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Libri & Editori
Enrico Vanzina: “Racconto la Milano che non c’è più, svenduta ai grattacieli”

Una giornata di nebbia a Milano è il titolo e l’inizio dell’ultimo libro di Enrico Vanzina, un romanzo giallo avvincente perché non ci sono poliziotti, agenti speciali, investigatori privati: a condurre le indagini è la letteratura. Partendo da quell’antica nebbia che tutto nasconde, colpi di scena, ipotesi e segreti si snodano tra citazioni, metafore e pagine di libri, in un viaggio culturale e storico di cui non si conosce la meta fino alla fine. Affaritaliani.it ha intervistato l’autore.

Enrico, la capacità descrittiva dei luoghi citati in questo libro è straordinaria, ma la Milano dipinta sembra più un ricordo nostalgico che un ritratto reale.

Io sono pienamente romano e romanista, ma ho vissuto anche a Milano, ci sono legato, come fu per Stendhal, sento un’affinità elettiva. È una città che adoro, mi sento un po’ milanese, e allora ho voluto raccontarla, colorarla. Mentre Roma, nel mio precedente romanzo giallo, l’ho fatta rosso Valentino, Milano l’ho fatta greige Armani. Ho usato la metafora della nebbia, che è una cosa che non c’è più, un oggetto della memoria, per coprire tutti i misteri che il libro contiene, e che contiene anche Milano, perché è una città riservata, che nasconde le sue pulsioni. Raccontandola, ho cercato la memoria della Milano che io adoro e che in questo momento è stata svenduta al Bosco Verticale e ai grattacieli: la Milano del derby, di Jannacci, Gaber, Beppe Viola, del bar Jamaica, di Balestrini e Simonetta. Una Milano che sta nel mio ricordo e che sta scomparendo, che forse non c’è già più, e che quindi ho voluto ritrarre, anche con ricordi personali.

Una Milano che sta rincorrendo troppo il contemporaneo, come scrive nel libro, perdendo la sua anima. Crede sia perduta per sempre?

Milano scommette tutto sul futuro, ma è nella memoria che resta la sua anima, con cui i milanesi dovranno sempre e comunque fare i conti. Però nel libro non c’è solo la città, mi è piaciuto anche parlare della provincia. Ho citato Varese, la Prealpina, Gallarate, i laghi: soprattutto loro sono lo spazio di libertà per chi vive a Milano, libertà anche visiva e cromatica, in contrapposizione alla nebbia. Il lago ha sempre qualcosa di magico: sulla sua superficie si riflettono le luci, i colori, mentre sotto si conservano dei segreti pazzeschi. Il lago è luogo di allegria ma anche di mistero, non è un caso che Piero Chiara arrivi da lì e ha scritto gialli stupendi.

Piero Chiara, un altro grande, legato alla provincia, di cui si sta perdendo un po’ la memoria.

Io ho conosciuto Piero Chiara in maniera sommaria, era più amico di mio padre, ma c’è una cosa che mi lega a lui: tutti e due consideriamo le Memorie di Casanova il più bel libro della storia della letteratura italiana. Anche se sono state scritte in francese, sì. È un libro straordinario, non solo per la sapienza della lingua, per il suo andamento picaresco, le sue riflessioni, l’esame della società. L’Italia ha una grande letteratura ma non grandissimi romanzi, nel senso che non siamo nati romanzieri: lo sono di più i francesi, i russi, mentre gli italiani sono ancora legati a Manzoni. La mia è una semplificazione, chiaramente, ma in questo panorama in cui invece la poesia è fortissima, come la saggistica, l’analisi storica è formidabile, sui romanzi siamo un po’ indietro, e in questa biblioteca borgesiana della memoria spicca sicuramente Casanova. E questo lo diceva anche Piero Chiara.

Tornando ai laghi e alla provincia, con cui ha questo grande legame, pensa che ci ambienterà il suo prossimo libro? Magari un altro giallo?

Al momento non ho idee in quel senso, ma mi piacerebbe molto farci un film. Il mio primo l’ho ambientato proprio sul lago Maggiore, dove per altro ha origine la mia famiglia, i Vanzina: si chiamava Luna di miele in tre, con Renato Pozzetto. La provincia rimane autentica, conserva l’anima italiana, anche da un punto di vista sociologico mette a nudo molto di più chi siamo di quanto può fare la grande città, che scimmiotta sempre un po’ l’America. Non è un caso che il mio regista preferito del cinema italiano, Pietro Germi, ha vissuto la sua grande stagione cinematografica raccontando proprio la provincia, pensiamo a Signore & signori, o Alfredo Alfredo. E anche i lettori di provincia prestano più attenzione a quello che leggono, sono spesso più colti di chi scrive o di come gli scrittori li immaginano. Quindi ho dedicato questo mio libro un po’ anche a loro, perché con Una giornata di nebbia a Milano ho voluto alzare un po’ l’asticella, e credo che loro si divertiranno molto a leggerlo: è un giallo in cui non ci sono poliziotti o investigatori, ma la grande innovazione di mettere la letteratura al centro del romanzo, che piano piano svela il caso di omicidio.

