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Esteri
Thailandia tra proteste e opportunità in area Asean. Intervista all'Ambasciatore Galanti
Lorenzo Galanti

L'Asia orientale sta diventando sempre di più un'area di primaria importanza a livello economico, geopolitico, strategico. E in Asia orientale non c'è solo la Cina, su ancora più bocche dopo la guerra commerciale (sfociata poi in qualcosa di molto più esteso) dall'amministrazione di Donald Trump e la pandemia da Covid-19. Tra gli snodi fondamentali del panorama orientale c'è la regione del Sud-est asiatico, di cui ci stiamo occupando da diverse settimane con approfondimenti sui paesi Asean (qui il precedente). Tra questi c'è la Thailandia, recente palcoscenico di proteste ma anche luogo di opportunità importanti, anche per l'Europa. Di tutto questo abbiamo parlato con Lorenzo Galanti, Ambasciatore d'Italia a Bangkok.

Ambasciatore Galanti, nelle ultime settimane si sta parlando molto di Thailandia e delle proteste nel paese. Può spiegarci qual è la situazione?

Da luglio la protesta ha acquisito crescente intensità, con una serie di manifestazioni promosse da associazioni di studenti come Free People (prima Free Youth) o gli studenti della Thammasat University, che hanno presentato alcune rivendicazioni politiche: dimissioni del governo attuale, riscrittura della costituzione e scioglimento del parlamento, riforma della monarchia. Quest'ultimo punto, molto sensibile, non era mai stato sollevato in precedenza.  Esiste una legge che tutela l’istituto della monarchia con sanzioni penali fino a 15 anni per vilipendio, anche se non viene più applicata da un paio di anni. Ora si è infranto un tabù. Il gruppo della Thammasat University punta più alla riforma della monarchia, mentre Free People sembra più interessato alle dimissioni del governo e alla riscrittura della costituzione. Sono distinzioni comunque fluide nel contesto di un movimento organizzato in modo piuttosto orizzontale.

Quali sono i punti che si vorrebbero riformare a livello costituzionale?

Il tema costituzionale principale riguarda il ruolo del senato, perché è composto da 250 membri di nomina politica: un terzo dell’intero parlamento è stato nominato dal governo uscente dopo le scorse elezioni. Resta in carica 5 anni, mentre la camera 4. Il senato concorre alla nomina del primo ministro, ed è questo un punto nodale per i manifestanti: un organismo non elettivo che concorre alla nomina del primo ministro. Non è una novità nella storia thailandese, ma è un elemento che gli studenti considerano una limitazione della democrazia, e così anche i partiti di opposizione  Pheu Thai e Move Forward. Ma la Costituzione non si può riformare senza il voto dei senatori. 

Come si può trovare una sintesi tra manifestanti e governo?

È impossibile prevedere come evolverà questa situazione. Politicamente ci possono essere varie soluzioni. A oggi il tentativo del governo è quello di riportare la calma con l’atto unilaterale del primo ministro di revocare lo stato di emergenza grave, mantenendo un atteggiamento delle forze dell’ordine tutto sommato moderato e proporzionato, dato che anche da parte di chi scende in piazza non viene fatto uso di violenza, e avviando un dialogo in Parlamento sulla riforma costituzionale. Ci auguriamo che continueranno a non esserci violenze. 

Al di là delle proteste a Bangkok, quanta unità c'è tra i cittadini thailandesi sulle rivendicazioni di chi scende in strada?

Riguardo alla monarchia, credo che la maggioranza non lo ritenga un tema fondamentale di riforma. C'è molta devozione nel paese nei confronti dell'istituzione. D’altro canto, una parte dell’opinione pubblica ha in simpatia gli studenti perché sono molto giovani e coraggiosi, non sono violenti, e le loro sono percepite da molti come proteste spontanee. Per quanto riguarda il governo, è stato in definitiva eletto da metà degli aventi diritto, che si aspettano che dia priorità ai problemi economici e temono che le manifestazioni possano ulteriormente nuocere alla situazione economica, già difficile a causa della pandemia mondiale. Quindi vi sono visioni molto diverse sulla situazione e sulle proteste. Dal dibattito parlamentare emerge che una riscrittura parziale della Costituzione potrebbe aggregare più consensi.

