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Microchip, l'Europa lancia un mega piano. Ma il dominio resterà all'Asia

Semiconduttori, l'Europa lancia un mega piano. Ma per ora la leadership è wishful thinking

L'Unione europea ha lanciato la sua sfida per raggiungere l'autonomia strategica. In attesa di quella (chimerica) politica, quantomeno sotto il profilo dei microchip. I celeberrimi semiconduttori fondamentali per produrre pressoché qualsiasi cosa faccia funzionare il mondo del terzo millennio. La commissione di Ursula von der Leyen ha lanciato un mega piano da oltre 43 miliardi di euro, una sorta di European Chips Act tra investimenti pubblici e privati, europei e nazionali, per raddoppiare la quota di mercato globale Ue nella produzione di chip entro il 2030.

Numeri finalmente rilevanti, con l'Europa che si è svegliata da un grande sonno che l'ha resa del tutto dipendente dall'Asia. E ora, mentre le tensioni geopolitiche si inaspriscono, il Vecchio Continente si accorge che non può consegnarsi inerme ad attori esterni. Non un caso che ciò accada mentre gli Stati Uniti cerchino il disaccoppiamento tecnologico con la Repubblica Popolare Cinese. E non un caso che la mossa riguardi proprio i semiconduttori, considerati davvero la componente fondamentale della nuova contesa non solo tecnologica e commerciale ma anche geopolitica e diplomatica.

Basti pensare al fatto che nei mesi scorsi gli Stati Uniti hanno annunciato un maxi piano di investimenti nel settore tecnologico approvato dal Senato. Dei 250 miliardi totali, 52 sono dedicati esclusivamente allo sviluppo dell'industria americana dei semiconduttori. Non solo. Tutte le recenti mosse dell'amministrazione Biden (e di quella Trump prima di lui) sono volte a creare una catena di approvvigionamento che escluda di fatto la Cina. Durante il suo viaggio in Europa, Biden affronterà anche il tema dell'alleanza tecnologica sui semiconduttori con i partner del Vecchio Continente.

Perché l'Asia domina il mondo sui semiconduttori

Capitolo fondamentale della guerra fredda tecnologica tra Stati Uniti e Cina, e oggetto del desiderio di chiunque, i semiconduttori stanno togliendo il sonno anche all'Europa, vista la grande dipendenza per la loro fabbricazione e assemblaggio nei confronti di Taiwan, in prima linea rispetto alle mire di Pechino che la considera un pezzo di proprio territorio da riannettere. I produttori taiwanesi sono stati sommersi di ordini e c'è stata una corsa per ricevere i chip prima degli altri. E allo stesso tempo si sta cercando di diversificare le catene di approvvigionamento per non dipendere troppo da Taipei.

L'Unione europea prevede un piano di sviluppo digitale che prevede di incrementare nettamente gli investimenti in semiconduttori e arrivare a produrre in-house il 20% (dall'attuale 10%)  della produzione totale mondiale, nonché abbassare a 2 nanometri la dimensione dei semiconduttori prodotti. Anche qui, l'obiettivo è cercare di diventare almeno in parte autosufficienti e mettersi al riparo dalle tempeste geopolitiche causate dalla sfida in atto a colpi di semiconduttori e nanometri.

C'è anche chi si è mossa in anticipo. In particolare la Germania. Prima con un negoziato con la Taiwan Semicondutor Manifacturing Company, la celeberrima TSMC, super leader mondiale con oltre il 50% dello share globale di produzione di semiconduttori. Negoziato che dovrebbe sfociare con la costruzione di uno stabilimento di TSMC a Dresda. Sarebbe il suo primo in Europa. Anche se il successivo caso Siltronic rischia di rimettere in discussione.

Un’offerta da 3,5 miliardi di euro della taiwanese Global Wafers per l’azienda tedesca Siltronic è infatti caduta nel vuoto a causa di un cavillo legale. O forse per qualcosa di più, con un "interessamento" di Pechino. Un bel problema per l'Europa, che sui semiconduttori deve rincorrere i giganti asiatici. Il governo ha chiesto all'azienda taiwanese di formulare una seconda offerta ma in risposta l'azienda ha detto che si concentrerà su nuovi progetti negli Usa.

Ma attenzione agli annunci roboanti dell'Ue. Il dominio dell'Asia sembra ancora difficile, anzi difficilissimo, da scalfire. A oggi Taiwan ha il 65,8% dello share globale di fabbricazione e assemblaggio, con Tsmc che da sola pesa il 55,3%. Il dominio è ancora più esteso dal punto di vista qualitativo. In un’industria nella quale “più piccolo è meglio”, i produttori taiwanesi detengono il 92% della manifattura di chip con meno di dieci nanometri, con il restante 8% in mano alla Corea del Sud.

I primi 11 produttori ODM (Original Design Manufacturer) mondiali sono tutti taiwanesi, così come sono sette dei primi dieci contract manufacturers. A Taipei conviene mantenere questa leva diplomatica nei confronti di Pechino. Non a caso, a fronte del possibile parziale inceppamento di quella leva diplomatica, Taipei chiede a Washington un’ambiguità strategica meno ambigua.

E attenzione all'imperioso passo di Pechino. In concomitanza con l'annuncio del piano Usa, il media cinese Caixin ha rilasciato i dati degli investimenti di Pechino nel settore dei semiconduttori, che nel 2020 hanno raggiunto la cifra di 35,2 miliardi di dollari. Un aumento monstre del +407% rispetto alla cifra spesa nel 2019. Se si passa al 2021, nei primi cinque mesi dell'anno in Cina si sono registrate 15 mila e 700 nuove aziende operanti nell’industria dei semiconduttori, dalla progettazione alla produzione di chip.

Secondo report interni di settore, gli impianti di fabbricazione di chip in territorio cinese (tra quelli già operativi e quelli in costruzione) sono ora 91: un anno fa erano 66. Erano già raddoppiati tra il 2017 e il 2019. Il raggiungimento di una produzione ai più elevati standard di qualità potrebbe distare 5 o 6 anni. Ma i sussidi statali sono in costante aumento e la campagna di rettificazione dei colossi digitali in corso sta riorientando big come Alibaba o Tencent sul settore. Il timore degli operatori è che in dieci anni, grazie alle sovvenzioni del governo, le aziende cinesi possano scombussolare il mercato mondiale producendo sotto costo e sconvolgendo la domanda.

E si muovono anche gli altri paesi dell'Asia orientale. Soprattutto la Corea del Sud, che intende mettere sul piatto 450 miliardi. Più del Giappone, che dal 1990 ha visto la sua quota di mercato precipitare dal 50 al 10%. Tokyo ha approntato una task force sull'argomento, con il coinvolgimento diretto niente meno che dell'ex premier Shinzo Abe.

L'Europa si è svegliata dal suo sonno, ma alzarsi in piedi non sarà semplice.

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