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Esteri
Draghi-Di Maio, riatlantizzazione completata.Blinken e G20 allontanano la Cina

"Cina? Partnership non paragonabile al legame e all'alleanza che abbiamo con gli Stati Uniti". Parola e musica di Luigi Di Maio, proprio lui, il "ministro di Shanghai". L'uomo che dal ministero dello Sviluppo economico aveva dato il via all'adesione dell'Italia alla Belt and Road Initiative di Pechino, finalizzando e accelerando un lavoro per la verità già avviato dai precedenti governi Renzi e Gentiloni. Proprio lui, l'uomo che dalla Farnesina aveva insistito sulla necessità di guardare verso Oriente, con ripetuti viaggi in terra cinese. E sempre lui, che faceva le dirette Facebook per accogliere l'arrivo delle mascherine cinesi all'inizio della crisi pandemica da Covid-19.

La retromarcia di Di Maio

Molto è cambiato nell'ultimo anno. Di Maio, un tempo orgoglioso comunicatore di tutto quanto riguardasse Pechino, ha decisamente cambiato registro. Basti vedere al modo in cui ha presentato il summit virtuale con l'omologo Wang Yi della scorsa settimana, con molte meno fanfare e dettagli sulla "comune volontà di cooperazione" in ambito Via della Seta, come invece rimarcato dalla controparte cinese. O basti pensare a quando è stato proprio lui a suggerire a Giuseppe Conte di non accompagnare Beppe Grillo alla sua visita all'ambasciatore cinese Li Junhua, avvenuta durante il G7 di Cornovaglia in cui Mario Draghi ascoltava Joe Biden parlare di partnership strategica volta proprio a contenere l'ascesa cinese.

Da Pompeo a Blinken, che cosa cambia per l'Italia

Una retromarcia lungo la Via della Seta prefigurata durante la visita del settembre 2020 di Mike Pompeo e suggellata durante la visita del suo successore democratico, Antony Blinken, arrivato a Roma due giorni prima del G20 di Matera. Evento al quale Wang Yi non parteciperà fisicamente, ma solo virtualmente. Anche a raffigurare la nuova distanza tra i due principali poli di potere globale. 

Di Maio appoggia l'Onu sul Xinjiang

Le parole di Di Maio sono state pronunciate durante una conferenza stampa congiunta con Blinken, al termine della riunione ministeriale della coalizione anti-Daesh (Isis). Non solo. Il titolare della Farnesina ha aggiunto che, rispetto alla verifica di eventuali violazioni dei diritti umani da parte di Pechino, l'Italia "è in prima linea in ogni consesso multilaterale", come successo con "il sostegno alla recente iniziativa canadese" e a quella "dell'Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet". Un riferimento, questo, probabilmente, all'annuncio di Bachelet di una trattativa con la Cina per recarsi in visita nella regione dello Xiniang per le presunte violazioni dei diritti umani nei confronti della minoranza uigura.

Usa-Italia, i numeri della partnership commerciale

Non esattamente musica per le orecchie di Pechino, sempre molto sensibili su queste tematiche. A favorire il neoatlantismo non solo di Di Maio ma di tutto il governo Draghi è anche l'atteggiamento completamente diverso dell'amministrazione Biden rispetto a quello dell'amministrazione Trump. Se il tycoon pensava soprattutto a "non farsi fregare" usando il bastone anche sui partner storici, Biden predilige l'uso della carota tornando a "offrire" qualcosa ad alleati tentati dalle lusinghe cinesi.

Non è un caso che la visita di Blinken sia stata anticipata da un report del Dipartimento di Stato in cui si spiega che gli Stati Uniti sono "il più grande mercato di sbocco per le esportazioni del made in Italy al di fuori dell’Unione europea con un interscambio di beni e servizi che l’anno scorso ha raggiunto 80 miliardi di dollari". Così come si sottolineano gli investimenti diretti di imprese statunitensi in Italia, che hanno raggiunto 35 miliardi di dollari con 250 mila posti di lavoro italiani che dipendono da questi investimenti. Draghi ha già mostrato buona volontà a Biden, con il golden power esteso su diversi settori coinvolti nelle mire di aziende cinesi, dal 5G ai semiconduttori fino ai furgoni Iveco e alla promessa di "esaminare" il memorandum sulla Belt and Road.

La Cina si allontana, Grillo permettendo

Dall'altra parte, la Cina è tutt'altro che felice. Non è probabilmente un caso che siano stati riattivati i flussi aerei con tutti i principali paesi europei, tranne l'Italia. La prima a chiudere i voli diretti con la Cina nel momento iniziale dell'emergenza sanitaria. La mossa di Roberto Speranza, nell'anno del turismo e della cultura Italia-Cina (poi cancellato e posticipato al 2022), aveva indispettito non poco il governo cinese, che si era vendicato anche diffondendo l'ipotesi che il coronavirus potesse essere nato proprio in Italia, e non a Wuhan. L'Italia è tornata atlantista, Grillo permettendo. A Draghi l'arduo compito di mantenere aperto un doppio binario diplomatico/commerciale nei confronti di Pechino. 

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