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Facile preda ci ricorda che cedere al male è semplice, e nessuno è innocente

Se Stephen King considera John D. MacDonald un maestro ci sarà un motivo, no? Be’, leggendo Facile preda se ne trova uno per ogni pagina. Un re del noir che finalmente torna in Italia grazie a Mattioli 1885, casa editrice che ha deciso, per nostra fortuna, di riproporci già due classici: Cape Fear e Il termine della notte, usciti rispettivamente nel 2018 e nel 2019. Ora, con Facile preda, ci regala un gioiellino sotto ogni aspetto: dalla rilegatura alla carta, dalla copertina alla traduzione, dai colori al formato.

La traduzione di Nicola Manuppelli merita una nota a parte: scorrevole, piacevole, finalmente lontana da quelle improbabili frasi che nessuno nella vita reale direbbe mai e che invece popolano così spesso certi film (e certi gialli e noir italiani) come fastidiose note stonate.

Facile preda è un libro corto, agile, ma se si legge in fretta non è solo per questo: la capacità di MacDonald di tenere incollati alla pagina è strepitosa, il ritmo è incalzante, grazie alle frasi brevi, rapidamente descrittive, e invoglia a leggere velocemente per cercare di sapere cosa succede, come va a finire, di mettere fine a quella tensione che invece sale in un crescendo tragico, che ci trasporta lì, negli indolenti quartieri borghesi di una qualsiasi cittadina degli Usa di metà secolo scorso, e poi ci inchioda con un finale universale.

Perché in Facile preda non ci sono solo buoni e cattivi, vittime e colpevoli: ci sono miseri esseri umani che cercano di restare a galla nel mare di solitudine, noia e mediocrità quotidiane, traditi traditori, avidi ed egoisti, ognuno a modo proprio. Ricordandoci che ogni morale è mutevole, almeno adattabile, e che il male è pronto a divorarci per intero, anche quando crediamo di non stare commettendo nulla di poi così grave. Perché, in fondo, nessuno è innocente, e chiudendo il libro resta un sorriso amaro, che fa riflettere su quanto sia cattiva, in fondo, la natura umana. E anche parecchio stupida.

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