Lorenzo Galanti, Ambasciatore d'Italia a Bangkok, è nato a Stoccarda, in Germania, nel 1968. Laureato in Scienze Politiche all’Università di Firenze nel 1992.

Entrato in carriera diplomatica nel 1993 presso la Direzione Generale delle relazioni culturali, ha adempiuto agli obblighi militari di leva in Aeronautica Militare nel 1994 e, una volta rientrato al Ministero degli Affari Esteri nel 1995, ha prestato servizio presso il Servizio Stampa e Informazione. Partito per l'estero nel 1997, è stato Primo Segretario commerciale presso l’Ambasciata d’Italia a Damasco fino al 2001, seguendo prevalentemente i settori commerciale, di cooperazione allo sviluppo e consolare. Nel 2001 si è trasferito presso l’Ambasciata a Dakar, con competenza su Senegal, Capo Verde, Gambia, Guinea Bissau, Guinea Conakry, Mali e Mauritania, ricoprendo l’incarico di Consigliere con funzioni vicarie del Capo Missione fino al 2005.

Al suo rientro a Roma, nel 2005, è stato presso la Direzione Generale del Personale fino al 2007, quando ha assunto le funzioni di capo della segreteria del Segretario Generale. Nel 2010 si è trasferito a Washington, DC assumendo in qualità di Primo Consigliere Commerciale la responsabilità del settore economico-commerciale e scientifico dell’Ambasciata. Rientrato al Ministero nel 2014, ha ricoperto l’incarico di capo della segreteria del Sottosegretario di Stato agli affari esteri e alla cooperazione internazionale Sen. Benedetto Della Vedova, effettuando in tale veste numerose missioni in Paesi asiatici e in particolare del Sud-est asiatico. Nominato Ministro plenipotenziario nel 2016, nel 2018 è stato designato quale Ambasciatore presso il Regno di Thailandia, con accreditamento anche in Cambogia e Laos.

Parla inglese, tedesco e francese. Sposato, ha tre figli.

In che modo è stato gestito il Covid?

Sul Covid il governo è stato particolarmente efficace nel contenere, direi quasi evitare il contagio. La Thailandia registra meno di quattromila casi totali, e ormai da tanti mesi gli unici malati sono importati e quindi intercettati all‘arrivo. Sono stati debellati i focolai locali. L'obiettivo ora è mantenere il paese a casi zero. L’opinione pubblica è molto sensibile sul tema, nonostante la crisi del settore turistico. Nessun turista è entrato nel Paese ormai dal 1° aprile, e solo negli scorsi giorni è sbarcato un gruppo di viaggiatori cinesi sottoposti comunque a una quarantena, in virtù delle intese raggiunte durante la recente visita in Thailandia del ministro degli Esteri cinese Wang Yi. Si tenga conto che il turismo incide molto sul Pil, circa il 20 per cento. Ma per i Thailandesi la salute viene al primo posto, come attestano anche alcuni recenti sondaggi.

Dunque, se da una parte c'è stata una gestione sanitaria efficace pare che le conseguenze economiche della pandemia saranno rilevanti in Thailandia. E' così? E quanto di queste ripercussioni economiche già concrete o temute possono aver influito sull'inizio delle proteste?

L'economia, soprattutto il settore del turismo, è in sofferenza. Ci sono grandi catene alberghiere che hanno mezzi finanziari per resistere, mentre gli operatori piccoli e medi e l’indotto di botteghe, ristoranti e altre attività che vivono di turismo sono spesso costretti a chiudere, e questo è piuttosto visibile nel paese. La rete di sicurezza sociale è la stessa a cui si fece ricorso durante la crisi asiatica del ’97-’98: chi perde il lavoro lascia la città e torna al villaggio. Del resto non è una situazione unica nel panorama globale. Il numero di persone sotto la soglia della povertà (oggi sotto il 10%) potrebbe  purtroppo tornare a salire, dopo oltre 30 anni consecutivi di successi della Thailandia in questo campo. La Banca Mondiale parla di 8 milioni di disoccupati, tra settore formale e informale. Ma nella protesta hanno una parte molto limitata, perché sono tornati nelle province di origine, hanno problemi più quotidiani e i temi ideologici interessano loro solo marginalmente. Il Governo ha varato sin dalla scorsa primavera un robusto piano di sussidi, crediti agevolati per le PMI, garanzie bancarie e liquidità per il settore corporate. Ma l’impatto della crisi è significativo e le stime di contrazione per quest’anno di attestano intorno all’8,3%, con un rimbalzo del 4,9% il prossimo anno.

