire Wuhan, Guo Shengkun, vertice della commissione centrale per le questioni politiche e legali e capo di Chen, nonché al timone del nuovo team costruito per colpire le "attività che mettono in pericolo la sicurezza politica".

La "sicurezza nazionale" sarà d'altronde una delle parole chiave anche nel 2021, dopo esserlo stata nel 2020 in particolare in riferimento a Hong Kong. Nell'ex colonia britannica l'anno nuovo si è aperto con l'arresto di una cinquantina di esponenti dell'opposizione, in quella che è la più vasta operazione contro gli attivisti pro-democrazia da quando, il 30 giugno, è stata introdotta la nuova legge sulla sicurezza nazionale. Joshua Wong e Agnes Chow sconteranno la pena in carcere, mentre a maggio si svolge il processo a Jimmy Lai. Credibile ritenere che Pechino sfrutterà l'avvicinamento alle elezioni legislative del prossimo 5 settembre (rinviate di un anno per la pandemia) per stroncare ancora di più l'opposizione.

A livello militare, le nuove leggi in materia di difesa consegnano i poteri di guerra alla Commissione militare centrale, dunque a Xi, togliendoli al Consiglio di stato. La stessa Commissione avrà anche il potere di mobilitare risorse civili qualora lo ritenesse opportuno. Nel frattempo, si continua a lavorare sull'ammodernamento e il potenziamento (come raccontato qui da Elisa Ugolini) dell'Esercito popolare di liberazione, per esempio sui fronti missilistico e navale

Contemporaneamente, dopo il successo della missione lunare del 2020, si punta anche sullo spazio. Chang’e-5, secondo Geopolitica.info, è il penultimo passo prima dello sbarco, con ben 21 missioni spaziali previste per il 2021.

GRANDE CIRCOLAZIONE

Secondo il Japan Times, il 2020 potrebbe essere stato un anno decisivo nel cambiamento dei rapporti tra Cina e Occidente, così come lo erano stati il 1949 (fondazione della Repubblica Popolare) e il 1979 (aperture di Deng Xiaoping). Nella visione del quotidiano nipponico, il 2020 agirebbe come un pendolo, con un ritorno al passato in un allontanamento forse decisivo tra i due mondi. Dopo la vittoria di Pechino nel breve termine, con la ripartenza in anticipo rispetto agli altri, l'Occidente potrebbe voltare le spalle al Dragone sia sul piano economico sia sul piano ideologico con un "esodo di massa" di imprese occidentali dalla Cina.

In realtà, l'ormai celeberrimo decoupling sembra essere un mantra di scarsa coincidenza col mondo reale. Almeno per ora. Secondo le stime di MacroPolo, rispettivamente l'87% e l'89% delle imprese statunitensi ed europee presenti in Cina non avrebbero intenzione di andarsene. E, nonostante il programma China Exit lanciato dal Giappone la scorsa primavera, solo il 4% delle imprese nipponiche hanno lasciato o lasceranno "senza dubbio" la Cina.

L'Europa e gli altri paesi asiatici, dalle potenze medie come Giappone e India fino alle nazioni del Sud-est asiatico, stanno provando a diversificare le proprie catene di approvvigionamento per ridurre la propria dipendenza dalla Cina. Vero. La pressione americana sulla tecnologia cinese, per esempio in materia di 5G, sta avendo effetti su diversi paesi partner. Vero anche questo. Ma, come dimostrano la Regional Comprehensive Economic Partnership firmata tra la Cina e altri 14 paesi dell'Asia Pacifico lo scorso 15 novembre e l'accordo sugli investimenti raggiunto tra Cina e Unione europea proprio in chiusura di 2020, il Dragone è ancora ampiamente interconnesso al mondo. Anzi, sul fronte finanziario approfondisce ancora di più i legami col capitale globale. 

Nel 2021 ci saranno alcuni importanti appuntamenti per capire in che direzione andranno i rapporti tra Cina e Asia Pacifico e Cina e Unione europea (qui il punto di Noah Barkin). A febbraio il summit APEC che sarà ospitato virtualmente dalla Nuova Zelanda dirà qualcosa in particolare sullo stato delle tensioni tra Cina e Australia. Nel secondo trimestre dell'anno dovrebbe arrivare la revisione da parte di Bruxelles dell'accordo sugli investimenti, poi da ratificare al parlamento europeo. A settembre ci saranno invece le elezioni in Germania, che dovrebbero segnare l'uscita di scena di Angela Merkel, grande acceleratrice dell'accordo Cina-Ue e importante punto di riferimento non solo dei rapporti bilaterali ma di tutta la politica estera comunitaria. A Pechino si osserverà con attenzione quello che accadrà a Berlino, per certi punti di vista paradossalmente più importante di quanto accaduto a novembre negli Stati Uniti. Attenzione anche al Regno Unito. Dopo il completamento della Brexit, sarà interessante capire in che direzione andrà il governo di Boris Johnson (mentre i frammenti interni, dalla Scozia al Nord Irlanda, ribollono). Intanto Pechino cambia l'ambasciatore a Londra.

