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Lampi del pensiero
La nuova “Guerra Fredda” epidemiologica è anche guerra di noi contro noi stessi
(fonte Lapresse)

La nuova “Guerra Fredda” epidemiologica è anche guerra di noi contro noi stessi

“Siamo in guerra con il coronavirus”: è questo il motto condiviso, annunziato da pressoché tutti i primi ministri e capi di Stato dell’Occidente. L’hanno detto Emmanuel Macron in Francia e Boris Johnson in Inghilterra, Donald Trump negli USA e – battendo tutti sul tempo – Xi Jiinping in Cina, evocando una “guerra di popolo” contro il nemico invisibile. Il linguaggio bellico si alterna senza posa a quello sanitario: insieme, danno vita a un forse inedito lessico bellico-medico, che tratta il virus come un nemico (invisibile) contro cui combattere e trasforma i camici bianchi dei medici in tute mimetiche dei soldati in guerra. Curiosamente, già l’“Iliade” appella “polemos epidemios” la guerra civile, intrecciando tra loro la sfera medica e quella politico-militare. L’ordine del discorso a cui ormai siamo avvezzi evoca le “trincee degli ospedali”, il “fronte del Covid19”, l’“economia di guerra”, il “nemico invisibile”. E ogni sera, con puntualità marziale, la Protezione civile, diffonde il suo “bollettino di guerra”, informandoci sul numero dei caduti e dei “feriti” da contagio. Sul piano geopolitico, l’intreccio di discorso medico e di discorso bellico si manifesta con i toni di una nuova “Guerra Fredda” sanitaria: la Cina accusa gli USA di aver portato a Wuhan il virus e, per parte loro, gli USA non esitano a parlare di “virus cinese” (o, alternativamente, di “virus di Wuhan”). Nihil novi sub sole, si dirà, se è vero che è una tradizione collaudata identificare il morbo, di volta, in volta con il suo Paese – vero o presunto – d’origine: si pensi all’“asiatica”, al “morbo gallico” o, ancora, alla “spagnola”. In un suo prezioso saggio del 1978 intitolato “Malattia come metafora”, Susan Sontag ha spiegato perché, a suo giudizio, la metaforica bellica è tanto efficace nella rappresentazione narrata dell’epidemia: la guerra è – spiega la Sontag – la sola situazione in cui gli uomini sono disposti pressoché a tutto, in termini di sacrifici economici e sociali, pur di fare salva la vita. Ciò permette di riannodare il tema della metafora bellica a quello del paradigma securitario, di cui rappresenta, forse, la variante più efficace. L’emergenza, come sappiamo, attiva come risposta obbligata la rinunzia a libertà e diritti, che in assenza dell’emergenza stessa non potrebbero agevolmente essere messi – per restare in tema – “in quarantena”. In guerra, sono in effetti sospese le libertà e i diritti: i politici, grazie alla metafora bellica, vengono ridefiniti come sergenti e condottieri, impegnati in prima linea nella lotta contro il nemico. E gli ordini dei militari non debbono essere democraticamente discussi, ma solo eseguiti con solerzia e senza pericolose perdite di tempo. Ancora, se la gestione della pandemia e, in generale, la politica qua talis divengono una guerra, allora chi non è con noi è, ipso facto, contro di noi: la dicotomia amico-nemico si presenta in seno alla società civile e nella sua forma più radicale, comportando un necessario allineamento di tutti – pena il passare per “nemici” o “disertori” – con l’esercito di medici e politici per combattere contro il nemico invisibile. Chi osasse anche solo avanzare dubbi e sollevare domande, sarebbe agevolmente additato come nemico o, più precisamente, come connivente con il nemico, cioè con il virus. Ebbene, se la malattia è rappresentata come una guerra distruttiva e senza quartiere, allora i cittadini si fanno più mansueti e ubbidienti: ammalarsi significa subire l’invasione del nemico, morire vuol dire subire la sconfitta. La guerra che sta prendendo forma si muove, a quanto pare, lungo due diverse direttrici: v’è, da un lato, la nuova “Guerra Fredda” epidemiologica, che vede contrapposta la potenza del dollaro a quella cinese. Ciascuna delle due accusa l’altra di essere l’artefice del virus bioingegnerizzato e impiegato come arma non convenzionale per mettere in ginocchio l’altera pars. Dall’altro lato, si entra in una sorta di guerra civile planetaria: un nuovo bellum omnium contra omnes, incardinato sul nuovo principio dell’homo homini virus e sul distanziamento sociale come nuova norma della socialità ai tempi della guerra epidemiologica. Nell’ordine della nuova guerra civile planetaria, ogni nazione e ogni popolo lotta senza tregua contro il nemico invisibile – il panopticon ideale, sempre in agguato –, sempre più potente di noi, perché, appunto, invisibile e presente anche senza dare segni (“asintomaticità” la chiamano i virologi). E, in questo modo, senza che ce ne accorgiamo, la guerra contro il virus, che non si vede, diventa una visibilissima guerra di noi contro noi stessi, un bellum omnium contra omnes che vede impegnato ciascuno contro tutti gli altri in nome della salvezza della propria vita individuale.

Diego Fusaro (Torino 1983) insegna storia della filosofia presso lo IASSP di Milano (Istituto Alti Studi Strategici e Politici) ed è fondatore dell'associazione Interesse Nazionale (www.interessenazionale.net). Tra i suoi libri più fortunati, "Bentornato Marx!" (Bompiani 2009), "Il futuro è nostro" (Bompiani 2009), "Pensare altrimenti" (Einaudi 2017).

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