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Esteri
Cina, bivio tra culto della personalità voluto da Xi Jinping e riforme

Guardiamo alla Storia: la Storia è Maestra di vita, asserivano gli Antichi Romani. E proprio la Roma antica, segnatamente la Roma imperiale, rappresenta un ottimo modello per valutare l’efficacia e incisività dei percorsi di costituzione di un Impero. I Romani inglobavano accogliendo, unificando sotto l’egida dell’aquila imperiale territori diversi e diversificati, i quali mantenevano purtuttavia una loro autonomia – se non politico-economica –  almeno culturale e di pensiero. Questo favorì indubbiamente la coesione all’interno di un’area di influenza divenuta vastissima, coesione aiutata dal senso di inclusività per cui ogni popolo, per quanto militarmente assoggettato, poteva comunque esprimere il proprio pensiero. E concorrere così a un disegno, a una visione, più grandi: quello che oggi è chiamato “big picture”. Questo è il nostro modello, il modello delle Democrazie occidentali, i cui prodromi giuridico-normativi affondano le radici proprio nella cultura classica greco-latina.

Dall’altra parte, invece, c’è il (non) esempio degli imperialismi autocratici, monadistici e repressivi, in cui il potere viene esercitato verticalmente “anestetizzando” le distonie. Due esempi attuali? La dittatura teocratica instaurata dai Talebani nel neo-costituito Emirato Islamico dell’Afghanistan, dove i dettami della sharia devono essere osservati alla lettera, oppure, ça va sans dire, la Cina. Con una differenza: in Cina il potere è de facto concentrato nelle mani di un uomo solo, Xi Jimping; alla guida (o meglio, al comando) del Partito Comunista Cinese e, conseguentemente, dello Stato. Un profilo leaderistico, quello di Xi, che dal 2017 è andato sempre di più assumendo i contorni di un vero e proprio “culto della persona e della personalità“, come evidenziato da Gideon Rachman  in un recentissimo articolo pubblicato sul Financial Times. E proprio dal Congresso del 2017 – osserva lo Studioso, Capo della Redazione Esteri del celeberrimo quotidiano britannico ¬– il pensiero di Xi Jimping è divenuto vera e propria materia di studio, venendo recepito nei programmi didattici dei ragazzi a partire dai 10 anni. Con la variante della fiaba per i più piccoli, dove il Nonno Super-eroe Xi è sempre pronto a prendersi cura di loro. Quali sono i risultati di questa esaltazione dell’ego? Non proficui, ad ampio spettro nemmeno per Pechino.

“Il combinato disposto della venerazione personale”, scrive infatti Rachman sul Financial Times, “con le regole e le imposizioni del Partito Comunista genera, di solito, solo povertà e repressione violenta”. E questo nonostante la controinformazione di regime, per cui Xi sarebbe “un imperatore buono, una guida saggia e fortemente impegnata nella salvaguardia dei Diritti e nella modernizzazione del Paese ”.

Di certo, in ottica cinese risultati positivi ci sono stati e ci sono: dalla lotta e contenimento della corruzione allo sviluppo intensivo dei comparti scientifico e tecnologico, in una prospettiva dual-use che occhieggia continuamente alla ricerca del primato militare. Fino all’adozione di una Politica Estera maggiormente assertiva, predadoria e subitanea nel puntare il dito contro quelle coalizioni che tentino di arginarne le mire espansionistiche. Vedasi in proposito il patto denominato Aukus, suggellato da Australia, UK e U.S.A. (da cui l’acronimo) per la vendita a Camberra di sottomarini a propulsione nucleare, e che determinerà una zona di deterrenza proprio nell’area del Pacifico oggetto degli appetiti cinesi. Una mossa cui il Dragone ha subitaneamente risposto, presentando domanda di adesione al “Comprehensive and Progressive Trans-Pacific Partnership Agreement”: l’accordo di libero scambio fra 11 Nazioni della’area Asia-Pacifico, voluto a suo tempo da Barack Obama per contenere la Cina e in seguito ritirato da Donald Trump, che ora Pechino intende sfruttare a proprio vantaggio, per estendere la sua influenza nella regione.

Purtuttavia, spiega Rachman, sul lungo periodo le derive neo-maoiste e autocelebrative di Xi porteranno nocumento alla stessa Cina. I sintomi già si vedono nella recente crociata contro la ricchezza, portata avanti dal leader per – ufficialmente – ridurre le disuguaglianze, nonché nelle crescenti azioni di controllo delle grandi imprese tecnologiche: misure certo propagandisticamente efficaci, ma che hanno già scoraggiato numerosi investitori, riducendo di conseguenza gli investimenti. D’altro canto, le stesse rivendicazioni su Taiwan, se da un lato esaltano gli animi, dall’altro fomentano la conflittualità con gli Stati Uniti, portandone, nell’immediato, nocumento economico.La variabile predominante in questa evoluzione è, secondo Gideon Rachman, quella temporale. Con il caveat di specificare che cosa si intenda, qui, con variabile: nel 2018, infatti, Xi aveva abolito il tetto di due mandati, originariamente previsto da Deng Xiaoping per rimarcare la natura pro tempore del potere presidenziale.

Questo porta potenzialmente a coincidere la vita di Xi con la sua esistenza al potere, rendendo la variabile non più soggetta a esigenze normative bensì al ciclo vitale del leader. Ed è proprio qui che si annida la differenza fra “modello cinese” e “modello di Xi”: due movimenti antitetici, due forze con direttrice opposta, proprio per l’importanza attribuita al culto della personalità.

“Il modello cinese di riforme e apertura al mondo voluto da Deng Xiaoping era basato sul rifiuto dell’esaltazione personale”, osserva Rachman; dall’altra parte, “la creazione del culto della personalità di Xi, lo studio del suo pensiero e i tentativi di qualificarlo come regolatore delle vite, rientrano in un disegno di influenza globale inquietante”, a cui l’Occidente sta reagendo/reagirà (o per lo meno cercherà di reagire) chiudendosi.

Resta da capire quanto velocemente la società cinese si adatterà ai cambiamenti imposti da Xi, e a quelli scaturiti conseguentemente. È il principio fisico di azione e reazione, il driver dello sviluppo di civiltà e imperi: la marcia della Storia che si innesca quando viene solcato il Rubicone. 

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