La stessa Belt and Road Initiative, mastodontico progetto commerciale-infrastrutturale-comunicativo-diplomatico ergo geopolitico, è lungi dall'essere stata accantonata. Dopo la pesante frenata del 2019, gli investimenti in ambito BRI (soprattutto grazie al lancio della Via della seta sanitaria) sono tornati a crescere nel 2020, seppure non avvicinandosi ai livelli record del 2017 e del 2018. Come dimostrano RCEP e CAI, regioni come Unione europea e Asia-Pacifico stanno cercando di rilanciare il dialogo multilaterale con la Cina, che accetta di (soc)chiudere l'ombrello (che aveva improvvisamente assunto dimensioni minacciose) della BRI e accompagnare al classico approccio bilaterale del progetto di Xi un approccio più vasto, funzionale anche (seppur soprattutto retoricamente) a sottolineare il ruolo "responsabile" e "globale" di Pechino in confronto agli Stati Uniti dell'America First. Ma questo non significa che la BRI sarà fatta "morire in silenzio". Anzi, il governo cinese ha già dimostrato di sapersi adattare alle circostanze ripensando e riadattando il proprio approccio e i propri programmi senza cambiare le finalità strategiche. Per esempio attraverso la cosiddetta "diplomazia del vaccino", mentre si attende l'esito dell'investigazione dell'Organizzazione mondiale della sanità sull'origine del virus (anche se il team inviato sta incontrando alcuni problemi burocratici e diplomatici).

Nel corso del 2021, la presenza cinese sembra destinata a rafforzarsi in particolare in Africa (qui le 10 tendenze per il prossimo anno del rapporto tra Pechino e il continente), in particolare nel settore privato. Non è un caso che nei primi giorni dell'anno il ministro degli Esteri Wang Yi abbia deciso di andare in viaggio in Africa. Si tratta di una lunga tradizione della politica estera cinese, quella di compiere la prima visita diplomatica dell'anno a quelle latitudini. L'itinerario di Wang comprende Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Tanzania, Botswana e Seychelles. Mentre si stringono accordi di libero scambio con le Mauritius e infrastrutturali in Gibuti (sede tra l'altro dell'unica base militare ufficiale all'estero dell'Esercito popolare di liberazione).

Continuerà la diplomazia dei lupi guerrieri? Stando al discorso di Wang Yi di inizio anno pare di sì. Il Pcc, dopo aver rinsaldato la narrativa interna che troverà il culmine retorico con il centenario, punta a "raccontarsi bene" anche all'estero.

Sulla sfida con gli Usa, chi si attende un ritorno al 2016 dopo la guerra fredda lanciata da Donald Trump resterà deluso. Non fosse altro perché nel frattempo il mondo è cambiato. Biden potrebbe comunque mandare segnali di distensione sul campo commerciale e sulla cooperazione in materia ambientale e sanitaria con il rientro nell'Oms e negli accordi di Parigi. Il nuovo presidente americano potrebbe anche rassicurare il Politburo sulle intenzioni ultime di Washington, accantonando l'illusoria linea della rivolta interna democratica. Le scelte di ambasciatore a Pechino e di consiglieri "asiatici" da parte della Casa Bianca diranno qualcosa in più.

Ma l'obiettivo finale resterà lo stesso di Trump (e di Obama). Cambierà di certo il modo con cui questo obiettivo sarà raccontato. Niente concessioni su 5G e corsa tech, si insisterà sui diritti umani e su argomenti come Hong Kong e Xinjiang (regioni in cui, insieme alla Mongolia interna, Pechino sembra intenzionata a essere sempre più presente). Washington, messi da parte America First e diplomazia del "non farsi fregare", cercherà di riproporre una narrazione retorica tesa a riallineare i partner europei e asiatici a un discorso morale e ideologico che con Trump è rimasto senza voce. Missione comunque non semplice, forse ancor di più dopo l'assalto al Congresso dei pro Trump che favorisce la retorica da "what about" della Cina che paragona i fatti americani a quelli di Hong Kong. Senza contare l'ulteriore spinta che i fatti di Washington daranno alla convinzione che la democrazia occidentale sia in decadenza. Allo stesso tempo, l'assedio potrebbe rendere ancora più evidente la cesura tra i quattro anni di Trump e l'amministrazione Biden, favorendo il discorso retorico del neo presidente e aiutando persino il dialogo con alcuni paesi (per esempio l'Iran), individuando nel tycoon l'origine di tutti i mali. Resta però l'immagine indelebile è quella di un'America frammentata e divorata da un virus interno che il coronavirus non ha fatto altro che portare più rapidamente alla luce.

