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Palazzi & potere
Coronavirus, ecco cosa serve al paese: parla Elio Lannutti

Coronavirus: pandemia segna la fine di un’epoca ed il fallimento storico, definitivo di vecchi feticci, quali globalismo e neo-liberismo, che hanno arricchito pochi, impoverito, saccheggiato e danneggiato moltitudini di popoli. Serve costituente per ricostruire dalle macerie e moderne regole internazionali analoghe a Bretton Woods

 

 

L’EUROPA E L’EURO. 28 Paesi europei hanno ceduto parte della propria sovranità a favore dell’Unione europea, e 19 di essi  ne hanno ceduto un ulteriore pezzo per la moneta unica, un passaggio avvenuto nel 1999, che è considerato soltanto il primo tassello verso la realizzazione del sogno di Altiero Spinelli, padre del federalismo europeo contemporaneo, autore nel 1941 assieme a Eugenio Colorni, Ursula Hirschmann ed Ernesto Rossi, del “Manifesto per una nuova Europa, libera e unitaria”, meglio conosciuto come il “Manifesto di Ventotene”. Da quel Manifesto la situazione è profondamente cambiata, a cominciare dalla percezione del processo di integrazione. Sul piano storico, la nuova Europa, così come venne illustrata nell’immediato dopoguerra, avrebbe dovuto assicurare «uno sviluppo armonioso ed equilibrato delle attività economiche nell’insieme della comunità», come pure «alti livelli di occupazione e di protezione sociale», «il miglioramento del tenore e della qualità della vita» delle persone e perfino «la solidarietà tra gli Stati membri». Di questi macro-obiettivi praticamente nessuno è stato realizzato. Da Maastricht in poi abbiamo assistito a un’inversione di tendenza pericolosa, con un allargamento della forbice tra ricchi e poveri, che negli ultimi anni ha visto da una parte un incremento di questi ultimi a vantaggio di ricchi che sono sempre più ricchi, con la ricchezza concentrata in poche mani. Anche in tema di “protezione sociale”, non solo in questi anni non si sono fatti passi avanti, ma molte delle conquiste previdenziali, di lavoro, di welfare in generale, sono state smantellate, a scapito del benessere dei cittadini. A ridosso della crisi cominciata nel 2008, dalla Grecia all’Italia, passando per il Portogallo, la Spagna e la Finlandia, l’austerity in soli quattro anni ha prodotto tagli alla spesa sociale pari a 230 miliardi di euro. In Italia sono iniziate le privatizzazioni.

Proposte di Riforma e Salvezza Nazionaleai tempi del Covid-19

Un Trattato come quello di Maastricht, che non si sarebbe mai potuto approvare prima, è stato sdoganato. In Europa hanno attecchito teorie economiche neoliberiste, arrivate dalla scuola di Chicago (USA), e che fino a quel momento erano state snobbate e criticate con forza dai governi europei, guidati da statisti che pensavano ancora al bene pubblico, al miglioramento delle condizioni dei propri cittadini, a riforme importanti per il benessere e la ricchezza delle Nazioni e che fino ad allora avevano trovato spazio solo nel Regno Unito a guida Thatcher. Dopo il 9 novembre 1989 tutto è diventato possibile. La caduta del Muro, l’unione delle due Germanie, ha stravolto ogni cosa.

 

IL DIVORZIO TESORO BANKITALIA

 

Fino al 1981, l’Italia godeva della sovranità monetaria garantita dalla proprietà pubblica dell’istituto di emissione, “ente di diritto pubblico” ai sensi della legge bancaria del 1936, controllato dallo Stato per il tramite delle “banche di interesse nazionale” e degli “istituti di credito di diritto pubblico”. Dal 1975 la Banca d’Italia si era impegnata ad acquistare tutti i titoli non collocati presso gli investitori privati, che garantiva il finanziamento della spesa pubblica, la base monetaria, la crescita dell’economia reale. Lo Stato poteva attingere ad un’anticipazione di tesoreria presso la Banca d’Italia per il 14% delle spese iscritte in bilancio e deteneva, fino al 1992, il potere formale di modificare il tasso di sconto. Contrariamente al luogo comune che la vorrebbe “spendacciona” e finanziariamente poco virtuosa, l’Italia aveva la quota di spesa pubblica in rapporto al PIL più bassa tra gli Stati Europei: il 41,1% contro il 41,2% della Repubblica Federale Tedesca, il 42,2% del Regno Unito, il 43,1% della Francia, il 48,1% del Belgio e il 54,6% dei Paesi Bassi. Il rapporto tra debito pubblico e PIL era fermo al 56,86% nel 1980. Nella famosa lettera del 12 febbraio 1981, che il Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta scrisse al Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, venne sancito il “divorzio” tra le due istituzioni e l’inizio dei guai per l’Italia.

