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Palazzi & potere
Fake News: per combatterle ci vuole pluralismo e senso critico

Da qualche tempo è esploso, in tutto il mondo (naturalmente solo in quello che dispone di media liberi), il tema delle fake news, cioè delle notizie false o farlocche che dir si voglia. Il problema è sempre esistito ma, nell'ultimo decennio, con il progressivo e inarrestabile affermarsi delle comunicazioni via web, esso è diventato sempre più esteso e pericoloso. Queste comunicazioni infatti, scrive Pierluigi Magnaschi su Italia Oggi, non solo sono diventate istantanee e mondiali, ma possono anche essere attivate, in modo estemporaneo e incontrollato, da singole persone, non inquadrate professionalmente e quindi non tenute al rispetto di regole deontologiche.

Chi si batte entusiasticamente ma anche naifisticamente, contro le fake news, crede che sia facile individuarle e quindi sbarazzarsene. I più tecnologicamente preparati (o che dicono di esserlo) puntano sugli algoritmi che, secondo loro, sarebbero in grado di spazzare via la fake news in men che non si dica. Fin che si tratta di sbugiardare chi scrive che la Rivoluzione francese è stata fatta da Giulio Cesare, o che la Prima guerra mondiale è finita nel 1945 o che la Nato è un dispositivo militare multinazionale che opera a vantaggio del Sud America, l'algoritmo della virtù informativa è sicuramente lo strumento più efficace anche se a questo scopo potrebbero provvedere anche i correttori di bozze di un tempo.

Ma la peggiore disinformazione non si fa tanto con le fake news vere e proprie bensì con le fake truth, cioè con le false verità, quelle che non insospettiscono un lettore di media cultura. Le fake truth infatti si basano anche solo su delle verità non dette, o su delle verità dette a metà, o su delle giustapposizioni impaginative, o su titoli reticenti i sottilmente fuorvianti.

Il peggio della disinformazione basata sulle fake truth è quella che fiorisce nell'informazione internazionale, nella quale la capacità dei lettori nell'individuare e bollare una bufala è necessariamente molto bassa, visto che, in questo caso, essi sono informati su delle realtà che non conoscono da vicino. Facciamo un esempio per rendere l'idea. Se un giornale italiano scrive che la Lega di Salvini è un partito fascista, la maggioranza dei lettori italiani sa che si tratta di una forzatura da propaganda politica da parte degli avversari. Invece, questa stessa affermazione, letta su un giornale statunitense o ascoltata su un Tg inglese, solleva subito un allarme planetario che non riguarda solo Salvini e il suo partito ma che si riverbera anche sull'intera Italia che, in questi paesi, con queste fake truth, viene giudicata come un paese dove si è insediato il regime fascista, visto che un partito fascista (la Lega) siede al governo, godendo, tra l'altro, del maggior numero delle intenzioni di voto rispetto al suo partito alleato.

Per neutralizzare questa colossale fake truth (nei suoi deflagranti effetti politici e finanziari internazionali) gli algoritmi non servono un tubo. Loro infatti partirebbero da una constatazione: tutti i grandi giornali di lingua inglese (avendolo copiato da la Repubblica prima dell'ultima direzione) scrivono che la Lega è un partito fascista. Ergo, dice l'algoritmo, questa affermazione è vera. Poi, dando per scontata la prima acquisizione, l'algoritmo accerta che, in effetti, la Lega, non solo è al governo con gli M5s ma dispone di quasi del doppio delle intenzioni di voto a loro favore. Pertanto, l'algoritmo, che ragiona con una logica inflessibile (ma, come vediamo qui, pure claudicante) conclude che l'Italia ha un governo fascista. Per cui dà torto a chi osasse dire che non è vero.

Cioè, in pratica, l'algoritmo destinato a scoprire le fake truth sarebbe in effetti un infaticabile autorevolissimo creatore di fake truth, al quale, tra l'altro, non ci si può opporre se non rischiando di essere ridicolizzati a livello dell'orbe terracqueo. Infatti, chi osasse farlo, si sentirebbe rispondere con un: vuoi saperne più del mega computer del Grande fratello, quello che, in un bit, è capace di separare il grano dal loglio o il vizio dalla virtù?

Il guaio è che oggi, nel mondo della globalizzazione, dove se gli Usa prendono il raffreddore, l'Europa prende la polmonite, è proprio a livello internazionale dove agisce più efficacemente la mistificazione informativa. Ed è proprio a questo livello dove gli agenti che vogliono raccontare le verità che convengono a loro e ai loro governi o alle loro multinazionali sono più efficaci. E, spesso, queste informazioni sono anche le più pericolose. Ad esempio, tutto il mondo occidentale era convinto che Saddam Hussein avesse dei depositi colossali di armi chimiche di distruzione di massa (ma non ci cascò ItaliaOggi, che allora non dirigevo, e quindi non è per merito mio). Tuttavia la guerra contro l'Irak che ne seguì e che ha terremotato (e continua a farlo) l'intero Medio Oriente fu il frutto di questa enorme bufala (come poi fu ufficialmente riconosciuto addirittura dal premier inglese Tony Blair che, assieme ad altri paesi, aveva provveduto a propagarla). Anche in questo caso l'algoritmo che scova le bufale avrebbe fatto cilecca. Per scovare la fake news ci voleva (e vuole) spirito critico e mezzi che ti veicolano le informazioni di base non inquinate che ci sono sempre ma che non sono sempre disponibili per tutti.

Volete sapere un'altra fake truth (bollinata come vera da tutti gli algoritmi)? Questa fake truth ha demonizzato un intero paese europeo che ha, per massimo difetto, quello di dissentire da quello che dice e gli vorrebbe imporre la Francia? Macron infatti ha ripetutamente demonizzato il premier ungherese Orbàn, perché, ha detto, il governo magiaro, presieduto da costui, ha messo la magistratura alle dipendenze del governo e quindi ne ha soppresso l'autonomia. L'accusa è vera. Ciò che è impresentabile è il pulpito dal quale viene questa reprimenda. Infatti l'Ungheria ha adottato questa legge da un anno mentre in Francia i procuratori vengono nominati dal governo da più di un secolo. Non solo, in Ungheria, i procuratori sono scelti dal Parlamento con il 70% dei voti, mentre in Francia vengono scelti solo dal consiglio dei ministri, cioè solo dall'argano istituzionale che rappresenta solo la maggioranza parlamentare. Su questo tema quindi è Orbàn che dovrebbe fare l'imbufalito nei confronti di Macron (e non viceversa) mentre tutta l'opinione mondiale ritiene sia il contrario. Intanto anche su questo tema gli algoritmi non dicono nulla o, al massimo, da utili idioti, suffragano la fake truth.

La conclusione? Contro le fake truth che pesano non servono gli algoritmi ma la libertà, il pluralismo mediatico e lo spirito critico. Viviamo in un mondo sempre più complesso e sempre più intossicato da interessi colossali. La reazione contro le fake truth è possibile. Ma non sta negli algoritmi ma nel cervello della gente e nell'onestà dei giornalisti. Se mentre tutto il mondo si stracciava le vesti per le armi di distruzione di massa che aveva accumulato Saddam Hussein, ItaliaOggi, a quel tempo, sostenne il contrario, vuol dire che, se si vuole, si può nuotare anche controcorrente al servizio dei propri lettori e a vantaggio della verità. Che non piace ai potenti di ogni tipo (che hanno ben altro di cui interessarsi) ma che serve all'opinione pubblica.

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