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Medicina
Coronavirus e vaccini: riducono il rischio di demenza
AAIC 2020 Virtual Conference

Mentre i laboratori di tutto il mondo lavorano con ritmi e modalità inusuali, condividendo i dati delle ricerche per scoprire un vaccino contro il Coronavirus (Covid-19), gli studi più recenti dimostrano che la somministrazione dei vaccini, contro l’influenza e la polmonite per esempio, svolge un effetto protettivo contro Alzheimer ed altre forme di demenza. La notizia è stata diffusa in apertura dell’annuale Conferenza internazionale sull’Alzheimer e le demenze (AAIC 2020) organizzata da Alzheimer’s Association, inizialmente prevista ad Amsterdam ed ora virtuale, a causa delle misure di sicurezza sanitaria.

Maria Carrillo, Direttore scientifico Alzheimer's AssociationMaria Carrillo, Direttore scientifico Alzheimer's Association
 

Il Professore Maria Carrillo, a capo del comitato scientifico di Alzheimer’s Association, sottolinea: “In vista di un piano di vaccinazione contro il virus Covid-19, è importante accertare i benefici delle vaccinazioni non soltanto contro infezioni virali o batteriche, ma anche come strumento per migliori effetti sulla salute a lungo termine.”

Questo nuovo campo di studi non ha ancora individuato il meccanismo biologico che rende possibile un’azione protettiva sul cervello contro il decadimento. Tuttavia, i risultati di due diversi gruppi di ricerca sono chiari. Anche per i portatori di un gene che predispone ad ammalarsi di Alzheimer c’è un beneficio evidente: la vaccinazione contro l’influenza riduce come minimo del 17% il rischio di Alzheimer (chi inizia a vaccinarsi a 60 anni e ripete il vaccino tutti gli anni accumula un altro 13%). La vaccinazione contro la polmonite tra 65 anni e 75 anni riduce il rischio di Alzheimer sino al 40%.

Inoltre, lo stretto legame tra lo stress di un’infezione nell’organismo e l’aggravamento delle funzioni cognitive è confermato da un terzo gruppo di ricercatori, che si sono occupati di analizzare i dati sulla mortalità dei pazienti con demenza che avevano contratto un’infezione in ospedale.

Ecco nel dettaglio i principali studi presentati ad AAIC 2020.

Gli effetti del vaccino influenzale sulla salute cognitiva sono stati studiati alla McGovern Medical School, University of Texas Health Science Center, da Albert Amran, studente di Medicina insieme ad un team di colleghi. Il dato più significativo è che la ripetizione del vaccino, anno dopo anno, aumenta il beneficio, che tra i 75 e 84 anni risultava del 6% rispetto ai coetanei. Da notare che la protezione del vaccino sulla biologia del cervello era più marcata tra chi aveva iniziato l’uso di vaccinazioni a sessant’anni rispetto a chi per la prima volta si era vaccinato a 70 anni.

Per quanto riguarda la vaccinazione contro la polmonite, il professore Svetlana Ukraintseva, associate alla cattedra di Biodemography of Aging Research Unit (BARU) a Duke University Social Science Research Institute, ed il suo team di ricerca ha esaminato 5,146 participanti, sessantacinquenni ed oltre, dello studio condotto sulla salute cardiaca (Cardiovascular Health Study), prendendo in esame profili cognitivamente normali, diagnosi di demenza, ed anche il fattore di rischio genetico (rs2075650 G allele sul gene TOMM40). Chi si era vaccinato tra i 65 e 75 anni presentava una minore incidenza del 25-30% di Alzheimer considerando tutti i fattori di predisposizione (compreso tabagismo ed allele G). Ovviamente i non portatori del rischio genetico del morbo di Alzheimer risultavano ancora più protetti (40%). Il cumulo di vaccinazioni contro l’influenza e contro la polmonite riduceva ulteriormente l’incidenza di demenza. “Vaccinazioni anti-polmonite prima dei 75 anni riducono il rischio di ammalarsi di Alzheimer”, ha osservato il professore Ukraintseva.

Sulla concausa delle infezioni nel decadimento cognitivo, ad AAIC 2020 il professore Janet Janbek, Danish Dementia Research Centre, Rigshospitalet ed University of Copenhagen, che ha usato i dati del registro nazionale di decessi dei residenti danesi ultrasessantacinquenni, ai quali era stata diagnosticata un’infezione dopo le cure in ospedale, ha evidenziato una mortalità sei volte e mezzo più alta quando demenza ed un’infezione erano associate, in particolare entro trenta giorni dal contagio infettivo avvenuto in ospedale. Il rischio di aggravamento perdurava negli altri sino a dieci anni dopo l’inizio dell’infezione. I pazienti con demenza peggioravano più in fretta.

In conclusione, il professore Carrillo aggiunge: “Prendere l’abitudine di avere cura della propria salute attraverso la vaccinazione favorisce la consapevolezza che bisogna conservare la salute anche in altre scelte. Potrebbe essere utile adottare una strategia nazionale di vaccinazioni.”

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