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Cronache
Successione Papa, volano stracci: in campo Sant’Egidio con Monsignor Paglia

Le grandi manovre per la successione a Papa Francesco: l'analisi 

Da quando è scomparso Papa Ratzinger –e cioè dal 31 dicembre scorso- è scoppiato un vero e proprio finimondo. Che si stiano muovendo un sacco di cose in Vaticano è davanti a tutti e la contrapposizione esplicita tra il segretario del Papa tedesco Padre Georg Gaenswein e Papa Francesco sta divampando come un incendio nella Chiesa cattolica.

Ogni giorno c’è un attacco. Il primo è stato sul ruolo “dimezzato” che Bergoglio ha imposto a padre Georg nella sua funzione prefettizia che lo lasciò “scioccato”. Poi l’attacco alla rinuncia alla Messa in Latino, da ultimo l’accusa di non aver contrastato efficacemente la politica gender. Poi c’è la politica filo – cinese che Francesco ha finora utilizzato sulla persecuzione dei cristiani e infine le posizioni morbide sull’aborto e comunque un sostanziale antiamericanismo tipico della Chiesa sudamericana, e in ispecie peronista, come è quella argentina di Bergoglio, contro l’Occidente “ricco” sfruttatore dei Paesi “poveri”.

Insomma Francesco è sotto un fuoco di fila costante che gli lascia pochissima libertà di movimento. Dietro c’è ovviamente la lotta tra la Chiesa tradizionale e quella progressista, se volessimo banalizzare potremmo dire tra “destra” e “sinistra”. Per i conservatori l’attenzione è tutta sui cardinali elettori e sul fatto che Bergoglio si stia muovendo per condizionare il conclave. Massimo Franco, in un bell’articolo uscito sul Corriere della Sera, ha scritto che “Papa Francesco nel suo pontificato, fino all’agosto del 2022, ha nominato 113 cardinali, di cui 83 elettori su un totale di 132 elettori. Padre Georg, il cecchino principale, utilizza come proiettili le rivelazioni contenute nel suo libro in uscita, “Nient’altro che la verità”, mentre il cardinale tedesco capo dei conservatori Gerhard Muller sta facendo uscire un pericolosissimo, per Bergoglio, libro intervista intitolato “In buona fede”. Muller è sempre stato considerato il vero avversario di Bergoglio anche se finora non lo aveva mai attaccato direttamente ed anzi ha mostrato un po’ di sorpresa per le uscite dirompenti di Padre Georg, perché probabilmente non concordate. Questo dimostra che il fronte conservatore –al suo interno- è diviso.

Ma anche il fronte dei bergogliani non è affatto compatto e i conservatori guardano in maniera interessata ad eventuali “quinte colonne” tra i progressisti.  In questo contesto si inserisce poi la vicenda italiana: da quando è stato eletto Papa Woytila si è interrotta la serie centenaria di papi italiani e la CEI è in fermento. Pur essendo su posizioni progressiste i vescovi italiani vogliono il ritorno ad un papa nostrano. Bergoglio è contrario a meno che non si tratti di Matteo Zuppi, che della stessa CEI è il capo ed è stato voluto direttamente da lui. Invece il cardinale Pietro Parolin, suo Segretario di Stato, non lo convince e una sua candidatura al conclave sarebbe improbabile.

La candidatura progressista di Zuppi, arcivescovo di Bologna e oltretutto romano, per una eventuale successione a Papa Francesco è la più probabile, visto che l’attuale Pontefice è stanco e provato ed in diverse occasioni ha fatto trapelare la sua voglia di riposo parlando esplicitamente –nel caso- di un suo ritiro a San Giovanni in Laterano, sede del Vicariato. Ne abbiamo parlato esplicitamente in questo articolo (clicca qui per leggerlo). 

La sua riorganizzazione del Vicariato, cioè della diocesi più potente del mondo, non è stata percepita nella sua pienezza: il cardinal vicario, Angelo De Donatis, è stato infatti posto esplicitamente sotto “tutela” e di fatto il potere è passato al reggente monsignor Baldassare Reina che riferisce direttamente a Papa Francesco. De Donatis, si legge nella Costituzione Apostolica, è tenuto unicamente alla ordinaria amministrazione. Si tratta di una messa in riga della Curia romana che ultimamente aveva sbandato un po’ pericolosamente, per Bergoglio, “a destra”.

Sembra questo un pegno papale pagato alla potente Comunità di Sant’Egidio, fondata a Roma da Andrea Riccardi, che quando ci sono questioni di potere è sempre in piena linea per gestirle. Monsignor Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, è stato per venti anni –dal 1981 al 2000-il parroco della basilica di Santa Maria in Trastevere, la base operativa di Sant’Egildo, e da lì ha costruito la sua carriera che lo ha portato ad essere arcivescovo.

Paglia, che è pure Consigliere spirituale della Comunità, è una delle figure più rappresentative di Sant’Egidio e si muove sempre sottotraccia con un ruolo di trequartista che sfrutta la sua inclinazione mediatica per “fare propaganda” alle sue tesi che sono poi quelle di Sant’Egidio, molto invise ai conservatori e al cardinal De Donatis.

Ad esempio, a settembre scorso, scoppiò uno scandalo, dopo una sua frase detta in un talk show di cui è assiduo frequentatore: “Io penso che la legge 194 sia ormai un pilastro della nostra vita sociale”. La frase fu considerata del tutto provocatoria e sospetta perché si era in piena campagna elettorale.

Per avere una idea quantitativa dell’iperattivismo mediatico di cui è protagonista in questi giorni Monsignor Paglia basta contare gli articoli che lo riguardano comparsi nella rassegna stampa della Camera. Ben sedici in una sola settimana. Roba da record.

Ma cosa sta facendo Paglia? Da bravo colonnello (non è generale, ma a volte contano di più) ha cominciato un formidabile fuoco di fila pro Papa Francesco e contro Papa Ratzinger centrando i suoi interventi specificatamente sui temi sociali quali l’apertura indiscriminata alla immigrazione, una linea morbida sull’aborto e sul tema gender, contro la messa in latino e naturalmente a favore della Caritas che è l’ente confessionale della CEI.

Non sfugge che lo stesso potente Zuppi solo qualche giorno fa è intervenuto sul tema tirando direttamente in ballo l’utilizzo del PNRR, cioè un fiume di soldi, e il governo di Giorgia Meloni. Un vero e proprio “pizzino” al Primo Ministro per dire “attenzione ci siamo anche - e soprattutto- noi!”.

E qui si apre un altro capitolo perché è vero che la Meloni è profondamente cattolica e praticante ed ha mostrato un buon rapporto con Bergoglio ma non sfugge che aldilà dei tatticismi di entrambi si collocano su posizioni ideologiche e politiche diametralmente opposte.

Insomma, chi l’avrebbe mai detto? La vicenda Ratzinger sembrava consegnata alla Storia ed invece la sua scomparsa sta provocando un terremoto immenso nella Chiesa cattolica ed una sorta di redde rationem sul Concilio Vaticano II che fu –giova ricordarlo- una vera guerra civile per l’Oltretevere.

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