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Dalla ‘ndrangheta al carcere: "Il crimine non paga". La storia vera di Manuel

All’inferno e ritorno: un uomo nella ‘ndrangheta, in carcere e verso una nuova vita. Matteo Zilocchi per San Paolo Edizioni. Intervista all’autore

Manuel è un bambino come tanti, cresciuto in una famiglia per bene, di lavoratori onesti, che vive però in un quartiere difficile, alla periferia di Milano, dove il crimine la fa da padrone. È a scuola che viene a contatto per la prima volta con queste dinamiche di sopraffazione, che iniziano ad affascinarlo e ad attrarlo sempre di più, fino a che, ormai ragazzo, sceglie di farle proprie. Da lì è un’escalation: il richiamo di soldi e potere lo porta a compiere crimini via via più gravi, fino a entrare nella ‘ndrangheta. Ma la parabola inizia a invertire la rotta il giorno dell’arresto.

In carcere, dove il mondo sembra funzionare al contrario, con lo stato che “vuole renderti cattivo” e la solidarietà che arriva dai detenuti, Manuel capisce che nessuna somma di denaro, nessun potere che la malavita può avergli fatto ottenere valgono la pena che sta scontando in un luogo dove prima o poi finiscono tutti i criminali. Ma la strada verso l’uscita è lunga e complessa.

All’inferno e ritorno racconta la storia vera di un uomo che ha scelto di entrare nella ‘ndrangheta e poi è riuscito a uscirne, e dopo 16 anni in prigione vuole dire a tutti perché il crimine non paga. Affaritaliani.it ne ha intervistato l'autore, Matteo Zilocchi, per saperne di più.

All’inferno e ritorno è un libro diviso in tre parti, ma sembra che i temi fondamentali siano due: quello della ‘ndrangheta, ben approfondito anche nella prefazione scritta dal procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, e quello del carcere. Qual è il più importante per te?

Il tema della ‘ndrangheta è molto presente nel libro, che però vuole raccontare soprattutto il riscatto di un uomo: la ’ndrangheta è il mezzo che gli ha permesso di raggiungere il suo fine, ma anche ciò che l’ha portato dietro le sbarre per così tanti anni. Spesso noi ci immaginiamo il carcere come lo rappresentano le serie tv, ma il protagonista del libro è un uomo che ne ha vissuti tre diversi e li racconta dall’interno: sono istituti molto complessi che vivono tante contraddizioni, dalla durezza delle norme alla solidarietà tra detenuti. E la leva che fa scattare in lui questa voglia di riscatto arriva proprio all’interno delle carceri.

È un fatto eccezionale riuscire a redimersi in carcere?

Come dice Manuel, in carcere ti danno la cassetta degli attrezzi e poi devi essere tu a imparare a usarli. Lo stato in carcere non ti aiuta, ti sbatte lì e ti dà degli strumenti per uscirne al meglio, ma solo se tu lo vuoi. Gli educatori hanno capito che lui era uno dei pochi su cui poter investire perché hanno percepito una reale volontà di cambiamento, quindi lo accompagnano in questo percorso, anche fisicamente spostandolo da Opera a Bollate. Non accade a tutti i detenuti di cambiare vita ma anche perché non tutti i detenuti vogliono che accada. Alcuni vanno all’incontro periodico con gli educatori e fanno scena muta, sempre, per anni. Sono persone che non puoi aiutare perché non ti danno la possibilità di farlo.

Hai menzionato il carcere di Bollate, ma Manuel ne vive tre diversi nel corso degli anni.

Sì, ed è fondamentale, perché lui passa da San Vittore, che è un carcere di transito in cui si trova chi è in attesa di giudizio, a Opera che invece è un carcere militare, con regole ferree: per esempio alla messa domenicale i detenuti non possono neanche scambiarsi il segno di pace, per paura che possa essere un mezzo per passarsi informazioni criminali. Bollate è l’ultimo stadio, quello del reinserimento, o comunque ospita detenuti che lavorano quindi vivono una dimensione più vicina a quella esterna. Sono tre strutture molto diverse. Per esempio, da San Vittore, racconta Manuel, l’80% dei detenuti entra e esce di continuo, quasi per scelta, perché fuori dal carcere non sa cosa fare, mentre Opera lo racconta come un inferno in cui lo stato sembra volersi vendicare sui detenuti, che allora si incattiviscono ancora di più.