 

LE PRIVATIZZAZIONI SUL BRITANNIA

 

Il 2 giugno 1992 sullo Yatch Britannia della Regina Elisabetta si svolse la Conferenza sulle Privatizzazioni, con Mario Draghi, all’epoca D.G. del Tesoro, che tenne un discorso sulla vendita delle aziende pubbliche italiane. Quella conferenza sulle privatizzazioni organizzata dai “British Invisibles”, il gruppo di interessi finanziari della City di Londra, segnò l’inizio dell’agonia e del declino dell’Italia, con le successive svendite di Stato, dalle banche all’agroalimentare, dalle concessioni autostradali all’industria ed alla telefonia a gruppi privati, definiti per una legge del contrappasso “capitani coraggiosi”. 

 

IL SISTEMA SANITARIO NAZIONALE

 

Il sistema sanitario nazionale pubblico, fiore all’occhiello dell’Italia, è stato in parte smantellato a favore dei privati, col rapporto tra spesa sanitaria e ricchezza prodotta dal Paese scesa ad una soglia limite, sotto la quale non è più possibile garantire l’accesso alle cure. Nel 2019 era calata al 6,4%, nel 2020 si stima scenderà al 6,3%, con personale sanitario non rimpiazzato e presidi ospedalieri chiusi o ridotti nelle loro capacità. Solo di infermieri ne mancano all'appello almeno 50mila, tra i 20mila in più che servirebbero negli ospedali e i 30mila aggiuntivi che sul territorio dovrebbero colmare i bisogni di assistenza dettati dalla cronicità e dall'invecchiamento della popolazione.

Secondo il sindacato ANAAO Assomed, nel 2025 potrebbero mancare in Italia circa 16.500 medici specialisti nel settore pubblico, poichè dei circa 105.000 medici impiegati nel pubblico ne andranno in pensione circa la metà, ben 52.000.Confrontando i pensionamenti con le stime dei medici specializzati assunti dal SSN nei prossimi anni, i sindacati hanno calcolato che diverse discipline mediche affronteranno una carenza di specialisti e medici di famiglia, mentre proliferano le lunghe liste d’attesa, che arrivano anche a un anno, ed i medici che ti “suggeriscono” la visita privata o l’analisi di laboratorio con pochi giorni d’attesa, a conferma dei gravi guasti della privatizzazione nella sanità.Persino la sinistra europea, e quella italiana in particolare, ha cominciato a guardare alle teorie neoliberiste con occhi meno critici. Lo Stato centrale, lo statalismo in generale e il welfare erano categorie superate. Il mondo andava da tutt’altra parte. Tutto sommato la mano invisibile che regolava i mercati in totale autonomia non era come sostenevano certi economisti classici un “mostro” da evitare. E un’ingerenza minore dello Stato non avrebbe fatto male a nessuno.

 

20 ANNI DI EURO: ITALIA -73.600 EURO PRO-CAPITE, GERMANIA +23.000 EURO

 

20 anni dopo l’introduzione dell’euro, gli effetti non sono stati uguali per tutti. In un certo senso, la moneta unica ha tracciato un solco che divide i paesi dell’Eurozona in due gruppi. Da un lato ci sono Germania e Olanda, che hanno tratto enormi benefici dalla nuova valuta, guadagnando quasi 1.900 miliardi la prima, 346 miliardi la seconda. Dall’altro, figurano quegli stati che hanno perso ricchezza, come l’Italia (più di 4.300 miliardi) e la Francia (quasi 3.600 miliardi). A fare il calcolo è stato uno studio condotto da Alessandro Gasparotti e Matthias Kullas, pubblicato dal think tank tedesco Centre for European Politics dal titolo Vincitori e Vinti, i due ricercatori hanno determinato l’impatto dell’introduzione della valuta europea sulla ricchezza individuale dei cittadini, valutando quando ciascuno di essi ha perso o guadagnato dal 1999 al 2017.