CINA 2021: L'AGENDA

1 gennaio: entrata in vigore del codice civile

20 gennaio: insediamento di Joe Biden negli Stati Uniti

12 febbraio: Capodanno cinese, anno del Bufalo

22 febbraio: inizia il summit APEC in Nuova Zelanda

5 marzo: iniziano le "due sessioni". Verrà adottato il nuovo piano quinquennale

Marzo: 20esimo BOAO Forum

Marzo: revisione di Bruxelles dell'accordo Cina-Ue sugli investimenti

Aprile: in arrivo l'esito dell'investigazione dell'Oms sull'origine del coronavirus

Maggio: processo a Jimmy Lai a Hong Kong

1 giugno: entrano in vigore le leggi su diritto d'autore e brevetti

23 luglio: centenario del Partito comunista cinese

5 settembre: elezioni legislative a Hong Kong

9 settembre: 45esimo anniversario della morte di Mao Zedong

14 settembre: Assemblea generale delle Nazioni Unite

Ottobre: VI Plenum del 19esimo Comitato centrale del Partito comunista cinese

25 ottobre: 50esimo anniversario dell'ingresso della Repubblica Popolare Cinese nelle Nazioni Unite

30/31 ottobre: summit G20

1 novembre: inizia la conferenza sul clima a Glasgow

Dicembre: apertura della linea ferroviaria Cina-Laos

 

TAIWAN 2021

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Nel 2021 l'attenzione su Taiwan sembra destinata ad alzarsi. La sensazione è che la Repubblica Popolare, dopo aver "risolto" la pratica Hong Kong, si stia progressivamente concentrando su Taipei, obiettivo ultimo della riunificazione nazionale da completare entro il centenario del 2049 (ma nei piani di Xi entro il 2035). Da qui anche la "zona grigia" a livello militare su cui si lavora in prossimità dello Stretto. Da qui una serie di campagne mediatiche che prendono di mira (oltre a singoli cittadini taiwanesi) il DPP, col quale il dialogo, quantomeno a livello ufficiale, appare impossibile. Tsai, dipinta come indipendentista ma in realtà una fautrice dello status quo, vuole un dialogo ma tra pari, senza riconoscere il celeberrimo consenso del 1992 che stabiliva l'esistenza di un'unica Cina ma "con diverse interpretazioni", come ama(va?) ripetere il Guomindang. Dall'altra parte il Pcc chiede come precondizione al dialogo l'accettazione di quel principio.  Lo schema si è riproposto con il discorso di fine anno di Tsai e la risposta (negativa) di Pechino. Da tempo molti osservatori danno per imminente un'invasione di Pechino, magari citando uno dei discorsi di Xi (come l'ultimo in cui chiede ai militari di essere pronti alla guerra) o a quello dei mesi scorsi di Li Zuocheng, arrivato a pochi giorni dal secondo insediamento di Tsai. La realtà è più complicata. Vero che l'ingresso di aerei militari cinesi nello spazio aereo taiwanese (che secondo Pechino non esiste) sono più frequenti, ma la differenza è quantitativa, non qualitativa. Insomma, è cambiata solo la frequenza. Resta certamente il fatto che con più episodi salgono le probabiltià di un incidente che, però, sembra al momento non volere nessuno. Neppure Pechino, che su Taiwan lavora molto soprattutto a livello retorico (come ho raccontato qui).

Al momento le armi a disposizione di Pechino sono limitate, anche perché tutti i sondaggi danno una esponenziale crescita del sentimento identitario taiwanese. Il tentativo è quello di far funzionare una manovra a tenaglia che dall'esterno faccia sentire Taiwan e i taiwanesi insicuri e non protetti dal governo DPP (da qui le azioni a livello militare e diplomatico), dall'altra con il nuovo Guomindang di Johnny Chiang che dipinge Tsai come troppo timida, per esempio sul tema delle relazioni con gli Usa. E non a caso, proprio in questi giorni, ha sottolineato che con l'amministrazione DPP l'interscambio commerciale con Pechino è aumentato, superando quello raggiunto col presidente Ma Ying-jeou (allora criticato dal DPP per voler "svendere" Taiwan alla Cina). Con i sondaggi che evidenziano la crescita del sentimento identitario "taiwanese", è prevedibile che il governo DPP prosegua con la rimozione dei legami storico-culturali con la Repubblica Popolare, compresi programmi tv e libri.

