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Architettare
Scrivere l’Architettura: progettare con le parole
Castello e Sole, Paul Klee, 1929

Raymond Carver e Italo Calvino non furono mai architetti. Eppure, una grande lezione di Architettura proviene proprio da due scrittori, a conferma del fatto che esiste un’intersezione e un’interazione continua tra scrittura architettonica e scrittura alfabetica e che la ragione delle forme risiede nella possibilità di dispiegarne il senso e mostrarne le relazioni.

La Cattedrale di Carver è disegnata da un cieco che guida con la sua mano e la sua voce un vedente nel disegno dell’edificio religioso; le Città invisibili di Calvino sono costruzioni urbane tradotte in immagini mentali. Nell’uno e nell’altro caso, la parola si fa materia: la narrazione diventa momento progettuale nel quale osservazione e interpretazione convivono sino a coincidere.

Scrivere, così, aiuta a “vedere” i propri pensieri: la parola, prima ancora del disegno e del rilievo, è generatrice di spazi. La scrittura è, quindi, un dispositivo di progetto.

Un grande architetto, maestro e teorico del Novecento, Aldo Rossi insisteva nel sottolineare ai suoi studenti l’importanza della “descrivibilità” del progetto che è costruito, innanzitutto, per via razionale: «[…] questa architettura pensata ritorna continuamente nei maestri antichi e moderni, ritorna quasi ossessivamente negli scritti di Adolf Loos che dichiara che l’architettura la si può descrivere ma non può essere disegnata: anzi, questo carattere di formulazione logica che ne permette la descrizione è caratteristico della grande architettura: il Pantheon lo si può descrivere, le costruzioni della Secessione no». Architettura, dunque, come scrive Le Corbusier, significa formulare con chiarezza i problemi.

Lo stesso architetto milanese Antonio Monestiroli ha affermato di aver spesso imparato più dalle relazioni dei progetti di alcuni suoi maestri, che dai progetti stessi. Il volume di recente pubblicazione intitolato “Aldo Rossi. I miei progetti raccontati” - curato da Alberto Ferlenga - è la prova tangibile di quanto questa affermazione possa essere vera, attraverso la raccolta sistematica delle relazioni scritte dal Maestro nel corso della sua attività professionale, per costruzioni realizzate in diverse parti del mondo. Pubblicate in occasione della retrospettiva allestita al MAXXI di Roma, a lui dedicata, le relazioni dimostrano come la scrittura possa essere usata come un vero e proprio strumento di progetto, in grado di interrogare il significato più profondo del processo ideativo e dell’opera stessa.

“La parola teoria ha molto a che fare con i miopi che strizzano gli occhi per cercare di mettere a fuoco qualche cosa, di vedere alcuni contorni, alcune masse, alcune figure, in maniera più nitida e più chiara”, afferma il Prof. Andrea Sciascia che insegna Progettazione architettonica e urbana presso l’Università degli Studi di Palermo, durante il la sua lezione pensata per spiegare agli studenti di Architettura del Politecnico di Bari, la necessità della Teoria.

La riflessione teorica, che oggi attraversa un momento di crisi, è un materiale portante per il progetto. Quest'ultimo non è, dunque, un atto empirico ma esiste un rapporto circolare che lo lega alla teoria e che è proprio di tutte la arti che praticano la “composizione”: la scrittura, l’architettura, la musica, la pittura. La teoria prodotta dagli scrittori come Carver e Kundera, dai musicisti come Stravinskij, dai pittori come Klee è necessaria per produrre forme. L’arte, secondo il filosofo Pareyson, è produzione e invenzione, che “fa” inventando “il modo di fare”, che prende forma mentre le si dà un contenuto, una materia, una legge. Ed è per questo che la teoria si alimenta con la prassi.

Paul Klee Castello e Sole 1024x840Castello e Sole, Paul Klee, 1929
 

escher 1956Maurits Cornelis, Galleria di Stampe, 1956
 

Attraverso una carrellata di trattati, a partire da quelli di Vitruvio, Alberti e Palladio, di libri di filosofia e letteratura, manuali e racconti, Sciascia introduce concetti fondativi quali il valore della tradizione, il principio della misura, della proporzione e del tempo. Descrive il senso dell’architettura come linguaggio, come scrittura alfabetica, traendo spunto per il titolo della sua Lectio, Necessità della Teoria, dall’editoriale che Vittorio Gregotti scrisse nel 1983 sulla rivista «Casabella», alla fine di una stagione fervida sia dal punto di vista progettuale che teorico. Una stagione che, soprattutto a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, aveva visto il fiorire di opere e di contributi significativi per la riflessione teorica e la rifondazione dell’insegnamento dell’architettura, grazie a figure cardine quali Ludovico Quaroni, Ernesto Rogers, Giuseppe Samonà e Saverio Muratori; una stagione in cui erano state esplorate le relazioni tra architettura, storia e città; in cui erano stati inaugurati gli studi sulla morfologia urbana, sulla tipologia, sui caratteri del paesaggio antropogeografico. Una stagione che aveva profondamente segnato gli sviluppi del progetto urbano, fino a tutti gli anni Novanta, attraverso lo stesso Gregotti e ancora, tra i tanti, Aldo Rossi, Carlo Aymonino, Giorgio Grassi, Guido Canella, Gabetti e Isola, Giancarlo De Carlo.

L’odierna condizione d’incertezza e frammentazione, che caratterizza il pensiero e il fare architettura, segna la necessità di riportare al centro della professione dell’architetto la produzione della teoria, come materiale fondamentale per il progetto. Questo perché, come afferma Mies van der Rhoe, «l’Architettura è la creazione/costruzione di un punto di vista che altri desiderano condividere».

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