Le proteste possono ripercuotersi sui rapporti tra Thailandia e Ue, per esempio sui negoziati per l'accordo di libero scambio?

La Ue segue con attenzione la situazione. Il fatto che non ci siano state finora violenze è rassicurante. Riguardo al negoziato sul libero scambio, sono in corso contatti tecnici per confrontare le rispettive legislazioni e livelli di ambizione. Siamo in fase esplorativa. Da parte thailandese sono in corso consultazioni pubbliche sul FTA. L’orientamento a oggi nell’Ue è di andare avanti con il re-engagement deciso con le elezioni thailandesi dello scorso anno, dopo lo scongelamento dei rapporti politici alla fine del 2017. I prossimi passaggi saranno la firma del Comprehensive partnership agreement e, speriamo, la ripresa dei negoziati FTA.

Quali sono gli attuali rapporti tra Italia e Thailandia?

La principale novità è che Ferrovie dello stato parteciperà al progetto di alta velocità che connetterà i tre aeroporti di Bangkok e la Eastern Economic Corridor, zona di innovazione tecnologica in prossimità del porto dove è prevalentemente concentrato il settore manifatturiero. Qui il governo ha progetti di sviluppo tecnologico, aree test per il 5G, la creazione di un ecosistema impresa-università-ricerca che favorisca l’innovazione e attragga investimenti anche stranieri. Ferrovie dello Stato è stata scelta come partner di un consorzio sino-thailandese che ha in concessione per 50 anni la linea ad alta velocità. Un primo team di FS è appena giunto nel paese per avviare la creazione di una filiale thailandese di Fs International. Insomma, in Thailandia le infrastrutture vanno avanti e l'Italia c'è. Saipem ha due progetti importanti nel settore energia con l’ampliamento di una raffineria e un progetto nel settore del gas. Ci sono poi nostri investimenti tradizionali con, tra gli altri, Danieli, Ducati, Cavagna group. Anche la Thailandia è presente in Italia con alcuni investimenti, a partire da quello di  Central Group in Rinascente e altri investimenti nel settore alberghiero, per esempio Minor Group attraverso il gruppo Nh. Stiamo cercando di promuovere il dialogo con fondi pensione thailandesi per stimolare investimenti di portafoglio.

In quali settori ci sono margini di miglioramento per la cooperazione bilaterale?

L’interscambio e‘ stato di oltre tre miliardi di euro nel 2019, abbastanza bilanciato con 1,6 di nostre esportazioni. Quest'anno si registra un calo, ma dobbiamo tornare a quel livello. I beni di investimento stanno soffrendo per la contrazione degli investimenti privati, dovremo lavorare molto su quel versante. Ma l'Asean rimane un’area su concentrarsi molto, anche perché secondo tutte le stime rimbalzerà prima e meglio di altre dopo la battuta d'arresto del Covid. La Thailandia nelle stime della Banca mondiale avrà una ripresa un po' più lenta rispetto ad alcuni paesi vicini, ma è un Paese di 70 milioni di persone ed è la seconda economia dell’Asean. Per noi è un mercato importante da presidiare a livello istituzionale, come facciamo con l’ICE, anche con l'utilizzo di strumenti per promuovere presso la grande distribuzione organizzata e le piattaforme di e-commerce il made in Italy, in linea con il Patto per l’export voluto dal Ministro Di Maio. Si tratta di portare nuove aziende e nuovi prodotti, inserirli nel circuito ma anche accompagnarli con un’azione di promozione capillare che coinvolga social media, influencer, blog, video. Se c’è una componente educational che spiega come si cucina il prodotto italiano, il consumatore è incoraggiato. La cucina italiana è amatissima qui, e i ristoranti italiani sono molti, ottimi e molto frequentati. Ma occorre favorire anche la presenza del prodotto italiano sullo scaffale. Stiamo lavorando per consentire l’export in Thailandia di nuove tipologie di prodotto: negli scorsi mesi abbiamo ottenuto il via libera per le mele, per esempio, e con il Direttore ICE ho personalmente accolto il primo container. 