I tedeschi e gli olandesi si sarebbero arricchiti di più secondo il rapporto, accumulando rispettivamente 23 mila e 21 mila euro. A perdere di più sarebbero stati invece gli italiani, registrando un saldo negativo di 73.600 euro, seguiti da francesi (-56 mila euro) e portoghesi (-41 mila euro).

 

RIPARTIRE DAL MANIFESTO DI VENTOTENE

 

Nel periodo più cupo della nostra storia, Ventotene è stato un luogo vivissimo di elaborazione del pensiero. È su quest’isola del Lazio che nel 1941 Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann scrissero “Il Manifesto per un’Europa libera ed unita”, immaginando un’Europa federale, diventata nel giro di pochi anni ostaggio di chi quello spirito lo ha profondamente tradito. Spinelli, Colorni e Rossi auspicavano allora la nascita di una categoria politica nuova, i «rivoluzionari europei». Ovvero, una generazione di nuovi leader ispirati dai valori federalisti e pronti a tutto pur di difenderli. Basta dare una scorsa al contenuto del Manifesto per capire le loro intenzioni.

Nella prima parte, il testo contiene una serie di conquiste della modernità che l’epoca degli Stati totalitari era riuscita a cavalcare svuotandole di senso, fino a rovesciarle: fa appello alla libertà dell’uomo, alla possibilità dei cittadini di partecipare autenticamente alla vita pubblica; rivendica la giustizia sociale; denuncia il modo in cui lo strapotere delle banche e delle oligarchie economiche può compromettere di fatto il funzionamento di una democrazia compiuta, la possibilità che gli individui che ne fanno parte riescano a sviluppare la loro personalità in modo pieno; parla della libertà di movimento di esseri umani e merci; individua in un regime economico che favorisce le colossali fortune di pochi e l’indigenza di molti uno dei principali ostacoli alla mobilità sociale e alla promozione individuale; auspica lo spirito critico contro il dogmatismo autoritario.

Nella seconda parte, dopo aver previsto il crollo dei regimi totalitari, il Manifesto traccia i compiti del dopoguerra, individuando in un’Europa unita e federale il soggetto che meglio può interpretarli, «un saldo Stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali» e che «spezzi decisamente le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari».

E ancora: «La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la realizzazione per esse di condizioni più umane di vita». Il Manifesto ammonisce in particolare le rinate democrazie: «Mancando ogni seria rivoluzione politica e sociale, si andrebbero immancabilmente ricostituendo le istituzioni politiche pre-totalitarie, e la lotta tornerebbe a svilupparsi secondo i vecchi schemi della contrapposizione delle classi». Il che, in uno scenario molto diverso da quello che potevano immaginare gli autori del Manifesto, è proprio ciò a cui stiamo assistendo.  Spinelli e gli altri non potevano immaginare da Ventotene che, una volta costituita la Unione europea, questa sarebbe nata monca e che si sarebbe tergiversato sulle questioni fondamentali, trasformando così l’isola del Tirreno nel simbolo di qualcosa che non c’è mai stato, se non come confusa dichiarazione d’intenti. In poche parole, in una tomba simbolica dell’Europa stessa.

