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Michela Murgia usa lo schwa (ə) ma i problemi degli italiani son ben altri
Dal post Twitter di Maria @octopurie

Perché non basta essere Giorgia Meloni è il titolo dell’articolo oggetto del contendere: l’autrice, Michela Murgia, l’ha scritto per l’Espresso usando un linguaggio inclusivo, affidandosi, cioè, alla desinenza neutra schwa (quel simbolo che sembra una e rovesciata, ə) per non dover specificare maschile o femminile nei termini che possono rivolgersi a entrambi i generi.

Per esempio scrive: “Una donna a capo di un partito che affonda le sue radici nella tradizione fascista non solo non dovrebbe compiacere nessunə che abbia a cuore l’emancipazione femminile”, “Cosa succede nella testa di chi è convintə che una donna sia sempre un valore aggiunto […]?”, oppure ancora: “È facile per tuttə guardare a un maschio a capo di un partito di estrema destra come si guarderebbe all’uomo nero”.

Insomma, come ha spiegato in diverse occasioni la sociolinguista Vero Gheno (considerata la promotrice italiana dello ə), lo schwa è un esperimento, che va incontro alle necessità di inclusione delle persone non binarie, ovvero che non si riconoscono né nel genere maschile né in quello femminile. È un dibattito presente anche all’estero, con diverse soluzioni proposte, dal they inglese, ai due punti (:) tedeschi all’uso del terzo genere neutro, che l’italiano non ha ereditato dal latino ma è presente in numerosi linguaggi al mondo.

Insomma, una scelta, quella di Michela Murgia, che si inserisce in un dibattito aperto e più vivo che mai. Ecco perché, subito dopo la pubblicazione del suo articolo, sono piovute critiche a pioggia battente. I linguisti da tastiera sono insorti su ogni social, con predilezione per Twitter, indignati per questo affronto alla lingua italiana: “Ma che scoperta, vi accorgete solo ora che #Murgia non sa Scrivere in italiano?”, chiede Marco Gervasoni (@gervasoni1968).  “Ogni mattina la #Murgia si sveglia. Sa che dovrà sparare una fesseria femminista, altrimenti morirà di fame”, sentenzia Franco Maria Patriota sovranista (@Gabbiacane).

Ma il focus è un altro, per molti utenti: che senso ha che la giornalista e scrittrice Michela Murgia si occupi di una questione linguistica invece di risolvere i problemi del mondo, o quanto meno quelli politico-economici dell’Italia? Osserva infatti Agatha (@Qua_Agatha): “Qualcuno dica alla #Murgia che avremmo almeno un paio di problemini più importanti in Italia dello schwa, tipo la disoccupazione al 10,3%, tra i giovani sale al 33% oppure altri due milioni di famiglie che vivono in povertà assoluta…”.

michela murgia ape
 

Ma non solo i social sono in fermento. Dal il Tempo a il Sussidiario a Today, sono molti gli articoli critici con lo schwa e con la Murgia. Nanni Delbecchi su Il fatto Quotidiano (non) la tocca piano: “La lingua la sa sempre più lunga di chi la parla, e con lei quando si comincia non si sa dove si va a finire; tanto per cominciare, per non far torto, dovremmo correggere questo articolo rivolgendoci alla scrittrice Michel* Murgi*; ma che dico, all* scrittor* Michel* Murg*, essendo “scrittrice ” un* chiar* termin* sessist* e, per dirl* tutt*, anche antimaschilist*. Certo, diventa dura.”.

Non così dura per tutti, visto che sempre sui social c’è anche chi la prende con filosofia: “Praticamente, introducendo la schwa, parleremo in napoletano”, fa notare Wiston Ceci (@CeciWinston). E forse qui sta la chiave: a ben guardare tutti questi cambiamenti e innovazioni sociolinguistici hanno radici più profonde di quanto possa sembrare. E in fondo, come fa notare Vera Castiglione (@VeraCastiglione): “Michela Murgia in Italia scrive il secondo articolo in due giorni con lo schwa. E non è ancora morto nessuno.”.

E3MtKx5WUAY5nlXUno screenshot dall'articolo di Michela Murgia
 

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    michela murgial'espressoschwavera gheno
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