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Usa: armi all'Egitto, assist ai talebani e... Tutte le contraddizioni di Biden
 Joe Biden
Lapresse

"La democrazia deve prevalere. E prevarrà, di fronte all'assalto dei regimi autoritari e delle autocrazie". Queste enfatiche parole sono state pronunciate lo scorso febbraio da Joe Biden, da poco insediatosi come presidente degli Stati Uniti, durante la conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera. Sin dall'inizio del suo mandato, il nuovo inquilino della Casa Bianca tiene molto a ricordare in qualsiasi occasione l'afflato etico e morale della sua politica estera. Russia e, soprattutto, Cina, non sono solo competitor come negli anni di Donald Trump: sono veri e propri rivali per la loro diversa concezione dei diritti politici e civili. Argomenti che erano passati in secondo piano con il suo predecessore, esclusivamente teso alla necessità di "non farsi fregare" né dai nemici né dagli amici.

Frizioni Biden-Pentagono sull'Egitto

Eppure, qualche contraddizione in questo approccio così moraleggiante si comincia a intravedere. Prendiamo l'Egitto, una vicenda che sta facendo discutere lo stesso Biden con il Pentagono che, come noto, ha ampi gradi di autonomia nella propria linea diplomatica. Anzi, è spesso il presidente a doversi adattare alle direttive della Difesa, come avvenuto a Trump che voleva aprire alla Russia dell'amico Vladimir Putin e si è invece ritrovato impossibilitato a farlo.

L'Egitto, si diceva. Lo strategico paese del Maghreb non si può certo dire che sia una democrazia. Dopo il fallimento delle primavere arabe, al Cairo è tornato un regime da molti ritenuto più autoritario di quello di Hosni Mubarak. A capo c'è il presidente Abdel Fattah al-Sisi, che ha sviluppato legami molto profondi sia con la Russia sia con la Cina. Non solo: i rapporti sono strettissimi anche con le monarchie del golfo, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Nonostante questo, Washington non ha mai fatto mancare il proprio sostegno economico e militare all'Egitto.

Biden parla di superiorità morale ma gli Usa vendono armi all'Egitto di al-Sisi

Nemmeno l'arrivo di Biden ha cambiato le cose. Anzi, il Pentagono ha approvato un nuovo maxi pacchetto di aiuti miitari per circa 1,3 miliardi di dollari da elargire ad al-Sisi. Biden ha chiesto chiarimenti, solevvando preoccupazioni legate al rispetto dei diritti umani. Tanto che è stata convocata un'audizione al cospetto della commissione Esteri del Senato a cui ha partecipato la vice sottosegretario alla Difesa per il Medio Oriente, Dana Stroul. 

Difendendo le relazioni difensive con il Cairo, Stroul ha ricordato l’importanza strategica del Canale di Suez, dello spazio aereo egiziano, della sicurezza marittima nel Mar Rosso e del ruolo che l’Egitto sta svolgendo con Libia e Gaza. Insomma, pragmatismo. E, anzi, il Pentagono ha annunciato che a settembre Egitto e Stati Uniti guideranno 18 nazioni in un'esercitazione militare congiunta via terra, via mare e via aria per promuovere la sicurezza e la pace in Medio OrienteNulla di male, se non fosse che Biden è tornato a sbandierare il vessillo della presunta superiorità morale statunitense.

Biden si ritira dall'Afghanistan e lascia Kabul in balia dei talebani

Non si tratta dell'unico caso. Verrebbe da chiedersi, per esempio, la collocazione di quell'interesse per i diritti umani di fronte al ritiro dall'Afghanistan. Dopo vent'anni di tentata esportazione della democrazia, è stato proprio Biden a operare quello che i suoi predecessori avevano già detto di voler fare da un po': tornarsene a casa. Legittimo, ma il ritiro è avvenuto senza aver prima approntato una exit strategy. Sostanzialmente, gli Stati Uniti se ne sono andati chiedendo ai talebani di fare i bravi.

Ma i talebani i bravi non li stanno facendo. Subito dopo il ritiro hanno iniziato a conquistare terreno, mentre contestualmente le forze armate locali si sfaldavano. Stesso processo avvenuto anni fa in Iraq, quando ritirandosi Barack Obama lasciò sostanzialmente campo libero all'Isis. Le forze armate talebane continuano a conquistare terreno e, secondo numerosi analisti, entro massimo tre mesi entreranno in possesso della capitale Kabul.

Biden: "Forse di sicurezza afghane possono contrastare i talebani". In realtà, si sono già sfaldate

Gli Usa non hanno battuto ciglio. Per Washington le forze di sicurezza locali "hanno quello di cui necessitano" per contrastare i talebani. Tesi quantomeno azzardata, se si considera che nel giro di una settimana sono stati conquistati nove capoluoghi. Praticamente tutto il nord dell'Afghanistan è finito sotto il controllo dei talebani. Nella parte settentrionale del paese è rimasta libera solo Mazar-e-Sharif, ormai accerchiata. In realtà, la ritirata americana lascia ancora più campo libero a Russia e Cina in Medio Oriente. Mosca e Pechino hanno ampliato la loro influenza nell'area negli ultimi anni, con il governo cinese che è già entrato in contatto coi talebani, individuati come la forza prevalente e dunque quella che può garantire stabilità. Unica cosa che interessa a Cina e Russia vista la vicinanza geografica a Kabul, diritti o non diritti.

L'unico modo in cui Biden prova a opporsi è quello di avvertire che spingerà una mobilitazione internazionale che convinca i partner internazionali che non saranno mai riconosciuti se prenderanno l'Afghanistan con la forza. Piuttosto difficile che questo possa fermare l'azione talebana. Anzi, difficile pensare che se le cose si stabilizzino altrimenti l'occidente non si sieda alla fine al tavolo con Muhammad Yaqoob, il figlio del Mullah Omar.

Gli Usa di Biden chiudono un occhio e mezzo anche sull'India

Altro wishful thinking: vedere l'India attuale come una democrazia. In tutti i discorsi e documenti statunitensi Nuova Delhi viene definita come un "like-minded partner". Peccato che da anni sia in atto una pesantissima stretta ai diritti politici, civili e sociali nel paese. Persino etnici, se si vanno a vedere le mosse dell'ultra nazionalista indù Narendra Modi, primo ministro indiano che viene ammansito in funzione anti cinese. Insomma, la presunta superiorà morale ed etica degli Usa di Biden deve ancora manifestarsi.

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