 

IL TRADIMENTO DELLA UE

Ben presto l’Unione europea ha perso per strada quello che per Spinelli e gli altri era alla base del loro Manifesto, il concetto di solidarietà sociale, che pure – è bene rimarcarlo - era stato ben definito e spiegato nel 1941. Figli e testimoni del naufragio dei nazionalismi nei totalitarismi, Colorni, Rossi, Spinelli e Hirschmann ritenevano infatti che la società europea potesse progredire verso una federazione di Stati soltanto a patto di eliminare le differenze tra i cittadini dei diversi Paesi. Il cosiddetto«principio di armonizzazione», che ha guidato i primi passi della Cee e poi della Ue e che, invece, ha subito negli ultimi anni pesanti battute di arresto. La crisi economica del 2008-2009 ha poi fatto il resto, insieme alla Troika e alle misure lacrime e sangue imposte all’Europa Meridionale. Ovvero, ai Paesi più deboli. E la vittima di questi anni di austerità e caos politico è stata, appunto, proprio lei, la solidarietà sociale tra i popoli. Quello che invece doveva essere il collante dell’intero progetto comunitario. Se gli apologeti dell’Europa unita si fossero davvero premurati di prestare fede al testo del Manifesto di Ventotene, si sarebbero resi conto con estrema facilità che il nesso causa-effetto davanti ai problemi che rischiano di decretare la fine dell’Unione è invertito rispetto a quanto divulgano ogni giorno dalle cancellerie del Continente. Populismi, nazionalismi, qualunquismi sono effetti, non cause. Sono la conseguenza di un Continente che crede alla burocrazia più che al suo stesso popolo, che presta attenzione a una oligarchia vestita di grigio più che alla democrazia, che mira agli equilibrismi della moneta unica più che alle idee su cui l’economia dovrebbe fondarsi, che crede a una continua nevrotica limatura del rapporto tra deficit e Pil più che a uno stupefacente laboratorio filosofico, politico, artistico, linguistico, spirituale qual è stato per secoli il nostro Continente.

 

SIAMO IN GUERRA CON LA PANDEMIA DEL CORONAVIRUS

 

Dopo la pandemia Covid-19, il Massachusetts Institute of Technology ha elaborato uno studio sull’impatto che il virus avrà sull’economia mondiale e sui singoli Paesi. Il Prodotto interno lordo mondiale quest’anno si ridurrà del 4,8%, il Pil dell’Unione europea dell’8,9% e quello dell’Italia del 12,4%. Un’ecatombe che potrebbe portare alla devastazione del tessuto economico e sociale del nostro Paese. La situazione economica che si prospetta è così grave da aver spinto, eccezionalmente, il governo italiano, insieme a quelli di Belgio, Francia, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia e Spagna, a scrivere una lettera accorata al presidente del Consiglio europeo, Charles Michel.

«La pandemia del Coronavirus è uno shock senza precedenti», si legge nella lettera. «Le misure straordinarie che stiamo adottando per contenere il virus hanno ricadute negative sulle nostre economie. Abbiamo pertanto bisogno di intraprendere azioni straordinarie che limitino i danni economici e ci preparino a compiere i passi successivi. Gli Stati membri dovranno fare la loro parte e garantire che il minor numero possibile di persone perda il proprio lavoro a causa della temporanea chiusura di interi settori dell’economia, che il minor numero di imprese fallisca, che la liquidità continui a giungere all’economia e che le banche continuino a concedere prestiti nonostante i ritardi nei pagamenti e l’aumento della rischiosità. Tutto questo richiede risorse senza precedenti e un approccio regolamentare che protegga il lavoro e la stabilità finanziaria».

Approccio regolamentare che, teoricamente, la nostra attuale Carta costituzionale consentirebbe (articolo 81, secondo comma: «Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali»). Ma solo per quest’anno. Nel 2021, nel 2022 e per alcuni anni a seguire sarà difficile giustificare il continuo ricorso all’indebitamento massiccio dello Stato, visto che gli «eventi eccezionali» menzionati dalla Costituzione ci augureremmo non dovrebbero più accadere.

 

ABROGARE IL PAREGGIO DI BILANCIO IN COSTITUZIONE

 

In Senato, oltre ad aver presentato con 70 senatori del M5S una proposta di legge il 20 novembre 2019 per l’Istituzione dei certificati di compensazione fiscale in forma dematerializzata, ho redatto una proposta di legge per abrogare il pareggio di bilancio. L’affermazione del pareggio di bilancio in Costituzione (introdotto con la legge costituzionale n. 1 del 2012) rappresenta una rottura con la storia del costituzionalismo pluralista e democratico del nostro Paese. Come si può pensare di escludere dalla Carta ogni opzione diversa da quella neoliberista?