Tra i settori più promettenti può esserci anche quello spaziale, nel quale la Thailandia sembra avere ambizioni importanti?

Nel 2012 era stato firmato un memorandum of understanding tra le agenzie spaziali dei due paesi, poi scaduto. Ora stiamo cercando di riannodare le fila. Visiterò l'agenzia spaziale thailandese, la GSDTA, ai primi di novembre. Nel settore con Italia abbiamo tanto da offrire. Stiamo poi attivamente lavorando a un protocollo scientifico per sostenere progetti di ricerca congiunti in vari settori, creando collegamenti tra le comunità scientifiche dei due paesi. La Thailandia è anche attiva nella ricerca sul vaccino anti-Covid, con cinque progetti di cui uno basato sul mRNA piuttosto avanzato. Un accordo per la produzione qui di un vaccino sperimentale di AstraZeneca è stato concluso recentemente. La Thailandia è conosciuta per il turismo sanitario dal Medio Oriente o dai paesi limitrofi, è meno conosciuta per la ricerca scientifica ma si tratta di un'area da coltivare con attenzione. Direi che è la nuova frontiera dei nostri rapporti.

Nel mondo post Covid quale ruolo può ricoprire l'Asean? E in che modo possono collaborare con essa Italia e Unione europea?

Da settembre, l'Italia è divenuta partner di sviluppo dell'Asean. Questo apre la via ad una cooperazione con l'associazione delle nazioni del Sud-est asiatico  strutturata e basata su alcuni pilastri: sicurezza, commercio e investimenti, connettività, sostenibilità, salute. All'interno di questi pilastri parliamo di progetti di rafforzamento della capacità degli stati membri in alcuni settori, da quello ambientale e infrastrutturale a quello della sicurezza marittima, alla lotta al crimine transnazionale, aree in cui noi abbiamo expertise importanti. I paesi Asean hanno gradi di sviluppo diversi ed esigenze diverse alle quali corrispondiamo con un approccio fondato sul dialogo. La partnership di sviluppo Italia-ASEAN è un fondamento su cui innestare rapporti più stretti a livello anche delle imprese. Al successo del nomina dell'Italia a partner di sviluppo ha contribuito molto l’Associazione Italia Asean la quale, anche in partnership con Forum Ambrosetti, negli ultimi anni ha messo in contatto la business community italiana con le grandi opportunità offerte dall'area Asean. Attirando in questo modo anche l’attenzione dei governi. Questo ha creato una buona predisposizione che ha contribuito al successo della nostra candidatura. Con la Thailandia, uno degli ambiti d’azione prioritari è quello della sostenibilità, essendo Bangkok coordinatore Asean per la sostenibilità dal 2017. L’Italia il prossimo anno presiederà il G20 ed è copresidente del Cop 26, quindi su questo aspetto vedo molte potenzialità. Oggi l’Italia è effettivamente più presente in quest’area del mondo.

La contesa tra Stati Uniti e Cina, con relative minacce di decoupling, si stanno facendo sentire anche nel Sud-est asiatico. Spesso le due potenze, forse soprattutto gli Usa in questa fase, insistono per operare una scelta di campo. Lei copre non solo la Thailandia ma anche la Cambogia e il Laos e dunque ha un osservatorio privilegiato sulla regione: come è vissuta questa tensione geopolitica?

L’Asean vive con preoccupazione questa polarizzazione del contesto internazionale, anche perché, chiaramente, non vuole essere chiamata a operare delle scelte di campo sulle quali la membership sarebbe fortemente a disagio e con sensibilità diverse. L’Asean di oggi intende essere un facilitatore del dialogo, proponendosi con successo come piattaforma di incontro per assumere un ruolo sempre più rilevante nella comunità internazionale. Ne sono un esempio i vertici USA-Corea del Nord, che si sono svolti in paesi membri come Singapore e Vietnam. L’Asean ha 10 partner di dialogo tra cui Usa, Ue, Cina, Giappone, Australia, Corea, India, Russia e i suoi vertici sono occasioni di incontro importanti. Con una convinta adesione al multilateralismo l’Asean ha un approccio che l’Italia e l’UE condividono e appoggiano, all’insegna del dialogo.

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