Insomma, Manuel è riuscito a fare quello che in teoria il sistema carcerario dovrebbe permettere a tutti i detenuti: rieducarsi e uscire migliore di come si è entrati.

Le carceri devono avere funzione rieducativa. Per esempio c’è da chiedersi se il 41 bis, il regime più duro che priva il detenuto di qualsiasi diritto, è anche costituzionalmente corretto. È stato introdotto dopo le stragi del 1992 in un momento di emergenza, ma oggi ha ancor il valore che aveva all’epoca? Una persona che deve scontare l’ergastolo può solo cercare di fare una vita carceraria migliore possibile perché tanto non uscirà mai, ma per altri tipi di criminali molto dipende da sé stessi e dal contesto, e credo che lo stato non si sforzi di creare dei veri percorsi di reinserimento, così come è vero che pochi di quelli che entrano in carcere lo vivono come una possibilità di cambiamento. Per molti è solo un periodo di transizione, che fa parte del gioco. Il confine tra responsabilità dei detenuti e quella dello stato è sottile. Fermo restando che le condizioni oggettive in cui vivono i detenuti non sono incentivanti: sovraffollamento, umidità, freddo, buio… Lo vivono davvero come una vendetta e non dovrebbe essere così.

Tornando al tema della ‘ndrangheta, come è possibile cambiare vita quando si raggiunge il livello di criminalità di Manuel?

Manuel non si è mai pentito, cioè ha deciso di cambiare vita come percorso personale, non con un programma di protezione in cambio della sua testimonianza contro l’organizzazione criminale di cui faceva parte. Il suo ragionamento è: “La scelta di entrare nell’organizzazione l’ho fatta io, io credevo nel lavoro che facevo”   ̵  perché per lui è un lavoro   ̵  “loro mi hanno sempre rispettato, perché adesso che io ho deciso di cambiare vita devo infangare la loro? È una parte della mia vita che non rinnego e non è giusto tradire chi nei miei confronti è stato leale”. È un ragionamento che può non essere condivisibile ma ha una sua logica.

Per tornare all’immaginario delle serie tv, sullo schermo quando entri in un’organizzazione criminale non hai modo di uscirne vivo.

Per lui è stato decisivo non affiliarsi. Se l’avesse fatto non avrebbe mai potuto lasciare la ‘ndrangheta allo stesso modo. Semplicemente, in carcere incontra le persone con cui lavorava e comunica di aver capito di non essere come loro, di non essere disposto a mettere in gioco la propria vita. Queste sono persone che nascono nel contesto criminale e ci muoiono, mettono in conto di poter passare gran parte della propria vita dietro le sbarre e non ci vedono nulla di strano: l’hanno fatto i loro nonni, i loro padri e lo faranno i loro figli. Lui è onesto con loro, loro capiscono perché sanno che è nato in un contesto diverso da quello della ‘ndrangheta.

Che però ha sempre esercitato molto fascino su di lui.

Le regole all’interno dell’organizzazione, e della criminalità in generale, sono molto più forti di quelle del resto della società, i rapporti sono molto più veri delle relazioni comuni. Lui si sente molto vicino al valore della parola data, della stretta di mano, del non tradirsi, dei rapporti di amicizia. Manuel è uscito dall’organizzazione ma non scappato, perché vuole lasciare la vita criminale ma il rapporto di amicizia e di rispetto rimane. Far entrare una persona estranea nella ’ndrangheta è una cosa eccezionale, lui lo sa, lo apprezza e ne è grato.

Detta così sembra un mondo quasi più appetibile di quello non criminale.

Quello che Manuel vive nella prima parte della sua vita, l’attrazione che lui prova per quel mondo, è un po’ ciò che possono vivere i ragazzi che oggi guardano una serie tv come Gomorra, in cui è frequente la mitizzazione del criminale. È più facile che vogliano poi emulare il criminale che il poliziotto, perché il messaggio che passa è: “Il criminale è figo”.

Quindi è un libro rivolto ai ragazzi?

Sì, ma anche a chi vuole capire meglio come funzionano effettivamente le carceri e vuole liberarsi da qualche luogo comune come quello secondo cui la mafia non esiste al Nord. Ormai sappiamo che non è vero. La ’ndrangheta è ovunque. Poi Manuel lo dice esplicitamente: questo libro l’ha fatto per sé stesso, come parte di un percorso psicologico, mentale, forse anche una chiusura del cerchio del suo percorso di redenzione. Credo ci abbia messo tutto in termini emotivi. Il messaggio principale che io vorrei emergesse, invece, è che delinquere non conviene. Chi delinque prima o poi il conto lo paga, ed è molto più alto rispetto al beneficio che si è potuto avere dal crimine.