Ha scritto Gaetano Azzariti, professore di Diritto costituzionale dell’Università di Roma “La Sapienza”: «Chi ha introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione è stato accecato dall’ideologia, tendendo a limitare, in ogni caso, la spesa pubblica, dimenticando che è dovere della Repubblica riconoscere e garantire i diritti inviolabili. Il pareggio di bilancio è frutto di questa visione». 

Il costituzionalismo che si è affermato nel dopoguerra è definito «democratico e pluralista». «Pluralista», ha aggiunto Azzariti, «non è una qualificazione generica, indica un carattere preciso che deve essere rispettato nella fissazione dei principi in Costituzione. Essi non possono imporre un’unica ideologia, né liberista, né comunista, né socialdemocratica. La nostra Carta, infatti, è il frutto di una sintesi tra le culture liberale, comunista e cattolica, e ha retto per ben settant’anni. È per questo che i nostri costituenti hanno assegnato al Parlamento la scelta del tipo di politica economica e sociale da attuare. Con la modifica dell’articolo 81 si è rotto tale schema: il liberismo entra ufficialmente in Costituzione, come unica ideologia, come pensiero unico. Si impone una specifica politica economica a scapito di ogni altra». La crisi finanziaria del 2008 e quella successiva dei debiti sovrano del 2011 aveva messo in ginocchio l’economia e la società italiana. Milioni di disoccupati in più, migliaia di aziende costrette a chiudere, perdita reale della capacità di acquisto da parte di una parte consistente degli italiani.

Dinnanzi a questa rotta dell’economia, che pure aveva evidenti e importanti ragioni sovranazionali, la modifica del testo della nostra Costituzione volta ad assicurare un astratto equilibrio e a limitare in concreto il ricorso all’indebitamento, fu una soluzione di natura puramente ideologica, facendo apparire le particolari politiche di stampo neoliberista e di rigore come le uniche costituzionalmente compatibili. Ma, ciò che più appare grave è che i vincoli costituzionalmente imposti all’azione di pubblici poteri e i limiti alle finanze pubbliche non hanno tenuto in nessun conto la necessità di assicurare i diritti fondamentali delle persone. Sono questi valori costituzionalmente incomprimibili, declinati nel testo della nostra Costituzione come diritti «inviolabili», che la Repubblica deve in ogni caso riconoscere e garantire (ex articolo 2 della nostra Costituzione).

In più, la politica del pareggio di bilancio si è rilevata fallimentare. Non solo non ha assicurato alcun vantaggio all’economia reale, ma la norma costituzionale è sempre stata derogata. Mai applicata direttamente, ha prodotto solo perversi effetti collaterali.

Pensare che il taglio nei deficit pubblici possa essere compensato dall’aumento di altre componenti della domanda aggregata è una pia illusione.

È stata l’analisi delle cause profonde della crisi a essere sbagliata: essa è stata fatta risalire alla «crisi dei debiti sovrani», mentre i debiti sovrani sono peggiorati a seguito della crisi e non viceversa.

 

RIGORE ED AUSTERITA’ HANNO DETERMINATO IL GOLPE IN GRECIA

 

L’Unione Europea ha prodotto una serie di documenti (Trattati, regolamenti, raccomandazioni, lettere), tutti indirizzati a perseguire la politica del «rigore». Cui vanno aggiunte le sollecitazioni rivolte ai singoli Stati affinché adottassero normative restrittive delle spese e limitative dei diritti (soprattutto quelli sociali). Oltre a vincoli che sono stati introdotti direttamente nella normativa europea o in quella collaterale: Patto Euro plus, Six Pack, Fiscal compact, Two Pack. Nessuno di questi atti ha imposto una modifica costituzionale ai Paesi soggetti alla normativa europea. Lo stesso Fiscal compact (al quale, in base alla retorica dominante, si imputa la scelta di modificare la Costituzione introducendo il principio di pareggio di bilancio) ha obbligato sì a introdurre princìpi di equilibrio dei conti «tramite disposizioni vincolanti e di natura permanente», ma con una semplice indicazione di «preferenza» per il livello costituzionale (articolo 3, comma 2).