Sin dall'inizio e dalla famosa telefonata a Tsai, Trump ha usato Taiwan come pungolo nei confronti della Cina. Anche se nel 2020 a Taipei qualcuno ha iniziato a temere di essere usato dalla Casa Bianca. D'altronde, Trump aveva promesso di aiutare Taipei a rientrare alle riunioni dell'Oms, salvo poi uscirne lui stesso. Ha imposto il ban all'export di chip e semiconduttori verso Huawei, cliente fondamentale per TSMC, la principale fonderia mondiale che per Taipei rappresenta non solo un pilastro a livello economico, ma anche diplomatico. Seppure il dialogo intrastretto sia azzerato a livello politico sin dall'elezione di Tsai Ing-wen nel 2016, il ruolo di TSMC aiutava Taiwan a essere fondamentale per Pechino, che nel colosso di Hsinchu aveva un tassello imprescindibile della sua catena di approvvigionamento tecnologica. Tanto che il The Diplomat dà voce a una ipotesi circolata molto sulla blogosfera cinese negli ultimi mesi, e cioè quella di una possibile invasione motivata non tanto dalla storia ma dalla necessità tecnologica. 

Con Biden si tornerà al vecchio adagio? "Dagli Stati Uniti abbiamo bisogno di una relazione stabile e duratura, non di un amore appassionato e imprevedibile". Proprio Taipei è il punto più delicato della politica estera della Casa Bianca, che con Trump è arrivata a far traballare quella linea di deliberata ambiguità che contraddistingue le relazioni bilaterali sin dagli anni '70 e dal Taipei Relations Act.

Nel frattempo, Taipei lustra la sua immagine internazionale dopo che, per la prima volta in quasi 30 anni, nel 2020 la crescita economica dovrebbe superare quella della Cina. Le previsioni segnalano un tasso di crescita nell’isola del 2,5% quest’anno mentre Pechino crescerà intorno al 2%. Formosa viene descritta come un "porto sicuro" a livello commerciale.

Il secondo governo Tsai, in carica da meno di un anno, cercherà di stringere legami più profondi con i vicini asiatici. Oltre al Giappone, che ha indicato proprio in Taipei una "linea rossa" da non superare da parte di Pechino, si punta molto su India (non a caso molto vocale su Taipei dopo gli scontri al confine sinoindiano) e Vietnam

In attesa delle elezioni locali (considerate un midterm a Taiwan) dell'autunno 2022, nel 2021 si voterà solo per una tornata di referendum a fine agosto. Tra le materie spiccano nucleare e digitale.

TAIWAN 2021: L'AGENDA

1 giugno: inizia il Computex Taipei

28 agosto: referendum 

25 ottobre: 50esimo anniversario dell'uscita della Repubblica di Cina (Taiwan) dalle Nazioni Unite.

 

GIAPPONE 2021

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Tra i tanti processi e tendenze che hanno subito un'accelerazione a causa della pandemia c'è anche il risveglio geopolitico del Giappone. Tendenza in atto già da tempo, quantomeno dal 2007 e dalla teorizzazione dell'Indo Pacifico di Abe Shinzo. Intervallata poi dal primo ritiro forzato di Abe e dagli eventi di Fukushima scatenati dal terremoto e maremoto di Tokohu, del quale ricorre il decimo anniversario nel 2021.

Tornato al potere di lì a poco, Abe ha saputo costruire e consolidare non solo una stabilità politica sconosciuta a Tokyo nel secondo dopoguerra, ma anche una strategia di politica estera di lungo respiro. Strategia spesso fraintesa come volontà di scontro con la Cina, ma che in realtà mira al rafforzamento di una rete asiatica (o meglio indo pacifica) di potenze medie e attori regionali in grado di alleviare la dipendenza del Dragone. Obiettivo uscito rafforzato dai quattro anni di distratta e imprevedibile presidenza Trump. Tokyo vuole un'America attenta alle mosse della Cina e pronta al confronto, ma non allo scontro. Tokyo promuove il China Exit per delocalizzare le sue imprese ma allo stesso tempo continua a fare affari col Dragone e non vuole pregiudicare opportunità commerciali e stabilità regionale. Tutte cose di cui abbiamo già parlato nel recap del 2020, anno in cui Abe ha dovuto anticipare il suo ritiro e lasciare posto al fidato Suga Yoshihide.

L'anno del Mitsu, il kanji eletto a carattere dell'anno che simboleggia la "distanza" diventato primo comandamento della vita sociale pandemica, ha chiarito anche ai meno attenti che il Giappone ha ambizioni importanti. La sua presenza nel Sud-est asiatico, già vastissima dal punto di vista degli investimenti, si è ampliata andando a toccare anche la sfera difensiva, come dimostra la "missione corazzata" di Suga in Vietnam e Indonesia (primo viaggio all'estero del nuovo primo ministro). Credibile ritenere che si proseguirà sulla strada degli accordi di tale natura con i paesi dell'area, a partire proprio dall'Indonesia dopo un summit in programma nella prima parte dell'anno.

