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Politica


Di Cosimo Scarcella
 

"Noi assistiamo alle esequie di una forma di governo", disse novant'anni fa, il 19 dicembre 1925, al Senato, nel celebre discorso di rifiuto della legge sulle prerogative del Capo del governo, Gaetano Mosca, dotto giurista, esperto senatore e rispettato membro del governo Salandra. La riforma che veniva proposta, compatibile con la lettera dello Statuto Albertino allora vigente, nella sostanza era preoccupante. E gli avvenimenti degli anni che seguirono diedero ragione al "vecchio" parlamentare, dimostrando nei fatti e con chiarezza che a rinforzare il regime fascista non furono l'energia volitiva del Duce e la capacità governativa del suo Consiglio, ma la debolezza e la paura di molti Membri del Parlamento. Lo strapotere del despota non si fonda mai sulle sue doti morali e sulla sua capacità governativa, ma sempre sulla debolezza e l'inadeguatezza dei cittadini, che, tramite l'atteggiamento e le scelte dei propri deputati, si mostrano incerti nell'esporre le proprie idee, timidi nell'avanzare le proprie proposte e, soprattutto, deboli nel difendere i propri convincimenti e fiacchi nel bloccare il capo, ogni qualvolta pretenda - anche al fine encomiabile di incrementare progresso e garantire felicità - di usare irragionevolmente metodi non accettabili, perchè spesso al limite della legalità e comunque estranei al costume di una vita veramente "democratica e popolare", per cui offendono dignità umana e diritti politici.

E' deludente, quasi disarmante, assistere oggi a "delegati d'un intero popolo", che pretendono a loro volta di delegare codardamente al Presidente della Repubblica azioni e iniziative, che sanno bene che la Costituzione preclude al Capo dello Stato e impone, invece, proprio a loro che sono i detentori del Potere Legislativo. Coloro che hanno il dovere di interpretare e difendere il bene comune della Nazione, s'attardano a dichiarazioni di rito e a insensate minacce verbali spesso indegne, attendendo speranzosamente un qualche intervento dall'alto per fare ciò che solo il Parlamento - nella sua collettività e nei singoli componenti - può e deve proporre a nome del popolo e imporre per il bene del popolo! Se la maggioranza di parlamentari eletti dal popolo, secondo leggi da loro stessi approvate, consente al Governo - da essa voluto e mai sfiduciato - comportamenti arroganti e di fatto al limite d'ogni vera democrazia; se un'intera classe politica, formatasi e costituita secondo norme e procedure da se stessa create, ha dato e mantiene in vita questo Governo, non è proprio il caso che si gridi allo scandalo e s'invochi qualcuno a porre rimedio. Tocca a loro: alla classe politica prendere posizione; è dovere d'ogni parlamentare - delegato secondo la Costituzione a governare senza vincolo di mandato e in nome del popolo e per il bene del popolo - assumersi le sue responsabilità e ad agire secondo il dettato della sua ragione.

Non siamo più nella Firenze governata dai Medici, né il popolo italiano è quella massa amorfa e grezza pensata e descritta dal fiorentino Machiavelli, né i cittadini italiani sono disposti ancora oggi a stare a sopportare chi volesse governarli da capo "furbo come una volpe e forte come un leone", cambiando aspetto da situazione a situazione. Il popolo italiano non accetta più d'essere ingannato, né ha più paura di reagire alla corruzione e incapacità di chi lo governa. Solo la saggezza della ragione dei cittadini italiani e la loro responsabilità civile li sostengono ad assistere tristemente ma dignitosamente anche agli ultimi spettacoli vergognosi offerti nelle Aule Parlamentari. I cittadini aspettano che si passi dalle comparse ai fatti: non significano nulla né il lancio delle frasi indegne per tutti né il tiro dei fiori persino oltraggiati nel loro nobile e sacro significato. E "i fatti" stanno nel potere di voto d'ogni parlamentare, esercitato a viso aperto e dettato da ragione e coscienza, non da calcoli privati e ricatti nascosti.

Novant'anni fa l'ormai vecchio parlamentare Gaetano Mosca, annunciando il proprio voto contrario a una riforma proposta dal governo Salandra (di cui, peraltro, era ministro) avvertiva che mutamenti proposti come strumenti  più adatti a un governo efficace, in realtà implicavano cambiamenti radicali del sistema di governo, che rischiavano di compromettere diritti civili, equità sociali, doveri politici e persino valori etici della nazione intera, già in piena crisi morale ed economica di quegli anni (non molto dissimili dai nostri). Probabilmente si trattava di cambiamenti addirittura necessari; ma erano proprio le modalità, con cui li si stava proponendo e perseguendo: procedimenti innovativi esageratamente rapidi potevano nascondere qualche "salto nel buio" dettato dall'impulso frenetico d'una "nuova generazione, che crede di sapere tutto e di poter tutto mutare". Proprio per questo, terminava le sue parole, dichiarando umilmente che sentiva come suo "forte dovere di ammonirla".

Sono passati circa novant'anni: forse non pochi perché gli "anziani" e le "nuove" generazioni del nostro tempo rileggano la nostra storia, prendendo qualche utile lezione.

 

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