La scelta di costituzionalizzare il principio del pareggio di bilancio è ricaduta pienamente nella responsabilità politica del Parlamento italiano. Una scelta che ha reso immodificabili le politiche del rigore anche nell’ipotesi di un ravvedimento a livello europeo. Inoltre, il dogma dell’obbedienza al Fiscal compact, e in generale apolitiche di austerità e di pareggio di bilancio, è stato nettamente negato anche dalla sentenza della Corte costituzionale n. 275 del 2016. Secondo la Consulta, i servizi primari incomprimibili per i cittadini non possono venire negati da vincoli di bilancio e il corpus normativo costituzionale nazionale ha preminenza sull’obbligo del rispetto dei Trattati medesimi (anche se tale obbligo è inserito in un articolo della Carta costituzionale).

Il primo passo nella giusta direzione deve compierlo, il Parlamento italiano, attraverso l’eliminazione del principio del pareggio di bilancio dalla Carta costituzionale. Non avrebbe, infatti, alcun senso cambiare le regole a livello europeo e poi rimanere vincolati da quanto stabilito dalla Costituzione italiana. L’intero costituzionalismo moderno ha preteso una tutela privilegiata dei diritti fondamentali delle persone. Questi diritti, nella nostra Costituzione dichiarati «inviolabili» (articolo 2), sono collegati allo sviluppo della personalità e richiedono, in ogni caso, l’adempimento di doveri di solidarietà politica, sociale ed economica. Una pretesa di tutela che non può essere abbandonata in nessuna contingenza economica, neppure nelle fasi avverse del ciclo. Il rispetto dei diritti fondamentali delle persone (locuzione preferita a quella di diritti inviolabili nella giurisprudenza internazionalistica e nella normativa europea) deve essere perseguito sempre, anche nei casi in cui si pongano in essere le più rigorose manovre di contenimento dei disavanzi pubblici. Il principio costituzionale della necessaria salvaguardia dei diritti fondamentali delle persone deve essere assicurato nel rispetto dei vincoli di bilancio fissati nella legge generale sulla contabilità e la finanza pubblica. Una normativa nazionale «di natura permanente», così come richiesto dal Trattato di stabilità.

 

LE PROPOSTE: SIAMO IN GUERRA

 

Se si guarda alla storia dell’Unione europea non è difficile individuare l’obiettivo strategico per sviluppare una nuova Europa solidale e democratica: abbandonare Maastricht. E non, come qualcuno suggerisce ora alla luce delle conseguenze di quel Trattato, limitandone gli eccessi. Bisogna ricordare infatti che Maastricht (entrato in vigore il primo gennaio 1993 con l’obiettivo principale di creare un’unione economica e monetaria) ha in qualche modo sancito la definitiva scissione tra diritti e mercato, ha decretato l’abbandono di ogni disegno di un’Europa democratica per affermare un ordine dominato dalle ragioni della finanza, dalla stabilità dei mercati e dei bilanci.

Non furono tanto i parametri economici imposti per la partecipazione all’Unione (stabilità dei prezzi, situazione delle finanze pubbliche, tasso di cambio, tassi di interesse a lungo termine), quanto l’imporsi di un vero e proprio «paradigma generale», una nuova razionalità, che ha finito per dominare il seguito della storia dell’Europa, bandendo come abbiamo visto la politica sociale, escludendo il conflitto come strumento di crescita e affermazione dei diritti, imponendo una specifica visione neoliberista come unica dimensione del dialogo tra gli Stati. È, quindi, evidente che la strada per un’altra Europa (unita, democratica, solidale) ci porta da Maastricht a Ventotene.

 

COVID19 ANCOR PIU’ GRAVE DI UN CONFLITTO MONDIALE: CHE FARE?