Il consolidamento dei legami con le altre potenze medie dell'Indo Pacifico, a partire da Australia e India, è uno degli obiettivi primari della politica estera del successore di Abe. Non a caso Scott Morrison, primo ministro di Canberra, è stato il primo leader straniero a essere ricevuto da lui a Tokyo. Non a caso si dà grande risalto ai colloqui bilaterali con Nuova Delhi.

Il ritorno dell'America a una politica estera più prevedibile, con Joe Biden, non può che far piacere a Tokyo, così come il ritorno a una dialettica meno aggressiva ma più moralistica con la Cina. Seppure Biden (e Blinken) spingeranno per consolidare la presenza americana ed europea in Oriente, il Giappone continuerà a muoversi in senso "asiatico", come dimostra tra le altre cose la firma della RCEP, in cui Tokyo spera di coinvolgere anche l'India per bilanciare il peso commerciale e diplomatico della Cina. L'esecutivo giapponese punta a un rinnovo dell'accordo sul mantenimento della presenza militare Usa (uno dei tanti accordi messi in bilico da Trump nell'area) in tempi rapidi con la nuova amministrazione Biden, nonostante non sia intenzionato a spendere di più rispetto agli anni passati. 

Tutto da vedere, invece, se si concretizzerà la visita di Xi Jinping a Tokyo. Una visita che sarebbe dovuta avvenire nell'aprile scorso e prima rinviata a causa della pandemia e poi sospesa su richiesta dello stesso partito di maggioranza. Perdurano tra l'altro le tensioni sulle isole contese Senkaku/Diaoyu e Tokyo si è fatta più vocale anche sulla questione degli uiguri, collaborando in materia con i paesi Five Eyes. Proseguiranno invece spediti i rapporti con Taiwan (definita "linea rossa" dei movimenti cinesi). D'altronde, Suga ha nominato Nobuo Kishi ministro della Difesa. Kishi è il fratello più giovane del premier uscente Abe. E' uno dei più ferventi sostenitori della necessità della riforma della costituzione pacifista post Seconda guerra mondiale e in passato si è espresso a favore della possibilità da parte di Tokyo di sviluppare armi nucleari. Kishi è noto anche per i suoi stretti rapporti con Taiwan. Di recente ha incontrato Tsai Ing-wen durante una visita in onore della memoria dell'ex presidente di Taipei, Lee Teng-hui.

A luglio si dovrebbero tenere i Giochi Olimpici rinviati lo scorso anno a causa della pandemia. Eredità che Abe potrà godersi solo dal palcoscenico. Per allora, se Suga non avrà chiamato elezioni anticipate, il partito Liberaldemocratico sarà nel pieno del processo di scelta del suo nuovo leader, che sarà nominato a settembre. Un mese prima delle elezioni generali del 22 ottobre, da cui Tokyo spera di non uscire indebolita e frammentata. Non tanto perché il voto sia in bilico, in assenza di un'opposizione davvero credibile, ma per le fratture interne allo stesso partito di maggioranza che potrebbero far temere un ritorno al periodo dell'instabilità cronica precedente ad Abe.

GIAPPONE 2021: L'AGENDA

11 marzo: decimo anniversario del terremoto e maremoto di Tokohu che portò al disastro di Fukushima

31 marzo: scade l'Host Nation Support tra Stati Uniti e Giappone

31 marzo: nuova scadenza per la joint venture tra Yahoo Network e Line

23 luglio: inizio dei Giochi Olimpici di Tokyo

Settembre: congresso del partito Liberaldemocratico

22 ottobre: elezioni generali

30/31 ottobre: summit G20

COREE 2021

Kim jong un corea del Nord

Dopo mesi di sparizioni e avvistamenti, di voci e indiscrezioni, nonché di vere e proprie bufale, Kim Jong-un ha scollinato il 2020 vivo e vegeto. E ha aperto il 2021 presiedendo l'ottavo congresso del Partito dei lavoratori. Un evento raro a Pyongyang, se si considera che si tratta del primo in cinque anni e del secondo in 40 anni (i due precedenti erano datati 1980 e 2016).

