Alimenta è un’antologia di racconti di 16 autori diversi, che trattano temi diversi, con stili diversi ma sono accomunati da un tema: l’amore. L’amore per la vita, che traspare in tutti gli scritti e nella finalità del progetto: la beneficenza. Il volume è edito da Il foglio al costo di 14 euro, e alcuni versamenti sono già stati fatti alle famiglie della parrocchia dello Spirito Santo di Benevento.
“Un filo rosso che rende il tutto coeso e motivato da un intento comune: dare voce all’inespresso, al ricordo, alla speranza, senza la quale non vi può essere futuro neppure nella dimensione individuale.” Ricordo, speranza e futuro sono tre elementi che dominano il nostro quotidiano intrappolato in un lockdown che va ben oltre le restrizioni da Covid e rischia di mettere in gabbia anche la nostra mente, ma, spero, non il nostro cuore. Ecco perché a colpirmi maggiormente è stato il racconto di Lucia Caruso, per la familiarità del tema e la sua triste attualità.
Tutti noi nel corso di questo anno abbiamo dovuto prenderci cura più che mai delle nostre relazioni umane, messe a dura prova dalla malattia, dalla lontananza, dalla solitudine e a volte, purtroppo, dalla morte. Legami che si sono spezzati, indeboliti, rafforzati, trasformati. Nel caso degli anziani, la questione si è fatta ancora più delicata: affetti fragili da preservare più della nostra stessa vita, una lotta continua tra la voglia di stare loro il più vicino possibile e la paura di portare loro il temibile contagio.

Lucia Caruso, nel brano La rosa e il nonno, affronta con delicatezza questo tema, raccontando il legame speciale tra una nipote e suo nonno, in cui si rispecchia una delle più alte forme d’amore tra esseri umani: prendersi cura di chi a suo tempo si è preso cura di noi.
Ecco il racconto di Lucia Caruso, tratto da Alimenta, in esclusiva su affaritaliani.it:
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La Rosa e il nonno
Quando la brezza del mattino le accarezzò leggera i petali, la rosa cominciò a parlare: “La mia vita è breve, lo so; è lo scotto che ogni cosa bella deve pagare; io sfiorisco presto, ma la gioia di chi mi guarda è infinita. Cosa sarebbe il mondo senza le rose? Sarebbe grigio e triste, come una casa senza bambini o una città senza giovani.”
“Che smancerie, brontolò la patata, piantata lì proprio quell’anno da un giardiniere distratto, a che servono le rose?”
“Zitta tu, che là sotto non vedi e non sai nulla.”
“A parte che ho anch’io qualche foglia, rimbeccò la patata, quando mi prendono e mi fanno cuocere, muoio ma almeno faccio del bene a qualcuno.”
“È la solita gara fra il bello e l’utile, vecchia quanto il mondo, disse la quercia, la ascoltavano già le mie cugine sequoie del parco di Yellowstone, quelle che hanno pianto la morte del presidente Lincoln.”
“Lì i grandi presidenti li ammazzano sempre”, piagnucolò un cespuglio di lavanda, seminata anni addietro.
“Noi siamo più bravi, disse l’ippocastano, al massimo li facciamo dimettere.”
“No, il fatto è che non ci sono grandi presidenti”, osservò sconsolato il ranuncolo.
“Non buttiamo la roba in politica, qui non siamo a Roma e nemmeno in un talk show”, protestò il platano.
“Vorremmo sentire discorsi più intelligenti, alitarono, svettando in alto, i cipressi, non le solite baggianate che sembrano un romanzo moderno.”
“Dovreste essere gli ultimi a lamentarsi. Per la vostra abituale funzione non siete ben visti, anzi siete invisi, come ha scritto Orazio”, sentenziò l’olmo, che era cresciuto nel giardino del Liceo Classico.
“Saremo anche invisi, però noi li accompagniamo soltanto: al cimitero ci vanno gli uomini”.
