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Destinazione Sud
La rivolta degli agrumicoltori del Sud: mai più “spremuti”
Da sinistra: Luca Lazzàro, Gerardo Diana, Giandomenico Consalvo, Onofrio Giuliano, Nicola Cilento e Donato Rossi

Gli agrumi italiani “parlano” tarantino, pugliese, siciliano, calabrese e campano. Gli scaffali della grande distribuzione, invece, preferiscono altri accenti: soprattutto spagnolo, ma anche marocchino, turco, sudafricano ed egiziano. Una vera e propria “torre di Babele” in cui i produttori vorrebbero capirci qualcosa prima di finire nel peggiore dei modi: “spremuti” come i loro agrumi.  Lo spremi-agrumicoltori, infatti, li ha messi sotto torchio da tempo, schiacciati sotto la pressione sul lato debole della forbice dei prezzi – che sono i produttori, naturalmente - e la sferza di un mercato che non dà tregua a chi non ha la bussola per orientarsi.

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Motivi sufficienti affinché Confagricoltura Taranto chiamasse a raccolta gli “Stati Generali” dei produttori di arance, mandarini, clementine e limoni del Meridione. E all’appello hanno risposto da Sicilia, Calabria, Campania e, ovviamente, Puglia. Perché proprio qui a Massafra, assieme a Palagiano, Castellaneta e Ginosa, si produce circa il 90 per cento degli agrumi pugliesi, la cui regina è la clementina Igp del Golfo di Taranto. Che si è ritrovata alla testa di una sorta di “santa alleanza” a spicchi assieme a Tarocco, Navelina, Moro, Sanguinello e Washington Navel.

Del resto, di potenti dosi di vitamina C avrebbe bisogno tutto il settore. Inutile girarci intorno: l’agrumicoltura è in difficoltà. Per cause diverse: prezzi alla pianta troppo bassi, concorrenza spietata sui mercati e regole Ue penalizzanti. L’analisi, durante il convegno di venerdì scorso a Massafra, è andata parecchio in profondità. Luca Lazzàro, presidente di Confagricoltura Taranto, ha disegnato la linea del fronte: «L’agrumicoltura – ha chiarito - è un settore importante per tutto il Sud, non solo per la Terra Ionica, e per questo vogliamo difenderlo ad ogni costo e a tutti i livelli». Anche da incidenti di percorso come l’embargo dell’Ue alla Russia, in cui «equilibri di natura  geopolitica – ha ricordato Lazzàro - sono costati alla Puglia un tonfo del 13 per cento nelle esportazioni: un risiko giocato sulla nostra pelle». 

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Ma di più non si può indietreggiare, altrimenti si rischia una Caporetto. Gli agrumi  meridionali, in ogni caso, sono tra le colture più importanti per l’Italia sia in termini agricoli, rappresentando l'11,8% delle aree investite e il 9% della produzione lorda vendibile (PLV) rispetto al totale dell’ortofrutta (12,8 miliardi di euro, dato Nomisma), sia in termini di consumo, con il 9,5% a volume e il 13,4% a valore sull'acquisto domestico di frutta e verdura. Sicilia (54%), Calabria (31%) e Puglia (7%) rappresentano il cuore dell’agrumicoltura italiana con oltre il 90% delle aree coltivate ad agrumi sul territorio nazionale. Numeri importanti anche per la provincia di Taranto, che conta su 3.230 aziende, 6.776 ettari coltivati e una produzione di quasi 2,3 milioni di quintali (sui 2,7 milioni del totale regionale).

tab2 italiafruit ridottaFonte ItaliaFruit News
 

La spia rossa è però già accesa: l'annata 2014-2015, secondo i dati di Italiafruit News, si è chiusa tutta in discesa, con 148.157 ettari coltivati, una produzione di 3,3 milioni di tonnellate ed una bilancia commerciale negativa per 178,8 milioni di euro. Né è stato sufficiente a controbilanciare questa spirale discendente, l'aumento dei prezzi medi delle ultime tre annate (fra i 73 e 78 cent al kg) a scapito, tuttavia, della remunerazione del prodotto all'origine. Sei e ventuno sono i numeri che Gerardo Diana, presidente della Federazione Agrumicola di Confagricoltura, ha offerto al dibattito per spiegare quest’apparente paradosso: «6 cent è il prezzo per un kg di arance pagato due giorni fa in Sicilia, 21 è il prezzo medio che spero di riuscire a strappare a fine annata, mentre ne servirebbero almeno 26 per rendere remunerativo il prodotto». Dunque, i conti nelle tasche dei produttori non  tornano.

