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Politica
Emanuele Filiberto e il progetto per rilanciare l’Italia. Intervista a Noci
Giuliano Noci

Emanuele Filiberto vuole rilanciare il paese, e per farlo, con la sua nuova associazione “Realtà Italia”, sta organizzando un ciclo di webinar per far incontrare esperti di innovazione e made in Italy. Affaritaliani.it ha intervistato Giuliano Noci, coordinatore di questi incontri, nonché professore di Strategy and Marketing e Prorettore del Polo territoriale cinese del Politecnico di Milano.

 

Dottor Noci, cosa ci può dire del webinar “Meraviglia Italia” e della sua partecipazione al progetto?

Il nostro obiettivo è raccogliere idee e proposte e metterle a disposizione del paese e dei politici. Con l’incontro di giugno abbiamo già affrontato il tema dei fenomeni macroeconomici con uno sguardo anche internazionale: è emerso chiaramente che dopo l’emergenza Covid bisogna agire in discontinuità col passato, e la stessa Europa deve cercare di muoversi come organo soprattutto politico e non solo economico.  Il webinar del 9 luglio verterà sul made in Italy e l’asse cultura-turismo, volàno per il rilancio del paese ma non abbastanza valorizzato, soprattutto ora che, come non mai, bisogna trovare nuova linfa per rialzarsi dal Covid. L’Italia resta il paese con i giacimenti culturali più interessanti nel mondo, ma ha perso competitività perché di fatto non ha saputo cogliere  un aspetto cruciale: non è sufficiente avere un prodotto, bisogna anche combinarlo con i giusti fattori produttivi, avere capacità di marketing. Quando il turista arriva in Italia non vuole solo visitare il Colosseo o alloggiare in un bell’albergo, ma si aspetta di vivere un’esperienza integrale, che in Italia attualmente manca. Dobbiamo aver chiaro che l’unico posizionamento possibile per il nostro paese è quello di alto profilo. Non si può andare contro il mercato, che quando pensa all’Italia pensa alla qualità, a un determinato stile di vita.

Con questi temi e obiettivi ben definiti, Realtà Italia si trasformerà in un movimento politico? Ha intenzione di aderirvi?

In questo momento non c’è in programma nessun movimento politico. Per ora l’obiettivo più importante per me è generare idee, perché il paese ha bisogno di iniziare a pensare in discontinuità col passato. Il senso della mia partecipazione è contribuire ad aprire e alimentare un dibattito tra le “persone che agiscono” che “stanno facendo accadere cose”, mirando al cuore pulsante del paese. Trovo importante coinvolgere chi ha una cultura del fare, senza la presunzione che i successi passati bastino per assicurarne altri nel futuro. Non è il momento di pensare a un movimento politico perché ce ne sono già tanti. Inoltre, quello dei media e quello politico sono sistemi chiusi: si istituiscono tanti comitati tecnici ma con sempre le stesse persone, così come in tv, nei talk show, si vedono sempre le stesse facce, che dicono sempre le stesse cose. Ormai invece viviamo in una società digitale che ha bisogno di aprirsi a nuovi spazi, nuove idee, fresche, innovative. Emanuele Filiberto è un attrattore di queste idee e vuole mettere a disposizione dell’Italia questa sua qualità. Non è una questione scontata: se pensiamo ai social network, sono dei grandi generatori di idee, ma poi non hanno la capacità di trasformarle in contenuti reali, concreti.

A proposito di società digitale e innovazioni, qual è la sua opinione sull’attuale dibattito su 5G e Golden Power su Huawei?

Alla fine degli anni ’60 abbiamo infrastrutturato il paese con opere importanti, capacità che purtroppo nel tempo abbiamo perso. Ora dobbiamo fare lo stesso ma con infrastrutture digitali all’altezza dei tempi. I dati appena pubblicati da Desi, The Digital Economy and Society Index, mostrano un’Italia quartultima in Europa per livello di digitalizzazione e ultima per competenze digitali. In questa prospettiva si inserisce il tema del 5G, che è un elemento portante, spina dorsale del sistema socio-economico del futuro e un asset strategico per lo sviluppo dell’Italia. Ogni paese deve considerare queste infrastrutture strategiche, e mettersi nelle condizioni di garantirne il corretto funzionamento. Ciò vale soprattutto per l’Italia, che non ha propri produttori di apparecchi di telecomunicazione 5G. Dopo la dismissione negli anni ’90 di Italtel ed Elettra, che abbiamo svenduto quando avevano un forte posizionamento nel settore, dobbiamo per forza rivolgerci a fornitori esterni. Che sia Nokia, Ericsson o Huawei, come possiamo essere certi che questi device siano sicuri? Ecco perché l’Italia ha disperatamente bisogno di una sorta di agenzia dedicata e permanente, che certifichi i prodotti che acquistiamo dall’esterno e monitori in tempo reale i parametri di funzionamento degli apparati di rete. Huawei è cinese. Nokia ed Ericsson sono occidentali. Ma tutti sono soggetti esterni rispetto a un paese sovrano che deve far cadere la scelta su chi garantisce maggior copertura, sicurezza e prestazioni. È sterile incentrare il dibattito solo su Huawei: l’Italia deve garantire che qualsiasi prodotto importato dall’esterno rispetti le condizioni di sicurezza, ma a stabilirle deve essere un team di soggetti competenti, un organo terzo, indipendente, che gestisca in tempo reale e a carattere permanente la questione.

 

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