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Coronavirus
Vaccini, allarme AstraZeneca e Pfizer: protezione a zero dopo 4 e 7 mesi

Uno studio, a cura di studiosi dell'Università svedese di Umea, dal titolo “Effectiveness of Covid-19 vaccination against risk of symptomatic infection, hospitalization, and death up to 9 months: a Swedish total-population cohort study”, in fase pre print e che presto verrà pubblicato sulla rivista The Lancet, mostra l'efficacia e la durata dei vaccini
A cura degli studiosi Peter Nordström dell’Unità di Medicina Geriatrica e di Marcel Ballin, l’analisi è stata condotta su una coorte di 842.974 coppie (uomo-donna, sposati o conviventi), quindi su 1.684.958 persone. I vaccini testati sono Pfizer- BioNTech, Moderna e Astrazeneca.
I risultati?
Nessuna protezione misurabile dopo 7 mesi del vaccino Pfizer- BioNTech. Per il vaccino Astrazeneca non non c'è efficacia residua dopo 4 mesi. Per gli altri vaccini la protezione dall'infezione è inferiore al 50% dopo 4 mesi. La protezione contro esiti gravi è solo al 42% dopo 6 mesi. La protezione diminuisce più velocemente e drasticamente per gli uomini e gli anziani fragili. 
Entrando nei particolari dello studio gli scienziati spiegano che “l'efficacia contro il ricovero e la morte è stata mantenuta per 9 mesi, sebbene non negli uomini, negli individui fragili più anziani e negli individui con qualsiasi comorbidità (più patologie concomitanti, ndr). Questi risultati rafforzano il ragionamento che la somministrazione di una dose di richiamo sia prioritario dove vi è una popolazione ad alto rischio di malattie gravi e di morte”.

Lo studio quindi prova “la diminuzione dell'efficacia del vaccino contro i sintomatici colpiti dall’infezione. Abbiamo scoperto che dopo il picco nel primo mese, l'efficacia dopo 4 mesi è sceso al 47% e al 71% rispettivamente per Pfizer- BioNTech e Moderna”.
La diminuzione è evidente nei sintomatici.
“I risultati”, spiegano ancora i due scienziati svedesi, “per i vaccini mRNA sono simili ai dati di osservazione preliminari dal Regno Unito e da dati osservativi pubblicati da Stati Uniti e Qatar”. Spigano anche che “nel presente studio non c'era efficacia residua per il vaccino Astrazeneca dopo 4 mesi”. Fatto “che è in contrasto con i risultati preliminari del Regno Unito”. 
Le stime e le differenze con gli altri studi potrebbero essere influenzate da differenze legate al variare del tempo di osservazione, la prevalenza di fattori di rischio che riducono la risposta immunitaria alla vaccinazione, la gravità e la definizione delle infezioni, le variazioni nella pressione dell'infezione durante l’osservazione e il fatto che la variante Delta sia stata più dominante nel mondo reale rispetto agli studi iniziali fatti in laboratorio.

Un'altra scoperta interessante è che la vaccinazione eterologa (ad esempio: prima dose Astrazeneca, seconda dose Pfizer) sembra dare migliori risultati rispetto alla vaccinazione omologa (con lo stesso vaccino).

Il vaccino risulta avere un'efficacia del 74% contro il ricovero in ospedale o la morte per Covid-19 a 4-6 mesi dopo la vaccinazione nella popolazione totale. Questi risultati sono coerenti con i risultati di uno studio del Qatar che mostra un'efficacia dell'89% da 6 mesi in poi, in una popolazione giovane, nonché con i dati preliminari emersi nel Regno Unito. “Eppure, è di simile importanza che i nostri risultati, confermati attraverso analisi di sensitività, suggerivano un notevole diminuzione dell'efficacia del vaccino contro le malattie gravi tra gli anziani fragili e individui con qualsiasi comorbilità da 6 mesi a 9 mesi dopo la vaccinazione”.

“Una spiegazione ragionevole per la diminuzione dell'efficacia negli anziani è che il vaccino induce a minore induzione delle cellule T e B della memoria negli anziani e quella produzione di plasmacellule che potrebbe produrre livelli inferiori di anticorpi per decenni è compromessa”. 

Fattore di rischio è sicuramente l'età avanzata. La stessa problematica emerge in caso di diabete, ipertensione, così come per il sesso maschile in generale per il quale il vaccino funziona meno.
“Ad esempio, da 6 mesi a 9 mesi dopo la vaccinazione, l'efficacia contro la malattia grave era un limite significativo del 52% negli uomini rispetto a un robusto 73% nelle donne. Sebbene non ci siano stati studi precedenti che riportassero la diminuzione del vaccino efficacia in base al sesso, questi risultati sono supportati da studi che mostrano una minore risposta immunitaria indotta dal vaccino insieme a un declino più rapido degli anticorpi neutralizzanti negli uomini rispetto alle donne”.
Per gli studiosi è razionalmente sensato parlare della somministrazione di una terza dose di richiamo, e in particolare ai soggetti considerati ad alto rischio. 

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