Pesano anche fattori interni e strutturali. La ridotta dimensione delle aziende (7,6 ettari rispetto alla media europea EU-27 pari a 12,6 ettari), ad esempio, è un retaggio antico e così diffuso da rendere costituzionalmente debole il potere contrattuale dei produttori e la forza di penetrazione del prodotto all’estero. Lo ha certificato, dati alla mano, Marta Fiordalisi (responsabile Produzioni Ortofrutticolo e Florovivaistiche Confagricoltura): «Piccolo non è più bello, soprattutto rispetto ad una gdo molto aggressiva». E lo ha sottolineato con forza il calabrese Nicola Cilento («Cari produttori, dobbiamo aggregarci per essere competitivi»), raccontando la sua esperienza di presidente di una Op, organizzazione di produttori, come possibilità non solo teorica di imprimere alla bilancia tra domanda e offerta un’oscillazione più favorevole agli agrumicoltori. In termini di prezzo, naturalmente, ma anche come misura dell’autostima: «L’ortofrutta della Puglia – ha detto - vale quanto quella di Emilia Romagna e Lombardia messe insieme: non dimentichiamolo…».

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Piccoli e da soli, però, non si va da nessuna parte. È il vecchio tarlo della “polverizzazione”, che non colpisce solo la dimensione delle aziende agricole ma, quasi “geneticamente”, anche la loro immagine pubblica. Aziende l’una contro l'altra armate, come se l'avversario fosse dentro e non là fuori.

Un problema soprattutto quando si opera sullo scenario europeo. La recentissima lettera del presidente di Confagricoltura Mario Guidi a Federica Mogherini, nostra signora della Politica estera dell’Ue, ha riaperto in splendida solitudine la grande questione dell’impatto delle regole europee e della reciprocità in tema di scambi commerciali. Sul tappeto casi spinosi, come Marocco e Tunisia, destabilizzanti proprio per i mercati di agrumi e olio d'oliva: cioè una "questione meridionale". Gerardo Diana, sul tema, è stato chiaro: «Abbiamo chiesto alla Mogherini di rivedere gli accordi, soprattutto per quanto riguarda il principio ispiratore, che per noi dev’essere l’assoluta reciprocità: sia dal lato dei costi sul mercato del lavoro sia sul versante dell’utilizzo di prodotti fitosanitari». Stesso discorso riguardo al triangolo ad alta tensione Ue-Russia-Turchia, con un doppio embargo che crea un dannoso effetto domino per l’Italia: «Queste tensioni – ha rimarcato Diana – hanno conseguenze pesanti, soprattutto perché comportano il riversarsi sui nostri mercati di grandi quantità di prodotto spagnolo e turco. La soluzione sta in un doppio intervento dell’Ue: l’aumento delle misure compensative e regole chiare, certe e uguali per tutti in modo da farci giocare ad armi pari con i nostri competitors». E in una scelta tutt’altro che gattopardesca,  parola del siciliano Diana: «Dobbiamo avere il coraggio di rivoluzionare noi stessi e le aziende».

Insomma, il Sud nonostante tutto vuole essere della partita. Con lo spirito ecumenico di Onofrio Giuliano che, a nome di Confagricoltura Foggia, ha richiamato «il ruolo fondamentale delle Regioni del Sud nella produzione di agrumi,  una straordinaria opportunità d’impresa da difendere e tutelare» e le battaglie in difesa del presidente regionale Donato Rossi, costretto a stoppare sul nascere «notizie infondate, sul diffondersi della Xylella anche in provincia di Taranto, capaci di correre più veloci del batterio e della sputacchina» che, in teoria, farebbe al massimo cento metri.

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Fanno meno notizia ma forse più danni la “tristeza degli agrumi” e l’aggressività dell’export spagnolo. La Spagna, difatti, stando ai dati Eurostat è il nostro principale Paese fornitore con il 60% di quota sul totale dei flussi in entrata, mentre per il prodotto in contro stagione dominano il Sudafrica e l'Argentina con circa il 10 per cento a testa. E se si paragona la potenza di fuoco nell’export di arance di Spagna e Italia, perdiamo nettamente il confronto: dieci a uno, 1 miliardo di euro di prodotto contro 90 milioni nel 2013-2014 (Eurostat/Agroter).

Eppure la possibilità per rilanciarsi esiste:  promuovendo il prodotto, aggregando le aziende, puntando su nuove varietà e stando attenti alla stagionalità dei consumi. La formula è di Giandomenico Consalvo, vicepresidente di Confagricoltura. Che la mette persino sul sociologico: ««Dobbiamo finirla – ha scandito - di commiserarci e cominciare  a raccontare in giro per il mondo quanto di bello e buono, in qualità e salubrità, sappiano fare noi italiani negli agrumeti del Sud». Stavolta, l’Europa non resta a guardare e ci può anche dare una mano: «Grazie ai Psr – ha chiuso Consalvo - abbiamo la possibilità e i mezzi per adeguarci e saper rispondere alle richieste del mercato. Valorizzare e promuovere il prodotto, fare massa critica e innovare: è questa la ricetta che proponiamo ai nostri produttori». Come dire: chi vuol capire…

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