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Medicina
Verso la riforma dell'Aifa: la lotta di potere nell'Agenzia del Farmaco
Roberto Magrini, d.g. Aifa (Imagoeconomica)

L'attività regolatoria sui farmaci è un tema di centrale importanza

Il governo Draghi traballa, ma nei palazzi del potere si mormora che nessuno abbia intenzione di farlo cadere, prima del fondamentale passaggio dalle nomine nelle partecipate. Con circa 350 ruoli da attribuire al vertice di aziende molto importanti sul piano strategico, si tratta dell'ultimo vero esercizio di potere da parte di un esecutivo che, bene che gli vada, tra un anno non ci sarà più. A questo piatto, già molto ricco, si aggiunge la governance di Aifa.

L'Agenzia Italiana del Farmaco – vale la pena ricordarlo – è un ente autonomo, ma non si può certo dire che la sua funzione non si sia intrecciata con quella della politica, specialmente dopo due anni di pandemia: per compito statutario ad Aifa spetta l'attività regolatoria sui farmaci, una partita che già in tempi ordinari muove interessi enormi e che nella morsa del Covid è stata davvero in cima a ogni agenda. Da tempo si parla di una riforma dell'agenzia, che potrebbe sciogliere il dualismo attualmente esistente tra il Presidente del CdA (di prassi indicato dalle Regioni) e il Direttore generale (proposto invece dal ministero della Salute), che è il rappresentante legale dell'Agenzia e ha un vasto potere gestionale, che spazia dal controllo di qualità al reparto marketing. 

Attualmente, come noto, tali cariche sono ricoperte rispettivamente da Giorgio Palù e Nicola Magrini. Quest'ultimo, scelto da Roberto Speranza, è vicino al centrosinistra, mentre il Presidente Palù viene indicato come manager di area-Lega, non solo perché viene dal Veneto di Luca Zaia. Per rendere più funzionale un'organizzazione che rischia di polarizzarsi tra le sue due anime, c'è chi pensa di unificare le due commissioni consultive che attualmente valutano gli aspetti scientifici ed economici di ogni farmaco sotto esame, così da sveltire il processi burocratici. Palù, al contrario, sarebbe invece orientato a sdoppiare la funzione del d.g., affiancando una figura formata in campo amministrativo a una di tipo scientifico. Entrambi i d.g. sarebbero nominati dal ministero, ma non pare che ci sia il rischio di sentirsi in minoranza: anzi, “spacchettare” le competenze su due manager inevitabilmente farebbe risaltare ancora di più la figura del presidente. 

 

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