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Storie maledette: Franca Leosini, Rudy Guede e la cicogna

Debutto da incorniciare per Franca Leosini in prima serata su Rai3: la conduttrice di Storie maledette ha confezionato in maniera perfetta l'ennesima prima puntata della sua storica creatura, come a voler rivendicare uno spazio tra i rassicuranti don Matteo e i Masterchef per palati finissimi.

 

Ad inaugurare questo nuovo ciclo Nero trovato, colpevole trovato, ovvero una lunga intervista a Rudy Guede, l'ivoriano unico condannato per l'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, avvenuto nella notte tra l'1 e il 2 novembre del 2007.

 

Molto patinata la copertina: Meredith viene descritta colpita da “una tempesta di coltellate”, Amanda Knox è definita di “una ustionante sensualità”, Raffaele Sollecito un ragazzo di buona famiglia che si concedeva “qualche spinello d'ordinanza”. E poi c'è lui, Rudy Guede, in golfino grigio, camicia bianca e occhiali, seduto di fronte alla giornalista dalla chioma impeccabile. La location è il carcere di Viterbo, all'interno del quale il ragazzo deve scontare 16 anni per concorso in omicidio.

 

Nel corso del colloquio, la Leosini ha ripercorso la biografia di Guede e naturalmente si è focalizzata sulla notte della tragedia, supportata dal suo voluminoso faldone. Ebbene, nemmeno in questa occasione la conduttrice poteva esimersi da repentini cambiamenti di registro e notevoli acrobazie linguistiche. “Come era messo a ragazze? Mi fa il timido adesso?”;La cicogna è un animale sbadato”; “Quella è l'età in cui i ragazzi si mettono a scacozziare”; “Un dito birichino” (quest'ultima citazione a proposito del tessuto epiteliale ritrovato nella vagina di Meredith) sono solo le new entry di un repertorio di audaci citazioni che hanno conferito una certa fama a Franca Leosini sul web.

 

Sarebbe tuttavia ingiusto ridurre Storie maledette ai funambolismi lessicali della sua ideatrice, che ha avuto altri meriti: innanzitutto apprendiamo che Rudy Guede parla un italiano eccellente. E che il suo cognome si pronuncia Ghede e non Ghedè come hanno fatto sbrigativamente tutti i mass media.

Si tratta solo apparentemente di due operazioni di poco conto, che bastano a restituirci il ritratto di una persona a noi sconosciuta fino alla serata di ieri. Veniamo a conoscenza del suo arrivo in Italia a 5 anni, del padre muratore che lo lasciava fuori casa se fosse tornato a casa dopo le 18 (!), della maestra “madre surrogata” - definizione della Leosini - e della sua lunga amicizia con il figlio di lei. Fin qui il racconto non fa una piega. Nulla a che vedere con lo stereotipo dell'extracomunitario cavalcato dai mezzi di informazione. Si prova anche una certa compassione per quel bambino maltrattato.

 

La narrazione comincia invece a vacillare già sui fatti del 27 ottobre 2007 – qualche giorno prima dell'omicidio - quando Rudy viene trovato dalle forze dell'ordine mentre dorme in un asilo a Milano con un pc rubato e un coltello – e non convince del tutto in merito alla tragica notte della scomparsa di Meredith (soprattutto sul motivo per il quale non abbia chiamato i soccorsi). Certo è che non abbia ucciso lui la donna e che gli esecutori del delitto non siano stati individuati. Il colloquio è inframmezzato da interventi del criminologo Claudio Mariani e riprese della scena del crimine.

 

Molto dignitosa la chiusa riguardante la reclusione di Guede: il detenuto, oltre a dormire con un altro condannato in una cella microscopica, lavora come addetto alle pulizie per l'infermeria e si sta laureando in Scienze storiche con una tesi sulla metodologia delle fonti storiche in rapporto ai mass media. Intanto la Leosini ha scritto stasera un'altra pagina di deontologia giornalistica.

 

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