Nonno Alberto chiuse il libro e si alzò dalla poltrona. Si accostò al letto della piccola Marta e si avvide che dormiva, placida, con le labbra che accennavano un tenero sorriso. Adesso poteva andare a letto anche lui. Per tutto il giorno Alberto attendeva quel momento, quando Marta si coricava e lui le leggeva una fiaba. Qualche volta barava: era lui che inventava le storie, soprattutto quelle che era convinto sarebbero piaciute alla bambina. Quella dei fiori che parlavano, per esempio, era sua ma tutte le volte ne modificava il contenuto. Sapeva bene che Marta non avrebbe potuto comprendere la storia del bello e dell’utile. Lei, però, amava molto i fiori.
Un giorno l’aveva sentita parlare con un mazzo di rose, ormai secco, finito nella pattumiera. “Chi vi ha buttato in questo secchio? Dovrò dirlo alla mamma. Così non va bene”.
“Siamo appassite, cara bambina”.
“Come? Cosa vuol dire che siete appassite?”
“Non vedi come siamo ridotte? Non siamo più belle”.
“No, non è vero che non siete più belle”.
“Ci stiamo pian piano sfogliando; i colori sono spenti”.
“I colori? Non risplendete più? Chi lo dice?”
“Chi ci ha buttato via perché non serviamo più”.
“Bugia, guarda che bel colore giallo: riuscite ad illuminare persino questo brutto secchio”.
“Ormai non abbiamo più la forza di alzare la testa, mia cara”.
“Volete dire che il vostro capo si è piegato”
“Sì. Le foglie sono avvizzite e tra un po’ lo stelo resterà da solo. Che malinconia!”
“Sì, è vero. Avete reclinato il capo. E allora?” “Allora bisogna separarsi, piccola cara. Noi moriremo e tu conoscerai altre nostre sorelle”.
“Questo non mi piace”.
“È la vita, tesoro”.
“Rispondete allora a questa domanda: cosa facciamo quando il nonno sulla poltrona, con il libro in mano piega la testa? Lo buttiamo forse nella pattumiera?”
Le rose non risposero più.
“No, no, nonno Alberto non lo buttiamo nella spazzatura. La mamma mi sentirà!”
Ed era andata avanti nel suo dialogo immaginario finché non aveva scoperto la presenza del nonno. Alberto non ne aveva parlato con nessuno. Marta allora aveva cinque anni e viveva una vita serena, insieme ai genitori e al nonno materno che, rimasto vedovo due anni prima, intontito dal dolore per la perdita della compagna di una vita, si era lasciato convincere ad intraprendere un nuovo viaggio, accettando di andare a vivere a casa della figlia Flavia.
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In realtà la ragazza era contenta di avere il padre in casa: era un uomo colto e gentile, paziente e premuroso, discreto e generoso, pronto a intervenire ogni qualvolta fosse richiesto il suo aiuto. Si occupava di Marta come poteva; la bambina era innamorata del nonno, il quale cercava di non invadere gli spazi che erano propri della figura paterna. Trascorrevano molte ore insieme, visto che i genitori della piccola lavoravano fino a sera.
Durante la loro quotidiana passeggiata, ora nel parco cittadino, ora in campagna, quando Alberto guidava ancora, le aveva insegnato a riconoscere fiori, piante e arbusti; a distinguere il canto degli uccelli e il verso degli animali. Una volta l’aveva portata in stazione: si erano divertiti (entrambi coprendosi le orecchie con le mani) a veder sfrecciare Italo o la Freccia Rossa e la bambina gli aveva detto che un giorno avrebbe preso quel treno.
“Allora, non ti vedrò più”.
“No, nonno. Io tornerò sempre da te”.
Alberto l’aveva stretta a sé e la malinconia era sparita. In un battito d’ali Marta era cresciuta: eccola immortalata in una fotografia con il suo grembiule bianco e il fiocco rosa, pronta per il suo primo giorno di scuola in Prima Elementare. Gli occhi verdi di Alberto erano brillanti, pieni di orgoglio e di amore. Aveva avuto proprio lui il privilegio di accompagnarla.