E qui torniamo a Gomorra: il potere dei soldi, del comando, che effettivamente un criminale a un certo punto ha, è effimero. Quando ti trovi all’interno di un carcere hai perso tutto: potere, affetti e in molti casi la vita. Perché c’è chi dal carcere non esce più o ci esce dopo vent’anni, quando poi non ha più un futuro. Manuel dopo il carcere ha crisi di panico perché non sa più vivere nel mondo di fuori: non riesce a tenere in mano un bicchiere di vetro o a mangiare con le posate di metallo perché non li usa da 16 anni, e mentre il carcere è un contesto protetto, fuori è pieno di pericoli e tentazioni.  

Hai parlato di mafie al Nord. Il tuo libro è ambientato a Milano e dintorni, ed è impressionante scoprire fin dove la ’ndrangheta riesce ad arrivare, dal piccolo paesino di provincia al capoluogo di regione. Credi che la Lombardia faccia ancora fatica ad ammettere di avere un problema?

Milano è molto brava a raccontarsi, è la città italiana che si è sviluppata di più negli ultimi decenni e si è costruita questa immagine molto vicina alla perfezione in cui non c’è spazio per mettersi in discussione. Però se poi andiamo a vedere meglio, la Lombardia è la quinta regione in Italia per beni confiscati alle mafie dopo Sicilia, Campania, Calabria, Puglia, quindi è innegabile che la criminalità organizzata al Nord esista. Ci sono zone come Buccinasco o Corsico da anni feudi di ‘ndrangheta: si può non parlarne ma non si può più far finta che il problema non esista. Ormai la ’ndrangheta è dentro ai palazzi del potere, nella finanza, nella politica, investe capitali.

La ’ndrangheta fattura circa 24 miliardi di dollari l’anno, il 4% del pil italiano. Ed è ovvio che non lo fa solo al Sud, perché la vita economica del paese si svolge soprattutto al Nord. Il giro di affari globale della ‘ndrangheta è di 50 miliardi di euro, investiti soprattutto nel centro-nord Italia. Le locali della ‘ndrangheta sono strutture di coordinamento: al Nord ce ne sono 46, 25 delle quali in Lombardia. Più della metà.

Eppure, nell’immaginario comune, la ‘ndrangheta non è percepita così potente. Quando si parla di mafia si pensa a Falcone e Borsellino, alle stragi di Cosa nostra…

E invece proprio la ‘ndrangheta è l’organizzazione criminale che più di Cosa nostra e della Camorra è riuscita a crescere, perché è riuscita a fare gli investimenti giusti, a entrare nei palazzi del potere. Certo fa comodo pensare a Cosa nostra, con tutti quei morti ammazzati ogni giorno in modo plateale, ma quegli anni di epopea dei Corleonesi e di Toto Riina sono stati un’anomalia. Il vero potere la mafia ce l’ha quando fa affari. Riina ha portato alla distruzione Cosa nostra, perché l’ultima cosa che la mafia vuole sono dei riflettori puntati sempre addosso. Non è che se non ci sono morti ammazzati non c’è la mafia, anzi, e la ’ndrangheta lo dimostra.

Siamo ancora in tempo a fermarla?

Di certo i dati qui sopra dimostrano che il problema esiste. Scoperchiare questo vaso di Pandora significa mettere in ombra l’immagine della Milano del futuro e degli investimenti, ma prima o poi dobbiamo farci i conti per forza. Se qui la ’ndrangheta prospera è perché qualcuno le fa fare affari. È talmente tanto radicata in tutte le dimensioni dell’economia e della politica, è così ramificata, come una metastasi, che arrestarla è molto difficile. È più facile sconfiggere la mafia militare che quella legata alla finanza e alla politica. E forse ci sono anche meno interessi a farlo. La ’ndrangheta ormai è quella incravattata, degli imprenditori, dei manager, quella che siede nei consigli comunali, che sta seduta nei board dei cda delle aziende. Non so come questo si possa fermare. Ormai fa parte del sistema.

matteo zilocchi
 

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