 

A fronte della incapacità di risposta dell’Europa ad egemonia tedesca, con gli “Stati Canaglia” suoi satelliti come l’Olanda, un paradiso fiscale e societario il cui dumping fiscale ha sottratto oltre 200 miliardi di euro agli altri paesi Ue (35 mld di competenza dell’Italia), invece di ricorrere al Fondo Mangia Stati come il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), già utilizzato col colpo di Stato in Grecia dai ‘programmi della Troika), il costituzionalista Paolo Maddalena, già vice presidente della Corte Costituzionale in assenza di solidarietà in queste ore drammatiche ancor più gravi di un conflitto mondiale, ha proposto la sospensione dei Trattati europei, in applicazione dell’art.11 della Costituzione UE,  che  recita:”L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Con questo articolo l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa, non di difesa: se attaccata, l’Italia può rispondere con le armi. Al rifiuto della guerra si associa la disponibilità a limitare la propria sovranità, cioè il proprio autogoverno, a favore di organizzazioni che promuovano la pace, come l’Organizzazione delle Nazioni Unite (O.N.U.). La pace è quindi posta come un bene supremo, che motiva l’adesione a organizzazioni internazionali e le conseguenti limitazioni di sovranità dell’Italia. In un secondo tempo, l’interpretazione di questo articolo è stata estesa per conferire una base costituzionale alla partecipazione italiana al processo di costruzione europea: l’adesione dell’Italia alla Comunità Economica Europea e, successivamente, all’Unione Europea.

 

  1. SOSPENDERE ACCORDI BASILEA E RATING A TEMPO INDETERMINATO

 

I criteri del calcolo introdotti dal primo Accordo di Basilea, in vigore dal 2008 furono riformati per rendere la regolamentazione quanto più sensibile al rischio di ogni prestito bancario, anche tramite la differenziazione di diverse tipologie di rischio per tipologie di clienti. Conseguenza di questo fu l’introduzione dei “rating”, ovvero dei giudizi assegnati dalla banca da cui far dipendere il requisito patrimoniale delle imprese. La definizione del rating è frutto di una serie di calcoli matematici che includono fattori quantitativi (indici di bilancio, centrale di rischi e indici di andamento aziendale) e fattori qualitativi (prospettive settoriali e altre situazioni caratteristiche dell’azienda). Il risultato è un valore numerico al quale corrisponde una determinata “propensione all’insolvenza”. Sospendere analogamente ogni giudizio di rating sugli Stati sovrani, fino ad emergenza terminata.

  1. Discutere (ed emendare) le Proposte di Riforma e salvezza Nazionale ai tempi del Covid19, per convertire l’emergenza in un reale cambiamento di paradigma nell’economia, nella politica e nella Società, documento sottoscritto finora da 22 parlamentari del M5S (Allegato).
  2. Istituire una Commissione di 40 saggi (ad es.giuristi, economisti, magistrati, medici, ingegneri, storici, futurologi, ecc.di ogni estrazione politica) per affrontare l’emergenza ed un piano di ricostruzione dell’Italia dopo la pandemia.
  3. Sul piano internazionale: a) in Europa abrogare i trattamenti fiscali e societari di vantaggio che fanno concorrenza sleale, attuando il disatteso pilastro dell’Unione Fiscale. b) Promuovere le basi politiche per una nuova Bretton Woods, per ricreare le condizioni di una forte presenza dello Stato nell'economia, dopo le comuni esperienze negative di globalismo e neo-liberismo, per la ricostruzione del sistema monetario e finanziario, come accaduto dopo il secondo conflitto mondiale.  Gli accordi di Bretton Woods furono un insieme di regole riguardanti le relazioni commerciali e finanziarie internazionali tra i principali paesi industrializzati del mondo  occidentale. Essi furono il risultato di trattative tenutesi dal 1º al 22 luglio 1944 nella omonima località nei pressi di Carroll, nel New Hampshire (la cosiddetta Conferenza di Bretton Woods), con 730 delegati di 44 nazioni alleate per la conferenza monetaria e finanziaria delle Nazioni Unite (United Nations Monetary and Financial Conference) al Mount Washington Hotel, nella città di Bretton Woods (New Hampshire). Dopo un acceso dibattito, di tre settimane, i delegati firmarono gli accordi di Bretton Woods.
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