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Saluteuropa
Ecco perché (forse) la maggior parte delle ricerche in nutrizione sono inutili

Se prestassimo attenzione a tutte le ricerche scientifiche nell’ambito delle scienze alimentari fondamentalmente non potremmo mangiare nulla. Tutto è in qualche modo correlato al cancro, o perché ne favorisce la comparsa o perché lo previene. Salvo poi leggere altri studi, altrettanto scientifici, che affermano il contrario: il risultato è solo una grande confusione.

La maggior parte delle ricerche in ambito nutrizionale si basa su metodi poco scientifici

Recentemente il dott. John Ioannidis ha lanciato una provocazione: la maggior parte delle ricerche in ambito nutrizionale si basa su metodi poco scientifici. Una provocazione tutt’altro che superficiale se consideriamo è stata pubblicata sul prestigioso JAMA, il giornale ufficiale dell’Associazione Americana dei Medici.

La tesi di fondo che Ioannidis sostiene da anni è che il processo con il quale acquisiamo nuove conoscenze è fondamentalmente imperfetto e gran parte di ciò che pensiamo di sapere sia in realtà impreciso.

 

Le deboli fonti su cui si basa la maggior parte degli studi sulla nutrizione

Il fulcro della maggior parte delle ricerche nelle scienze alimentari è il diario alimentare. Si tratta di informazioni su come si alimenta il paziente raccolte sia con questionari sulle abitudini alimentari che con veri e propri diari nei quali i pazienti devono scrivere cosa mangiano, giorno per giorno. Ma quanto possono essere affidabili? Quanto il paziente è in grado di riportare fedelmente le sue abitudini alimentari?

Nell’articolo pubblicato su JAMA, Ioannidis afferma apertamente questo metodo non è attendibile e che l'epidemiologia nutrizionale necessita di "riforme radicali”.

In un paragrafo cattura perfettamente l’assurdità di questo settore, scrivendo:

"... mangiare 12 nocciole al giorno (1 oz) prolungherebbe la vita di 12 anni (ovvero 1 anno per nocciola), bere 3 tazze di caffè al giorno otterrebbe un guadagno simile di 12 anni extra e mangiare un singolo mandarino ogni giorno (80 g) aggiungerebbe 5 anni di vita, al contrario, consumare 1 uovo al giorno ridurrebbe l'aspettativa di vita di 6 anni, e mangiare 2 fette di pancetta (30 g) al giorno ridurrebbe la vita di un decennio, un effetto peggiore del fumo. Possono essere considerati veri questi risultati? "

La domanda che ne consegue è: come è stato possibile che decine di migliaia di ricerche di questo tipo siano state pubblicate? 

 

I due "virus" che inquinano la ricerca: confusione residua ed il reporting selettivo

Due sono le cause identificate da Ioannidis: la confusione residua ed il reporting selettivo.

Per confusione residua intende quando si conclude erroneamente che A causa B mentre in realtà è qualche altro fattore X a causare B.

Per capirci meglio, se mangiare molto bacon può essere associato ad un accorciamento dell’aspettativa di vita, non è detto che sia il bacon la vera causa; forse i mangiatori di pancetta sono anche meno propensi a fare esercizio fisico, e la mancanza di esercizio (il fattore di confusione) è la vera causa di una vita più breve.

A complicare le cose si aggiunte il fatto che alcuni potenziali fattori di confondimento sono difficili, se non impossibili, da misurare. E’ il caso degli stili di vita di una persona che potrebbero cambiare nel tempo o l'esatta composizione chimica delle migliaia di cibi diversi sul mercato.

Per reporting selettivo invece Ioannidis intende il fatto che è più probabile che venga pubblicato uno studio dove si associa una determinata causa ad una malattia rispetto ad uno studio che non mostra alcun collegamento.

Queste due dinamiche messe insieme fanno si che si generi spontaneamente confusione anche nella letteratura scientifica.

 

Quando sono le opinioni a determinare quali dati debbano essere raccolti

Ioannidis infine fa una denuncia molto diretta, citiamo le sue stesse parole: “le linee guida per una corretta alimentazione redatte delle società scientifiche invece di essere dettate da studi primari accuratamente condotti per dare precise informazioni vengono plasmate dai sostenitori di determinate correnti scientifiche che dettano in anticipo ciò che gli studi primari dovrebbero segnalare”. In altre parole sono le opinioni a determinare quali dati debbano essere raccolti e riportati, piuttosto che i dati a guidare le opinioni dei ricercatori. Questo è esattamente il contrario di ciò che dovrebbe accadere.

Non sorprende perciò che i risultati dell’epidemiologia nutrizionale spesso falliscano nell’essere riprodotti quando vengono testati in studi clinici.

Ioannidis conclude il suo articolo sostenendo quindi come sia necessario rivedere l’intero processo di come queste ricerche vengono svolte e poi pubblicate.

 

Attenzione a non fare di tutta l’erba un fascio: le linee guida nutrizionali portano reali benefici

 

“E’ sempre pericoloso quando certe notizie arrivano al pubblico generale. Se è vero che la ricerca in ambito nutrizionale necessita ancora di miglioramenti è altrettanto vero che i risultati fin qui raggiunti sono stati molto soddisfacenti - chiarisce il prof. Carruba, ordinario di farmacologia clinica presso l’Università Statale di Milano - a fare certe affermazioni si corre il rischio di screditare tutto un intero settore che invece lavora con grande professionalità. Tutte le linee guida in ambito nutrizionale sono basate su solide documentazioni scientifiche ed oggettivamente portano salute ai cittadini che le seguono. Bisognerebbe piuttosto educare ad una corretta informazione sulla salute, certi moniti come anche, e mi dispiace dirlo, quelli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che ha recentemente classificato come cancerogeni gli insaccati, andrebbero inquadrati e spiegati meglio, si rischia altrimenti l’ideologizzazione della scienza.”

Attenzione quindi quando leggiamo certe notizie: è giusto darle perché sono pubbliche e mettono in luce oggettivi problemi. Allo stesso tempo è giusto inquadrarle nel modo corretto perché possano svolgere a pieno una funzione di critica costruttiva al sistema.

 

 

Fonti:

John P. A. Ioannidis. "The Challenge of Reforming Nutritional Epidemiologic Research" JAMA. Published online: August 23, 2018. DOI: 10.1001/jama.2018.11025.

https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2698337

https://journals.plos.org/plosmedicine/article?id=10.1371/journal.pmed.0020124

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