Il bidello, ancora oggi, sarebbe pronto a giurare che quel nonno aveva trascorso tutta la mattinata nei paraggi dell’Istituto. Adesso c’erano i compiti da fare, ma Alberto aveva un metodo tutto suo per rendere più agevole e divertente l’apprendimento di Marta. Le chiedeva, tutte le volte, di dialogare con i nuovi elementi con cui veniva a contatto. Per esempio per imparare a scrivere e a leggere le faceva di- segnare un oggetto (casa, albero, treno) e le chiedeva di immaginare un dialogo con il soggetto che aveva raffigurato. Quando gli elementi con cui la bambina voleva interagire erano due, nonno Alberto interveniva nel dialogo e scriveva tutto quello che si dicevano. Marta ricopiava il testo e poi lo leggevano. Non era certo un metodo ortodosso e tanti pedagogisti, se lo avessero saputo, avrebbero gridato allo scandalo. Tuttavia Marta imparava e si divertiva.
Arrivò il momento dell’autonomia e i dialoghi immaginari furono abbandonati. La sua materia preferita era la Storia; diceva che era tutto merito del nonno e della maniera in cui le descriveva i personaggi storici. Si innamorò di Carlo Magno: lo immaginava bellissimo e risplendente nella sua armatura, quando a soli 26 anni fu proclamato re dei Franchi, poi re dei Longobardi e infine primo imperatore dei Romani. Le sembrava quasi di vedere, proprio il giorno di Natale dell’800, papa Leone III in Vaticano nell’antica Basilica di San Pietro, mentre lo incoronava imperatore del Sacro Romano Impero.
Il nonno le aveva promesso che un giorno sarebbero saliti su uno di quei treni che tante volte avevano visto sfrecciare e l’avrebbe portata a scoprire le meraviglie di quella Basilica. In seguito, grazie ad Alessandro Manzoni, aveva scoperto che il suo eroe aveva ripudiato Ermengarda per sposare un’al- tra. Una delusione cocente. A nulla erano valsi i tentativi del nonno di giustificare il comportamento di Carlo, non più Magno agli occhi di Marta, con la ragion di Stato, il fine primario di ogni buon governante.
Per Marta le ragioni del cuore (viveva la fase adolescenziale dei primi innamoramenti) dovevano essere prioritarie. Fu la caduta di un mito. Marta comunque continuava a crescere sana e solida, circondata da un amore che la rendeva sempre più forte e sicura. Con il ginnasio arrivarono nuovi ideali: giustizia, pace, libertà, democrazia. Solone e Clistene divennero oggetto di appassionate discussioni con nonno Alberto, suo interlocutore preferito e costante punto di riferimento.
Oggi Marta studia Storia all’università. Ha quasi ultimato il suo corso di studi. Nonno Alberto le è sempre accanto ma adesso è lei quella che racconta, quella che lo informa dei suoi progressi, delle sue ricerche. In particolare, dopo aver ascoltato un giorno la testimonianza di una Grande Ebrea, Liliana Segre, ha deciso di indagare sulle condizioni in cui vivevano le bambine nei lager; sulle privazioni sopportate; sulle violenze subite; sulla difficoltà e il disagio di gestire lo sviluppo femminile, di cui gli storici non par- lano; sui traumi riportati dalle donne superstiti.
Insomma Marta è diventata una donna colta e gentile, proprio come suo nonno. È lei che si occupa di tutto. Della casa, come della spesa. Se prima, ad esempio, era Alberto a cucinare per Marta, adesso è lei che cucina per lui. Tutto procede serenamente fra nonno e nipote, ignari della tragedia immane che sta per abbattersi sull’uomo, minuscolo corpuscolo dell’Universo. Da qualche mese, infatti, Alberto non esce più; Marta solo per necessità. Dialoga con i suoi professori tramite Skype, uno strumento di comunicazione inconsueto per il vecchio, inflazionato per la giovane.
Un silenzio surreale copre il mondo, tutto è fermo, tutto è di- ventato niente. Ogni cosa è come se fosse avvolta in una bolla, sospesa e così fragile da rischiare di scoppiare da un momento all’altro. Soprattutto le metropoli, Roma, Milano, Parigi, Londra, New York, le distese aree urbane cinesi e giapponesi, appaiano spettrali. I luoghi più piccoli e con un esiguo numero di abitanti sembrano definitivamente abbandonati. Un senso di smarrimento collettivo colpisce l’uomo che finalmente si rende conto di essere una piccola, impotente cosa.
