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Coronavirus
Vaccino AstraZeneca, l'unico a prezzo calmierato: speculazione dei big pharma?

Se una cosa si può dire a proposito del vaccino Astrazeneca e che sicuramente non è nato sotto una buona stella. Il vaccino messo a punto nei laboratori dello Jenner Institute dell’Università di Oxford è diventato da subito una delle speranze più concrete per debellare il coronavirus. Però il suo percorso quasi in parallelo con quello di Pfizer Bionetch ha incontrato diversi ostacoli, che hanno alzato qualche dubbio sulla sua efficacia ed attendibilità nei test,  rispetto a quello di Pfizer e Biontech e a quello di Moderna. I ritardi nella approvazione sono dipesi da questi dubbi e anche da un attacco cyber agli stabilimenti inglesi ed italiani a Novembre. Ed adesso questo stop precauzionale da parte di mezza Europa per alcuni casi di morti sospette di persone a cui era stata inoculato poco prima il vaccino anglo svedese. Il problema è che il nostro paese ha puntato moltissimo sui vaccini di Oxford, avendo opzionato ben 40,38 milioni di dosi, di cui oltre 16 milioni previste già nel primo trimestre dell’anno e 24,2 milioni nel secondo ( anche se la società aveva già fatto sapere di non potere garantire le consegne).

Senza l’arrivo di queste fiale, la vaccinazione italiana di massa potrebbe essere a rischio  A differenza di quelli sviluppati da Pfizer-BioNTech e Moderna, il vaccino di AstraZeneca non si basa sulla produzione di Rna messaggero (RNa), cioè la molecola che si occupa di codificare e portare le istruzioni contenute nel DNA nelle cellule, ma utilizza invece un metodo più convenzionale, partendo da uno dei virus che causano il raffreddore comune negli scimpanzé. Il materiale genetico della proteina che il coronavirus sfrutta per legarsi alle cellule umane e replicarsi è stato trasferito nel virus degli scimpanzé e reso innocuo per gli esseri umani. In questo modo il sistema immunitario degli esseri umani, esposto tramite il vaccino al virus degli scimpanzé, impara ad attaccare la proteina, così da potere affrontare le eventuali infezioni causate dal coronavirus vero e proprio. Questo fatto ha da subito creato dei dubbi sulla efficacia del vaccino, sopratutto per certe fasce di età, che non erano state coinvolte nelle fasi di test ( che aveva gia visto la morte di un volontario).

Inoltre l’efficacia dello stesso aveva percentuali inferiori a quelli americani. La società anglo svedese decise subito per un prezzo calmierato molto più basso degli altri vaccini, e questo secondo quanto riporta Giovanni De Lorenzo, presidente della società IRBM di Pomezia che ha collaborato alla realizzazione dello stesso, potrebbe aver dato fastidio a qualcuno (sembra che Bill Gates abbia investito, a Marzo dello scorso anno55 milioni di dollari nei vaccini Pfizer), “appena uscita la notizia del prezzo di vendita, sono cominciati una serie di gravi attacchi informatici ai nostri laboratori e quelli di Oxford che hanno ritardato il lavoro verso la sua approvazione” ha detto a novembre al Tg1. Speculazioni, mezze verità?

Chissà, quello che sembra incontrovertibile è che proprio intorno ai vaccini sembra giocarsi il futuro degli Stati, e chi è partito prima come Usa, Israele e Gran Bretagna non potrà che trarne benefici. Proprio la Gran Bretagna, che è stata la prima ad approvare e ad inoculare alla sua popolazione il vaccino anglo svedese, (circa un mese prima che arrivasse ok dall’ Ema, agenzia del farmaco europeo), ora guarda con un certo distacco al polverone, che si sta alzando in Europa sul vaccino, e forse qualcuno oltremanica comincia a benedire quella uscita dalla Europa, che solo fino a poco tempo fa sembrava una scelta suicida.

E’ ormai riconosciuto anche dal più fedele difensore dell’europeismo a tutti i costi che, almeno per quanto riguarda la campagna di vaccinazione l’Europa nel suo insieme ha fallito in maniera clamorosa, e sta continuando a marcare una differenza abissale con il resto del mondo, che marcia spedito nelle inoculazione al maggior numero di persone. Tornando alla questione Astrazeneca, se in Ue monta il panico, l' Uk, infatti, accelera le vaccinazioni. Con risultati strabilianti, considerando che più di 24 milioni di persone hanno ricevuto almeno la prima dose (divisi più o meno a metà tra Pfizer e Astrazeneca), oltre il 36 per cento della popolazione, che è quasi la metà delle vaccinazioni dell'intera Unione europea. I tassi di vaccinazione sono stati di circa 2 milioni di persone a settimana, dopo un massimo raggiunto di 3 milioni a settimana a febbraio, e ora si punta ai cinque milioni a settimana entro la fine del mese.

Solo sabato scorso sono state vaccinati 512.108 abitanti del Paese, immigrati compresi. Tra poco inizieranno a ricevere le iniezioni i quarantenni. Dal punto di vista dei contagi  l'ultimo bollettino parla di 5.089 nuovi casi di Covid-19 e “solo” 64 decessi. Le persone ricoverate in ospedale con a malattia sono poco più di ottomila, mentre a Gennaio erano più di 35mila, e le morti erano più di mille e duecento al giorno. Certo il Paese è in lockdown dalla fine di dicembre, pub e ristoranti lavorano solo con il take away, ma in Gran Bretagna non ci sono mascherine all'aperto, non esiste nessun coprifuoco e la gente sta continuando ad uscire ed ad avere una vita sociale, seppur in maniera ridotta.

Non si può non capire che il vaccino sta facendo la sua parte, anche perché lo hanno avuto praticamente tutte le categorie ritenute più a rischio: anziani e persone con altre malattie. I dati affermano che solo dopo una dose di Pfizer o AstraZeneca i ricoveri ospedalieri per coronavirus sono ridotti rispettivamente fino all’85% e al 94%. L’Europa in tutto questo invece dimostra i limiti e le contraddizioni di una unione incompleta e poco coesa in questioni importanti, che proprio nei momenti di difficoltà, come la crisi del 2008 o adesso ancora di più di fronte alla pandemia, mostra tutte le sue enormi debolezze ed inefficienze. E con l’ennesimo pasticcio su Astrazeneca, prima ritenuto sicuro da tutte le autorità preposte al controllo e poi improvvisamente messo in discussione, sia dalle autorità nazionali che da quelle europee, non fa che alimentare dubbi ed incertezze in chi ormai è stremato da mesi di chiusure e disagi e che di tutto ha bisogno tranne che di nuovi dubbi e ombre sul proprio futuro.

Forse la crisi di questa Europa è alimentata anche dalla mancanza di un vero leader, ruolo per anni incarnato dalla cancelliera Merkel, la cui parabola politica sta avvicinandosi a grandi passi verso la sua naturale conclusione, cosa che le concede una parziale giustificazione dai tanti errori commessi in patria e in Europa nell’affrontare la gestione della pandemia. Forse allora proprio Draghi, come già visto in occasione del blocco dell’export dei vaccini verso l’Australia, potrebbe in questo momento, rappresentare non soltanto un punto di riferimento per il nostro paese, ma forse anche per l’Europa tutta, mai come ora spaesata e insicura di fronte alla gestione di una pandemia devastante. Perché qui non è più in ballo solo la tenuta della moneta comune, che proprio Draghi contribuì a salvare nel 2012, ma forse della stessa Unione europea nel suo complesso.

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