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Politica
La crisi di governo si allontana. Decisivi l'aut aut Dem e le nomine
(fonte Lapresse)

Tanto tuonò...che non piovve? Può essere, probabile. La tensione nella maggioranza era vera, palpabile. Inutile negarlo. Bbastava parlare giovedì pomeriggio con qualsiasi deputato o senatore della maggioranza per capire come ogni scenario fosse possibile, compresa la crisi di governo. Il culmine non sono state tanto le parole roboanti quanto i fatti, ovvero la mancata partecipazione delle ministre renziane al Cdm. Poi la decisione, voluta dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte e condivisa con Nicola Zingaretti e Alfonso Bonafede, di inserire il Lodo Conte bis nel ddl sulla riforma del processo penale è stato il segnale che qualcosa stava cambiando. Che, al di là del finiano 'che fai, mi cacci?' di Matteo Renzi al premier, la temperatura si stava abbassando.

Fino all'importantissima dichiarazione ad Affaritaliani.it del deputato di Italia Viva Gennaro Migliore, il quale ha spiegato che non c'è alcuna mozione di sfiducia nei confronti del Guardasigilli. Ecco, forse, la svolta. Accompagnata dalle parole del capo del governo ("Mi interessa che cosa dice Renzi del Sud") e di Ettore Rosato, coordinatore dei renziani ("Siamo interessati solo al futuro del Paese. Vogliamo che questo governo faccia le cose che servono agli italiani, ad iniziare da come far ripartire l'economia"). Si torna così a parlare di provvedimenti per rilanciare la crescita, uscire dalle secche del segno meno spostando lo sguardo da prescrizione e giustizia che hanno lacerato la maggioranza in questi giorni. E' chiaro che è presto per dire che tutto sia rientrato e che sia tornato il sereno.

Ma se ieri il barometro diceva burrasca, oggia siamo a un semplice temporale. Possibilissimo anche a febbraio visto l'impazzimento del clima. Siamo ancora allo stop and go, con i renziani che annunciato di votare "certamente" la fiducia sul Milleproroghe ma di non votare il ddl Bonafede se non cambia il Lodo Conte bis sulla prescrizione. I tempi però sono dilatati, non essendo un decreto, e quindi ci sarà tutto lo spazio per smussare gli angoli e trovare un'intesa. A spingere verso la difficile ricucitura sono sostanzialmente due elementi. Il primo sono le dichiarazioni nette, forte e inequivocabile arrivate dal Partito Democratico (ieri Andrea Orlando, oggi Nicola Zingaretti) sul fatto che in caso di crisi per il Nazareno l'unica soluzione sarebbero le elezioni anticipate (referendum costituzionale permettendo). Uno spauracchio per chi come i 5 Stelle e Italia Viva non stanno certo benissimo nei sondaggi e quindi vedono le urne come il fumo negli occhi.

Poi c'è il collante più forte di tutti, anche delle polemiche più aspre: l'infornata di circa 400 nomine di aziende pubbliche di cui, a partire da fine marzo, l'esecutivo dovrà occuparsi. Nessuno, Renzi in testa, vuole restare fuori dai giochi. E così la febbra alta del governo è diventata un'alterazione.

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