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Politica
Il look di Giorgia Meloni e le femministe: nel mirino il "tailleur del potere"
GIORGIA MELONI

Il femminismo e le analisi sociologiche sugli abiti di Giorgia Meloni

 


Per vedere il livello di vuoto livore a cui si è ridotto il femminismo di sinistra basta guardare un articolo apparso su Linkiesta a firma di Guia Soncini sui vestiti indossati da Giorgia Meloni. Un missile cade in Polonia e si è sull’orlo della Terza Guerra Mondiale con lo spettro dell’atomica, c’è la crisi energetica, c’è una pandemia ancora in atto e ci mancano solo che compaiano i quattro cavalieri dell’Apocalisse e la Soncini spreca preziosi bit informatici per parlare di come si veste il Primo Ministro.

Ma ci si fermasse solamente ad un fattore estetico -e cioè di moda- il discorso un po’ frivolo potrebbe anche interessante qualcuno, ma la Soncini non fa un discorso di moda bensì lei vuole andare oltre, fa sociologia spicciola e crede di poter utilizzare il cambio di look -a suo dire perpetrato dalla Meloni- per ammorbarci con l’ennesima tirata sulle donne liberate sì ma non ancora così libere di vestirsi come vogliono.

Ma cosa ha sconvolto così tanto la buona Guia per stimolarle arditezze che sembrano partorite davanti ad un Crodino malandrino alle 8 di mattina di una fredda giornata invernale in un bar di periferia?

Ebbene l’attenta indagatrice dei costumi, non dico giornalista perché non risulta misteriosamente iscritta all’ordine pur facendo questo mestiere, si è accorta, udite, udite che la Meloni è passata dalla gonna colorata a pieghe del periodo elettorale al tailleur scuro attuale. Anzi specifica che l’evento che le ha turbato (alla Soncini) l’esistenza è stato che non solo la Meloni ha tradito le categorie esistenziali della “gonna” e del “colore”, ma ha anche avuto l’ardire di far cadere nel dimenticatoio della Storia con la S maiuscola le tinte pastelle, che facevano così tanto Elisabetta Windsor e che tanto piacciono alla Soncini che evidentemente vive in un suo mondo fittizio fermo all’Ottocento.

E su questo fondamentale fatto politico la blogger parte per la tangente e comincia a straparlare di “tetti di cristallo infranti” (ma non c’era il Superbonus?) e di “dittatura del tailleur” che sarebbe il marchio che i maschi patriarcali e dominatori ancora costringono, sia pur involontariamente, le donne ad indossare.

Poiché la Soncini vuole fare l’intellettuale in ogni suo articolo ci fa capire che lei legge il New York Times. In questo Guia rivela una buona dose di provincialità casereccia, tipo Nando Moriconi interpretato da Alberto Sordi, l’indimenticabile protagonista di Un americano a Roma, che parlava sempre degli Usa e del “Kansas City”, mentre si mangiava cofane di romanissimi spaghetti. «Maccarone, m'hai provocato e io ti distruggo adesso, maccarone! Io me te magno...!».

Ecco, la Soncini è una nuova Nanda Mericoni, che si strugge e ci strugge con la nostalgia dell’America, terra di (supposte, attenti ai doppi sensi) libertà assolute, il paradiso dei radical chic di sinistra, che si dice si riuniscano ogni giorno sui quarzi di Central Park, scendendo dai loro stellari attici, per commentare insieme il New York Times e il Washington Post, sotto lo sguardo benevole di Saviano che li benedice e li saluta con un sorriso appena accennato ma già compiaciuto. Addirittura la leggenda narra che la Soncini voli ogni anno a Washington DC per commemorare sulle rive del Potomac lo scoop del WP su Nixon e il Watergate. Ma torniamo ai vestiti.

Dunque per il “Soncini pensiero” la frontiera del nuovo femminismo non sono i diritti ma il non indossare il “tailleur del potere” (attenti all’anello di tolkierana memoria!) che sarebbe poi l’equivalente della giacca e cravatta scuri dei poveri maschi che invece hanno molta meno libertà delle donne nel vestire istituzionalmente (e non).

Comunque se il femminismo è questo continuate così, fatevi del male, direbbe un radical chic d’elezione come Nanni Moretti.

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