Kim ha  aperto i lavori parlando di fronte a una folla di circa settemila persone (rigorosamente senza mascherina, visto che ufficialmente la pandemia da coronavirus non è arrivata in Corea del nord). E non ha detto cose banali. Il leader nordcoreano ha da una parte lodato gli "splendidi successi" del partito, ma dall'altra ha dichiarato "falliti" gli obiettivi per il miglioramento dell'economia contenuti nel piano quinquennale. Kim ha poi promesso che il partito troverà un nuovo modo per compiere ''un balzo in avanti radicale''.  In molti ritengono che la situazione reale all'interno del paese sia drammatica. Le parole di Kim sul "fallimento" degli obiettivi arriva infatti a poco più di due mesi di distanza dal suo discorso in occasione del 75° anniversario del partito a ottobre, quando ha pianto mentre ringraziava il suo popolo per aver sopportato il triplice colpo all'economia del paese, unico al mondo a doversela vedere con pandemia, disastri naturali e sanzioni "dure e prolungate".

Il Congresso andrà avanti diversi giorni e potrebbe fornire indicazioni utili non solo sul prossimo piano quinquennale ma anche sulla riorganizzazione del "cerchio magico" di Kim, con il ruolo sempre più centrale della sorella Kim Yo-jong. Possibili anche spunti di riflessione per gli sviluppi del futuro prossimo dei rapporti con gli Stati Uniti, che vivono un momento di stasi dopo i due summit Trump-Kim di Singapore e Hanoi, più la photo opportunity nella zona demilitarizzata del 30 giugno 2019.

Ovviamente, osservano con attenzione anche a sud della zona demilitarizzata, dove il presidente Moon Jae-in (rafforzato dalle elezioni legislative dell'aprile scorso) temeva qualche colpo di testa di Pyongyang (ancora non del tutto da escludere) nella fase di transizione Trump-Biden. La Corea del sud spera di rilanciare la partnership con Washington, che negli scorsi anni ha subito diverse battute d'arresto. La richiesta di aumento delle spese per l'accordo difensivo (di oltre il 300%) avanzata da Trump ha causato più di un malumore, per usare un eufemismo. Così come le eccentricità e i colpi di testa del presidente uscente hanno finito per interrompere il processo di dialogo con la Corea del nord che Moon sperava invece di poter rilanciare proprio grazie alla disponibilità della Casa Bianca. I legami con la Cina resteranno saldi, a maggior ragione quando si concretizzerà la visita a Seul di Xi Jinping, rinviata lo scorso anno ma (a differenza di quanto accaduto a Tokyo) riprogrammata.

Prevedibile che Biden riaffermi il legame strategico con la Corea del sud, abbassando le pretese in materia di spesa difensiva. Il presidente americano cercherà anche di favorire la ripresa del dialogo tra Seul e Tokyo, interrotto ormai da tempo per ferite storiche mai chiuse che si sono trasformate in uno scontro commerciale e diplomatico molto attuale, tanto da far saltare il trilaterale Cina-Giappone-Corea del sud. Si attende poi la nomina del prossimo direttore generale dell'Organizzazione mondiale del commercio, ruolo al quale aspira la ministra del commercio, energia e industria Yoo Myung-hee.

Seul, che tra l'altro tornerà al voto il 7 aprile per eleggere un nuovo sindaco dopo la tragica fine di Park Won-soon, è rimasta coinvolta in una vicenda mediorientale. Il ministero degli Esteri sudcoreano ha convocato l'ambasciatore iraniano a Seul per condannare il sequestro di una petroliera battente bandiera del paese asiatico, avvenuto negli scorsi giorni nello Stretto di Hormuz per mano delle forze navali dei Pasdaran.

Sul piano interno, preoccupano le possibili ricadute economiche del (bassissimo) tasso di natalitàmentre si spera di mantenere il coronavirus sotto controllo per non perdere la credibilità e le lodi internazionali conquistate per l'efficace gestione della pandemia, soprattutto durante la prima ondata, che tanto ha giovato (insieme ai successi nel cinema e nella musica con Parasite e Blackpink su tutti) al soft power coreano. Nel 2021 i partiti si inizieranno a organizzare in vista delle presidenziali del 2022. 

COREE 2021: L'AGENDA

5 gennaio: inizio dell'ottavo congresso del Partito dei lavoratori in Corea del nord

31 marzo: nuova scadenza per la joint venture tra Yahoo Network e Line

7 aprile: elezioni per il sindaco di Seul

30/31 ottobre: summit G20

 

 

SUD-EST ASIATICO 2021

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Per il Sud-est asiatico avrebbe potuto essere un anno devastante. E invece da questo 2020 la regione sembra uscire rafforzata, ovviamente con notevoli differenze, a livello (geo)politico e più pronta a ripartire a livello economico. In primis il Vietnam, che ha trasformato un problema (la pandemia) in opportunità facendo valere al meglio la sua presidenza di turno ASEAN che si è conclusa con la firma della RCEP. 