Questo è senza dubbio il punto forte del libro, fa restare davvero incollati alla pagina. Mi ha lasciata invece un po’ perplessa il personaggio della “biondina”. Fa certamente da specchio alla delicatezza con cui viene narrata la vecchiaia, ma mi chiedo: in una società così digitalizzata e rapida, in cui basta un like su una app di incontri per trovarsi la sera stessa a letto con uno sconosciuto, quanto può essere realistico questo amore platonico?

Io invece trovo che il rapporto tra questo padre e la ragazza al parco sia bellissimo e molto esplicativo delle relazioni che possono nascere solo a Milano, non certo a Roma o Napoli. È bellissimo perché non è morboso, sono due persone sole che si guardano. In un mondo così rapido, c’è questa giovane che ha nostalgia di questo rapporto antico, e allora si lascia andare a farsi guardare da quest’uomo che sta invecchiando, senza pulsioni erotiche o sentimentali, ma con una potenza comunicativa molto importante. È l’elemento che mi piace di più del romanzo, insieme al racconto finale.

A proposito di vecchiaia, il modo in cui viene raccontata nel libro mi ha fatta pensare a quella frase di Flaiano: “Scrivere serve a sconfiggere la morte”. La sente un po’ sua questa massima?

Io sono lo strano caso di Benjamin Button, sto invecchiando al contrario, divento sempre più giovane. Ci vuole molto tempo per diventare giovani, diceva Picasso, ed è verissimo. Sono felicissimo di avere la mia età perché col tempo mi sono liberato di tantissime cose inutili, e soprattutto mi sono appropriato del diritto di poter cambiare idea, la cosa più bella del mondo. Quando si è giovani si rimane infognati in certi principi, spesso per orgoglio, e quando arrivi a una certa età ne prendi atto e cambi idea: sulle donne, sul cinema, sui gusti, nel quotidiano, e ti accorgi che la vita ti offre tante cose che da giovane non vedevi e che ora guardi con una luce diversa, ed è bellissimo.

Tornando al libro, è ricchissimo di riferimenti letterari e filosofici: trova contraddizione tra questo e certi film più leggeri che ha scritto, magari recenti, come Natale a 5 stelle o Lockdown all’italiana?

Questo libro non è autobiografico, ma qualcosa che mi lega al protagonista c’è: sono nato in una famiglia di cultura, di cinema, con un padre intellettuale però autore di commedie, che ha preteso, come nel libro, che i figli seguissero una certa linea di acculturamento. Ci portava in vacanza al Louvre invece che a Forte dei Marmi, ci obbligava ad ascoltare la musica, dovevamo leggere i romanzi e raccontarglieli: sosteneva che per fare cinema leggero si doveva essere coltissimi. Skinner diceva: “Cultura è ciò che resta nella memoria quando si è dimenticato tutto”. Quindi no, non trovo contraddizioni. Per esempio, gli autori di commedie di una volta erano registi di cultura vastissima, e non è un caso che tanti scrittori collaboravano alle sceneggiature dei film, come Flaiano, Brancati, Bassani… Quelli di oggi magari li conosco meno, ma penso anche a mio fratello, anche lui di una cultura eccezionale.

Suo fratello che ormai manca da quasi tre anni. Come convive con la sua assenza?

Ci ho scritto anche un libro, un libro doloroso ma che non potevo non scrivere, Mio fratello Carlo. Ho vissuto la sua malattia e la sua scomparsa con una tensione emotiva superiore ad altri lutti che ho dovuto affrontare, perché abbiamo lavorato tutti i giorni della nostra vita insieme, ma lui continua a essere qui con me. E mi sento un po’ parte di una famiglia di ristoratori, con fuori dal locale un’insegna: “Steno, Carlo, Enrico”. Ora Steno e Carlo non ci sono più, ma io continuo ad andare avanti avendoli comunque sempre accanto: mi spingono a non mollare, a continuare questa tradizione, questo destino famigliare. Poi certo, leggendo e scrivendo libri ne esco fuori con la fantasia e la scrittura, però sento di appartenere a qualcosa di lontano. Come diceva mio padre, i ristoranti migliori sono quelli in cui non si cambia mai la carta, e io cerco di mantenere la carta che avevo con loro: il gusto della scrittura e una miscela di umorismo e sospensione della realtà.

vanzina
 

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