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Esteri
Di Stefano (M5s): "Virus? Reazione Ue insufficiente. Italia saldamente euroatlantica"

Dalle possibili ricadute economiche e commerciali a quelle geopolitiche, dalla reazione dell'Unione europea di fronte all'emergenza sanitaria all'invio di aiuti sanitari e al posizionamento internazionale dell'Italia, dal focus sull'export (con un occhio di riguardo per l'Asia) alla crisi libica, fino alle tensioni tra superpotenze. Manlio Di Stefano (M5s), sottosegretario di Stato al ministero degli Affari esteri dei governi Conte I e II, analizza le conseguenze della pandemia da coronavirus sulla politica estera in un'intervista ad Affaritaliani.it.

In che modo la pandemia da coronavirus può cambiare i rapporti tra Stati? In molti, come il ministro Amendola, ritengono che la pandemia provocherà una sorta di rallentamento della globalizzazione con una regionalizzazione degli scambi, quel fenomeno che l'Economist ha chiamato "slowbalisation". È d'accordo? 

È possibile. Certamente ha già portato gli Stati europei a riflettere sulla necessità di avviare un reshoring industriale quantomeno sui settori primari come quelli per l’approvvigionamento dei dispositivi medici. In fin dei conti è una prospettiva positiva perché riporta alcune logiche sociali ad avere il primato su quelle commerciali.

Come giudica l'operato dell'Unione europea durante questa crisi?

L’Unione Europea ha dapprima sottovalutato il bisogno degli alcuni Stati di stabilizzare i mercati e iniettare liquidità nel sistema. Poi, quando la crisi ha colpito i restanti e la posizione italiana è stata dura e coesa, la Commissione ha reagito seppur in maniera ancora nettamente insufficiente. In soldoni, serve un recovery fund da almeno 1000 miliardi altro che MES da 80.

Abbiamo visto che tra i primi paesi ad aiutare l'Italia con l'invio di materiale sanitario ci sono stati Cina e Russia. Allo stesso tempo c'è chi dice che il M5s voglia modificare il posizionamento geopolitico dell'Italia. È così?

Di sciocchezze se ne sentono tante in questi giorni. L’unica verità è che l’Italia è sempre riuscita a coltivare il multilateralismo con sinceri rapporti di amicizia su scala globale. Questo ci ha permesso di avere una mano tesa da parte di Russia, Cina e USA prioritariamente ma anche dai Balcani (Albania in primis) e tanti altri. L’Italia è e resta saldamente nell’asse euro-atlantico.

Uno dei punti principali della vostra azione di governo è l'export. Molti osservatori ritengono che, per diversi motivi, l'Asia possa essere il primo continente a ripartire davvero. È in quella direzione che ci sono i maggiori sbocchi per noi? In che modo la pandemia può influenzare i programmi sull'export?

L’Asia è, a prescindere dal momento storico, il continente più promettente per quanto riguarda l’export. In particolare Cina e Sud Est asiatico crescono velocemente nella classe media, che è quella più propensa a comprare beni di fascia alta come quelli italiani. La pandemia ci ha portati ad accelerare i processi di definizione di una nuova strategia per l’export che si fonda su comunicazione strategica e sul digitale. Per intenderci, in Cina solamente ci sono circa 900 milioni di cibernauti attivi, puntiamo a raggiungerne una fetta consistente e per farlo abbiamo stanziato ingenti risorse nei recenti decreti.

L'epidemia non ha fermato il conflitto in Libia e l'infiltrazione jihadista nel Sahel. Che cosa c'è in gioco per l'Italia su questi temi e come possiamo contribuire al ritrovamento della stabilità in Africa?

Dal primo momento abbiamo puntato ad un processo politico per la Libia. La Conferenza di Palermo, che avevamo messo a punto in quest’ottica, era riuscita a delineare questa strada e, col senno di poi, proprio per questo abbiamo assistito ad una reazione militare da parte del Generale Haftar. Oggi la situazione è sostanzialmente cristallizzata anche per via del disinteresse collettivo legato alla pandemia. L’Italia continua a lavorare con l’Unione Europea per trovare prima di tutto un duraturo cessate il fuoco e un embargo sulle forniture di armi.

Negli scorsi giorni e settimane le tensioni internazionali si sono moltiplicate. La sensazione è che da Washington, dopo le accuse sull'origine del virus, sia arrivata una richiesta quasi di scelta di campo ai partner tradizionali. Questo si ripercuote anche sull'Italia? In che modo il nostro paese può riuscire a mantenere una linea neutrale?

Se ci sono responsabilità sulla pandemia saranno le indagini scientifiche a dircelo e di conseguenza valuteremo. Ad oggi nessuno ha dimostrato nulla e devo essere sincero, nessuno ci ha chiesto di mettere all’angolo un partner piuttosto che l’altro. L’Italia d’altronde non si presterebbe a questo gioco perché crediamo in una sincera collaborazione internazionale come l’unica strada per il benessere del nostro paese per via della nostra propensione economica e sociale.

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