Hanoi ha ceduto dal 1° gennaio la presidenza di turno dell'Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico al Brunei, piccolo e ricco paese chiamato a gestire un momento complesso nel quale non è semplice sfuggire al mondo bipolare. Impresa per assurdo resa più semplice da un insieme di paesi molto diversi tra loro, con posizioni e interessi talvolta divergenti, uniti anche da alcune diffidenze reciproche dettate da motivi storici e culturali.

L'appuntamento politico più rilevante dell'anno è il 13esimo congresso del Partito comunista in Vietnam, che prende il via il 25 gennaio. L'organo supremo del partito eleggerà i 180 nuovi membri del Comitato centrale, nominerà il prossimo leader e approverà il nuovo piano quinquennale. L'avvenimento non poteva arrivare in un momento migliore per il partito, che ha saputo gestire con efficacia la pandemia e ha protetto con successo un'economia ripartita prima delle altre nella regione, favorita anche dagli effetti distorsivi della contesa commerciale Usa-Cina. Non solo. Hanoi ha migliorato la sua immagine internazionale con l'accordo di libero scambio con l'Ue, entrato in vigore lo scorso agosto, e sulla sua posizione non aggressiva ma decisa sulla questione del Mar Cinese Meridionale. Tema sul quale continuerà a cercare una difficile convergenza in sede Asean. Nel frattempo, comunque, sono stati arrestati dei giornalisti critici nei confronti del governo.

Il 21 febbraio si vota per le elezioni legislative in Laos, paese che insieme alla Cambogia appare sempre più integrato alla sfera d'influenza cinese. A dimostrarlo, tra le altre cose, la visita del primo ministro cambogiano Hun Sen a Pechino nelle primissime fasi della pandemia.

In Thailandia, paese colpito più di altri dal Covid a livello economico a causa della sua fortissima vocazione turistica, dovrebbero riprendere le proteste anti governative che nelle scorse settimane sembrano aver perso vigore. Appare però complicato che la cosiddetta Milk Tea Alliance (che unisce virtualmente gli oppositori pro democrazia di Thailandia e Hong Kong con i taiwanesi) possa travalicare la dimensione dei social network, come tra l'altro ben spiegato da Francesco Radicioni in una diretta Instagram con China Files.

Singapore, che sta attirando diversi attori finanziari in uscita da Hong Kong, incasserà un'altra botta positiva d'immagine per aver fatto traslocare il World Economic Forum da Davos. L'edizione 2021 si terrà infatti nella città-Stato, considerata più sicura della Svizzera per la contingenza pandemica.

In Myanmar, Aung San Suu-Kyi potrà consolidare il suo ruolo dopo la schiacciante vittoria alle elezioni dello scorso novembre, ma si continuerà a parlare (soprattutto in occidente) della minoranza musulmana dei rohingya. In Malaysia proseguiranno le turbolenze e le divisioni politiche degli ultimi anni, problema cronico che riduce anche la proiezione all'estero di Kuala Lumpur.

In Indonesia, Widodo cercherà di fermare le proteste per la sua riforma del lavoro, mentre le offerte americane per la normalizzazione dei rapporti con Israele potrebbero farsi meno insistenti con Biden.

Nelle Filippine, Rodrigo Duterte cercherà di favorire la figlia in vista delle presidenziali del 2022, nella speranza di costruire una dinastia politica. E sarà chiamato a una decisione sul rinnovo dell'accordo difensivo con gli Stati Uniti che aveva prima minacciato di stracciare e poi congelato, probabilmente in attesa delle elezioni presidenziali americane.

Per tutta l'area non sarà semplice svincolarsi dalla dipendenza commerciale nei confronti della Cina, ma diversi paesi puntano sulla cooperazione con Giappone (in primis il Vietnam) e India (in primis Myanmar), anche in materia difensiva. Pechino è il primo partner commerciale dell'ASEAN e punta ad allargare la sua influenza utilizzando anche le proprie app (come Bilibili) e l'arma diplomatica del vaccino anti Covid. Tema a cui sono particolarmente sensibili paesi come Indonesia e Filippine, colpiti più duramente degli altri dalla pandemia. Non a caso a Manila il vaccino cinese è stato ricevuto ancora prima dell'approvazione.

Oltre alla questione del Mar Cinese Meridionale, una possibile spina del rapporto con Pechino è la situazione del Mekong. Ancora una volta, in prima fila c'è il Vietnam, ma gli Usa provano a spingere anche sulla Cambogia, chiacchierato porto di navi militari cinesi.

Ancora più a sud, nel Pacifico meridionale, prosegue la battaglia sui cavi sottomarini.