Mentre lui è relegato in casa, l’erba si insinua tra il cemento di strade e marciapiedi. La natura si riappropria del maltolto. Il silenzio regna sovrano. Non si sentono più neppure le sirene delle ambulanze: non trovano alcun ostacolo sulla loro strada. Tacciono anche le campane delle Chiese. L’Italia e il mondo assistono tramite TV ai riti pasquali trasmessi in diretta dal Vaticano. Papa Francesco, con la sua veste bianca, da solo in Piazza San Pietro, avanza con passo malfermo ma con piglio deciso e celebra la Messa in un’atmosfera rarefatta e carica di emozione.
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Mentre i monumenti nazionali dei vari Paesi vengono illuminati dai colori delle rispettive bandiere, si consuma un dramma di portata mondiale. Il tempo si ferma nelle case ma corre troppo veloce nelle corsie degli ospedali. Sempre più spesso qualcuno deve prendersi il drammatico incarico di decidere chi continuare a curare, sperando di strapparlo alla morte, e chi lasciare andare perché le probabilità di sopravvivenza sono estremamente basse. Non c’è nessuno a vegliare accanto ai moribondi; nessun parente o amico a stringere loro la mano, ad abbassare pietosa- mente le loro palpebre.
Tanti arrivano a pensare che sia stato un bene aver perso il padre o la madre, un fratello o un compagno prima che la pandemia da Covid 19 impedisse anche questo contatto. È vero, si muore soli, ma non perdiamo l’illusione che quel momento possa essere meno doloroso se accompagnati da chi amiamo. Tutte le sere nonno Alberto e Marta, prima di andare a letto, invece di raccontarsi fiabe parlano dei loro progetti futuri: si rifiutano di permettere al virus di annichilire le loro esistenze. Ma, quando si ritrovano da soli nei loro letti, la ragazza è angosciata per il nonno, il nonno piange silenziosamente per la paura di perdere la sua ragazza.
Ai familiari non conviventi è fatto divieto di incontrarsi: per fortuna Marta e nonno Alberto non si sono mai separati. Mai. Da quando Marta parlava con le rose. Mai. Fino al 24 aprile 2020, quando un’ambulanza a sirene spiegate lo ha portato via. Sì, proprio quando tutto sembrava finito. Quel drammatico pomeriggio Marta non ha mai smesso di guardarlo negli occhi. Mentre il personale medico si adoperava intorno ad Alberto, i loro occhi verdi parlavano per loro e nessuno poteva sentirli: “Ti sono vicina, nonno”.
“Stai tranquilla, ce la farò”
“Lo so, nonno. Non mi lascerai in questa maniera”.
“Abbi cura di te. Continua a studiare”.
“Sì, nonno”.
“Voglio vederti laureata”.
“Assisterai alla discussione della tesi”.
“Certo, bambina mia”.
“Ricordati: lo hai promesso a mamma e papà quando ci hanno lasciato per quel maledetto incidente”.
“Lo so, non ho ancora finito con te”.
“Allora ti aspetto”.
“Contaci. Ma fammi una promessa”.
“Quale?”
“Riguardati e non cercare di venire in ospedale”.
“Starò attenta nonno. Adesso non posso accompagnarti in ospedale ma quando sarà possibile, verrò”.
“Ti voglio bene, Marta”.
“Ti voglio bene, nonno”.
Mancano poche ore a Natale. Da aprile Marta non vede il nonno. Ha trascorso ore, giorni, mesi nel terrore di non rivederlo più. Ha mantenuto la promessa, continuando a studiare e sempre attenta a rispettare tutte le nuove regole. In giugno ha cominciato ad avvicinarsi all’ospedale, ogni giorno, senza mai poter entrare. Sulla panchina di un giardino pubblico, dal quale si intravede almeno una facciata dell’ospedale, ha trascorso interi pomeriggi, leggendo o studiando. Restando là, le sembrava di essere più vicina a nonno Alberto.
