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Politica
I peccati di Eva (Kaili), uno sfregio a Giulio Regeni

Eva Kaili, gli avvocati: è stata sottoposta a una condizione di tortura

Eva Kaili, una volta vicepresidente del Parlamento europeo, protagonista del cosiddetto Qatargate dovrà restare in carcere ad Haren per un altro mese. Così ha comunicato la Procura federale del Belgio. La greca è detenuta dal 9 dicembre scorso.

Gli avvocati difensori, Mihalis Dimitrakopoulos e André Risopoulos non hanno perso tempo ed hanno denunciato che la politica "è stata sottoposta a una condizione di tortura durante la reclusione la scorsa settimana" e hanno "chiesto ancora una volta la scarcerazione, con misure alternative come il braccialetto elettronico o altri tipi di misure simili".

I due legali riportano che la Kaili è stata posta in isolamento, da mercoledì 11 gennaio a venerdì 13 gennaio. La “tortura” è stata di 16 ore e si è svolta non in un penitenziario ma in una cella della polizia. Uno sente queste notizie e trasalisce. Bruxelles non è Buenos Aires. Siamo nella civile Europa, patria dei diritti civili e del politically correct. Possibile che sia successa una cosa così terribile?

Si pensa subito alla dittatura argentina, alla Escuela de Mecánica de la Armada, al film Garage Olimpo, a scene con detenuti nudi sottoposti a scariche elettriche sui genitali. Poi gli avvocati proseguono e spiegano quali raffinati strumenti siano stati utilizzati per torturare la povera politica. Intanto la durata. Ben sedici ore di inenarrabili sofferenze in cui la poveretta è stata tenuta in (ovvio) isolamento, e cioè da mercoledì 11 a venerdì 13 gennaio, perché si sarebbe tosto involata verso il Pireo.

Il torturatore, la mente criminale di tale efferato delitto, è da identificarsi con il giudice istruttore Michel Claise che l’avrebbe tenuta al “freddo”. Ma come se non bastasse la Santa Inquisizione belga, tramite il suo braccio secolare, e cioè la polizia, ha fatto di peggio. Continuano i legali nella descrizione dell’orrendo trattamento inflittole: "Le è stata negata una seconda coperta e le hanno tolto il cappotto, la luce della stanza era sempre accesa impedendole di dormire, era nel suo periodo di ciclo mestruale con abbondanti perdite di sangue e non le era consentito lavarsi".

Ecco in cosa sarebbe consistita la fantomatica tortura. A parte che la descrizione dei due greci è tutta da verificare non pare che la giovane furbacchiona sia stata particolarmente vessata. Sono situazioni abbastanza comuni, soprattutto quando si ha a che fare con soggetti così pericolosi.

Se non fossimo in una epoca matta e disperatissima bisognerebbe anzi chiedersi perché la politica sia stata trattata con i guanti bianchi. Se si fosse trattato di una comune cittadino le sarebbe andata certamente peggio. E quindi la domanda è proprio l’opposto: per i suoi evidenti peccati ad Eva è stato riservato un trattamento di favore? Sembrerebbe proprio di sì. Non ci scordiamo che il padre di questo soggetto è stato beccato con una valigia zeppa di soldi mentre scappava nottetempo dalla sua casa, come i ladri in un film di Totò. Che la Kaili sia colpevole è del tutto evidente, si tratta solo di formalizzare, ed è incorsa nella giusta punizione che è arrivata pure troppo tardi. Eva ha semplicemente cominciato a scontare i suoi peccati.

Quando si sentono poi queste scempiaggini e si parla a sproposito di “tortura” bisognerebbe ricordarsi chi torturato lo è stato davvero. Ad esempio ad Eva andrebbe ricordata la storia di un ragazzo italiano, Giulio Regeni, che torturato in Egitto lo è stato davvero e ci ha lasciato la pelle. Altro che i suoi freddi da monsignora ricca e impellicciata. Anzi, visto che Bruxelles è incapace di garantire il benessere energetico dei suoi cittadini si tratta anche di una lievissima e giusta punizione di contrappasso, ancora troppo piccola, ma è già un inizio.

Ora aspettiamo che Piero Sansonetti si incateni davanti all’ambasciata belga. Ma pensiamo che non lo farà. A Roma fa troppo freddo.

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eva kailigiulio regeni





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