SUD EST ASIATICO 2021: L'AGENDA

1 gennaio: il Brunei assume la presidenza di turno ASEAN

25 gennaio: inizio del 13esimo congresso del Partito comunista del Vietnam

21 febbraio: elezioni legislative in Laos

Febbraio: Summit APEC in Nuova Zelanda

25 maggio: inizio del World Economic Forum a Singapore

Luglio: Filippine, sesto discorso alla nazione di Rodrigo Duterte

Agosto: Indonesia, discorso annuale sullo stato dell'unione di Joko Widodo

Novembre: apre la Bang Sue Grand Station in Thailandia

Dicembre: apertura della linea ferroviaria Cina-Laos

 

ASIA MERIDIONALE 2021

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Il 2021 darà molte risposte sul rapporto tra India e Cina. Dopo gli scontri lungo il confine conteso, le due parti sono chiamate a completare la fase di de-escalation, anche se le tensioni resteranno sulla sfera commerciale e diplomatica. Rispetto ai toni tradizionalmente più soffusi di Giappone o Corea, la dialettica tra Pechino e Nuova Delhi si è fatta fin troppo esplicita. Tanto che l'India sembra aver parzialmente abbandonato il suo tradizionale non allineamento in materia di politica estera, per esempio non criticando ma favorendo il rinnovo dell'accordo difensivo tra Usa e Maldive, oppure rilanciando il Quad con le esercitazioni di Malabar e i negoziati in materia di sicurezza con Giappone e Australia. Il governo Modi si spinge anche nell'area del Sud-est asiatico, come dimostrano la donazione di un sottomarino al Myanmar e le esercitazioni congiunte col Vietnam.

Nella contesa sono coinvolti anche gli altri paesi dell'area. Potrebbero proseguire le scaramucce territoriali tra Cina e Bhutan, mentre la crisi politica apertasi in Nepal preoccupa Pechino, che negli scorsi giorni ha inviato degli emissari per cercare (senza successo) di ricomporre la situazione. In primavera si voterà. Cina e India osservano, perché il posizionamento di Kathmandu dipenderà dall'esito del voto.

Dopo le elezioni del 2020 lo Sri Lanka sembra sempre più vicino alla Cina. Gli Stati Uniti cercano però di recuperare il terreno perduto.

ASIA MERIDIONALE 2021: L'AGENDA

26 gennaio: Boris Johnson incontra Narendra Modi in India

Aprile: elezioni locali in India

28 aprile: elezioni generali in Nepal

30/31 ottobre: summit G20

Novembre: Summit APEC in Nuova Zelanda

 

ASIA CENTRALE 2021

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Il clou, quantomeno a livello elettorale, del 2021 in Asia centrale si vive già all'inizio. Domenica 10 gennaio si va alle urne contemporaneamente in Kirghizistan e in Kazakistan. In circostanze molto diverse. Per il Kirghizistan si tratta di un ritorno alle urne per le presidenziali, dopo le proteste e il caos scaturiti dalle elezioni dello scorso ottobre. I partiti considerati in qualche modo vicini all'ex presidente Sooronbay Jeenbekov avevano ottenuto un successo netto. Ma da lì sono partite delle proteste che hanno portato a un rovesciamento totale della situazione, con le dimissioni di presidente e governo, la liberazione e la nuova cattura dell'ex presidente Atambayev (che qualche mese prima era stato arrestato dopo uno scontro a fuoco fuori dalla sua abitazione e un primo tentativo andato a vuoto), l'avvento di Japarov e le nuove elezioni a gennaio. I candidati in corsa sono 17, ma Japarov è il grande favorito e potrebbe vincere già al primo turno.

In Kazakistan si vota invece per le legislative, ed è la prima volta che accade con il presidente Kassym-Jomart Tokayev. Difficile che qui si assista alle turbolenze del tradizionalmente (ed etnicamente) frammentato Kirghizistan.

Il Tagikistan dell'eterno Emomalī Rahmon, che negli scorsi mesi ha vinto le presidenziali con oltre il 90% dei voti, ospiterà invece in settembre il summit della Shanghai Cooperation Organization (SCO), organismo di cui fanno parte otto paesi (Cina, Russia, India, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan e Pakistan) con sei partner di dialogo (Armenia, Azerbaigian, Cambogia, Nepal, Sri Lanka e Turchia). Un appuntamento molto atteso, dopo quanto accaduto tra Cina e India ma anche tra Armenia e Azerbaigian.

ASIA CENTRALE 2021: L'AGENDA

10 gennaio: elezioni presidenziali in Kirghizistan

10 gennaio: elezioni legislative in Kazakistan

16 settembre: summit della Shanghai Cooperation Organization SCO a Dushanbe, in Tagikistan

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