Così, ogni giorno, fino a quando nuove restrizioni glielo hanno impedito. Si è ritornati alla chiusura, prima parziale e poi totale, delle attività e Marta è ancora una volta chiusa in casa, questa volta nella casa vuota perché suo nonno non c’è. La ragazza non si è abituata a vivere senza di lui, né vuole farlo. Nonno Alberto è ancora in ospedale. Per fortuna o per miracolo. Dipende dai diversi punti di vista dai quali si vuole considerare l’accaduto.
Adesso Marta può avere notizie sul decorso della malattia tramite la telefonata quotidiana che fa ai medici. In particolare ella ricorda una telefonata. Era fine novembre. Una conversazione ben nitida nella sua memoria, malgrado l’inesorabile e lento scorrere dei giorni. Una voce gentile e premurosa la informa sulle condizioni di salute del nonno. “Stia tranquilla! Nonno Alberto è una roccia e le vuole molto bene”.
“Lo so. Lei non può immaginare quanto gliene voglio. Neppure io pensavo che fosse così forte il legame che ci unisce”.
“Mi creda, signorina, poche volte, per non dire mai, ho sentito con tanta intensità la forza dell’amore”.
“Pensate che potrò riportarlo a casa?”
“Crediamo proprio di sì. Ma dobbiamo avere ancora un po’ di pazienza. Sia fiduciosa”.
“Sempre”.
“La chiameremo il giorno stesso delle dimissioni”.
“Speriamo presto”.
“Ce lo auguriamo tutti”.
“Grazie”.
Da quella telefonata è trascorso quasi un mese, durante il quale Marta ha vissuto praticamente in attesa di sentire lo squillo della linea fissa. Stamattina, 24 dicembre, dopo una notte di agitazione, di ansia e di aspettative, ha indossato un pantalone nero e una bella camicetta bianca, con il collo ricamato, trafugata da tempo dall’armadio di sua madre. Ricordava che quando nonno Alberto l’aveva vista la prima volta con quella camicetta, si era commosso e per un attimo l’aveva scambiata per sua figlia. L’aveva chiamata ‘Flavia’. Era diventata proprio bella Marta e Alberto non poteva non riconoscere in lei le fattezze della figlia.
La ragazza, quel 24 dicembre, non riusciva a concentrarsi. Desiderava con tutte le sue forze trascorrere con il nonno anche quel Natale. Era stata tentata di non allestire neppure il presepe, quell’an- no. Poi, il ricordo di quanto nonno Alberto amasse le festività natalizie, l’aveva convinta a portar giù dal solaio tutto l’occorrente. Non avrebbe deluso il nonno, se fosse stato dimesso. Ecco, era quel “se” che la tormentava. Si rimproverava di crederci poco: cosa le diceva sempre Alberto? “Se tu per prima non credi di ottenere quello che desideri, non ci crederanno gli altri.”
Il mattino trascorse senza nessuna novità. Alle 15 aveva ormai perso le speranze. “Va bene, vecchia cornetta. Hai deciso di non farmi sentire la tua voce”, disse con astio rivolta al telefono. (Già, in quei mesi era tornata ai dialoghi con gli oggetti).
“Non è colpa mia; non puoi prendertela con me”.
“Hai ragione, perdonami. È che sono disperata. Mi ero convinta che il nonno sarebbe ritornato”.
“Sii paziente, cara. Posso ricordarti una cosa?”
“Cosa?”
“Ti ricordi quanti anni ha nonno Alberto?”
“No, questo non te lo consento. È un colpo basso”.
“Va bene, allora porta pazienza”.
“Sì, pazienza! Natale è domani. Hai ragione tu. Posso ancora sperare che il miracolo accada”.
“In fondo sono stata più fortunata di tutte le persone che hanno perso i loro cari portati via dai camion dell’esercito. Non per tutti il Natale è una festa”.
“Giusto, ragazza”.
“Sei vivo, nonno. Questa è la sola cosa che conti”.
