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Cutolo e il libro di poesie regalato a De André, ringraziamento per don Raffaè

Don Raffaè è tra canzoni più conosciute e amate di Fabrizio De Andrè, un classico della musica italiana. Nel 1990 il boss camorrista Raffaele Cutolo, convinto che il più importante cantautore italiano gli avesse dedicato un omaggio, gli scrisse per ringraziarlo e inviargli il proprio libro di poesie.

"Immaginate la mia sorpresa quando ho ricevuto una lettera di Cutolo che mi faceva i complimenti per la canzone - raccontò De Andrè - e aggiungeva: 'Non capisco come abbia fatto a cogliere la mia personalità e la mia situazione in carcere senza avermi mai incontrato'. Non si era offeso e gli era piaciuto il verso Don Raffaè voi politicamente, io ve lo giuro sarebbe 'nu santo e anche quello in cui il secondino gli chiede il favore di trovare un posto di lavoro a un suo parente. Alla lettera Cutolo aveva allegato un libro di sue poesie. Almeno un paio davvero pregevoli. Gli ho risposto per ringraziarlo. Recentemente mi ha scritto ancora. Però stavolta non gli ho risposto. Un carteggio con Cutolo non mi sembra il massimo”.

In 1.500 circa furono uccisi nella guerra di camorra soltanto nel periodo 1978-1983, un bollettino che imbottì gli obitori della Campania di camorristi e vittime. Quante le vittime di Cutolo? E quali delitti ordinò?

Un ossario pieno: dal vice direttore del carcere di Poggioreale, Giuseppe Salvia, al boss della mala milanese Francis Turatello al già luogotenente Antonino Cuomo e a sua moglie, Carla Campi. Lasciarono un piccolo orfano, a cui Cutolo dedicò una poesia: "Purtroppo i genitori erano maestri di tradimento, infamie, calunnie./ Bimbo testimone innocente, cresci sano e diverso./ Dimentica tutto per una vita migliore". 

Perché Cutolo fu poeta. Un primo libro nel 1980 (Poesie e pensieri) che colpì persino Goffredo Parise (il quale non s'era accorto che 'o professore plagiava parzialmente il grande poeta napoletano Ferdinando Russo); un secondo (Poesie dal carcere) nel 2019. E Cutolo fu anche poetato. Oltre che da Fabrizio De André, da Giuseppe Tornatore col film Il camorrista (nei suoi panni Ben Gazzara), che si continua a proiettare e continuerà a ispirare - quest'è la verità - chi ha preso la via sbagliata. E che sostanzia la "inalterata fama criminale" (parole dei giudici) di 'o professore, perché le tv locali ancora lo ritrasmettono.

La canzone Don Raffaè fu scritta da Faber con Massimo Bubola e Mauro Pagani (anche autore della musica) nel 1990, contenuta nell'album Nuvole, e malgrado l'entusiasmo e la vanità apparentemente appagata di Cutolo, non è dedicata al camorrista né parla di lui. Di certo prende ispirazione dalla sua figura - come ha ammesso lo stesso De Andrè - ma come sempre nelle opere del cantautore genovese è solo la scusa per denunciare qualcosa di più grande e più grave. In questo caso si tratta della situazione critica delle carceri italiane negli anni Ottanta e la sottomissione dello Stato al potere della criminalità organizzata

Faber, inoltre, concentra la sua attenzione non tanto sul boss malavitoso rinchiuso in carcere, quanto su Pasquale Cafiero, brigadiere del corpo di polizia penitenziaria del carcere di Poggioreale. Nella storia cantata da De Andrè l'agente di custodia è culturalmente sottomesso al boss che lui riconosce detentore della vera autorità e, per questo, arriva a considerarlo un galantuomo ingiustamente costretto a vivere in carcere. Pasquale è succube della cultura della sua terra in cui spesso la malavita sostituisce lo stato e cerca il consenso di quello che reputa un uomo "sceltissimo immenso" e per questo gli offre speciali servigi (come fargli la barba o il caffè).

In quanto vera autorità riconosciuta a cui si sente devoto, il brigadiere gli chiede diversi favori personali (come il prestito di un cappotto elegante di cammello da sfoggiare a un matrimonio o un posto di lavoro per il fratello "che da 15 anni sta disoccupato, isso ha fatto 40 concorsi, 90 domande, 200 ricorsi"). E il gesto di offrirgli ripetutamente un caffè, del quale esalta la bontà ("ah che bell' 'o cafè pure in carcere 'o sanno fa' co' a ricetta di Ciccirinella compagno di cella preciso a mammà"), è un atto di devozione e un gesto dettato dal desiderio di compiacere l'autorità per avere dei piccoli vantaggi personali.

Pasquale Cafiero diventa così uno dei tanti personaggi amati da De Andrè, i diseredati, gli ultimi, ai margini della società, quelle 'anime salve' del suo ultimo album dove il termine 'salve' etimologicamente significa 'solitarie'. E il "brigadiero del carcere oinè" è un uomo solo, mediocre, sottomesso, deluso. E la sua solitudine è, nel brano di De Andrè, ancor più forte ed evidente di quella di don Raffaè. È lui il protagonista della canzone ed è a lui che va la simpatia e la pietas di Faber. Con buon pace di Raffaele Cutolo.

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