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Culture

di Ludovica Manusardi

Come rilanciare la ricerca applicata in Italia? Da questa domanda è partita l’analisi e le possibili soluzioni proposte da Piero Maranesi, subcommissario Enea e presidente della società RSE s.p.a. E’ evidente a tutti che l’attuale assetto della ricerca italiana incontri crescenti difficoltà ad adeguarsi ai ritmi dell’innovazione e alle nuove modalità di trasferimento tecnologico imposto dalla globalizzazione, e che si ponga improcrastinabile la necessità di riorganizzare il sistema nel suo complesso a partire dagli enti pubblici. Soprattutto occorre dare impulso alla collaborazione con il mondo produttivo nazionale; fare del trasferimento tecnologico un must di ogni ricerca applicata; ridurre drasticamente i tempi di traduzione in prodotto. La ricerca fondamentale è essenziale, ma altrettanto essenziale è progettare e portare a livello di commercializzazione nuovi materiali, prodotti e servizi e mettere a punto processi produttivi innovativi. L’Italia è particolarmente debole proprio nella fase finale, quella dello sviluppo di prodotto e di processo. Da queste premesse- afferma Maranesi- è evidente che l’assetto tradizionale della ricerca nazionale – Enti, organismi vigilati dai Ministeri, Strutture e Agenzie per la Ricerca- vada rivisto per adeguarsi ai ritmi di un mondo che cambia con velocità crescente. E’ un dato di fatto che le innovazioni a maggior impatto sociale ed economico avute negli ultimi anni portano il marchio delle imprese nelle quali sono state trasformate in prodotti: Intel, Microsoft, Celera, Samsung per citarne alcune. Quindi più impulso alla ricerca applicata e al ruolo dell’industria che deve agire sia a livello di singola impresa, sia in consorzi e soprattutto con collaborazioni intense e mirate con le istituzioni pubbliche. L’ipotesi avanzata e proposta al ministero dello sviluppo economico- MISE- prevede una rivisitazione del sistema con un assetto articolato in: ricerca universitaria, associazione di istituti che svolgono ricerca applicata di tipo tradizionale, e infine una struttura snella, prevalentemente orientata alla collaborazione con le imprese, attualmente inesistente o quasi. Con una formula ispirata al ben collaudato modello Fraunhofer, operante con successo in Germania da anni, questa struttura, superando gli ostacoli tipici degli estenuanti itinerari burocratici così cari al nostro sistema di verifiche incrociate, potrebbe garantire gli esiti della ricerca con risorse destinate ai contratti in essere, obbligando il sistema pubblico a finanziare eventuale settori della ricerca ritenuti strategici anche al di fuori del sistema nazionale. Insomma una formula che preveda aiuti da parte dello stato proporzionale ai contratti fatti e portati a termine con successo. Infine è prevista un’Agenzia Nazionale che dovrebbe sovraintendere a tutta la ricerca pubblica nel suo insieme. Questa formula, rendendo più facile accorpamenti, dovrebbe eliminare sovrapposizioni e duplicazioni e potrebbe dare origine a una forma di outsourcing della ricerca da parte dell’industria nazionale che, spesso a causa di modeste dimensioni, non è in grado di fare ricerca in proprio. Anche i finanziamenti pubblici non saranno scontati, ma collegati al successo in termini di acquisizioni di contratti di ricerca applicata da parte di industrie e imprese. Una bella rivoluzione rispetto alla situazione attuale che prevede invece finanziamenti a pioggia per non scontentare nessuno. Come agire? Iniziare ad attuare fin da subito queste procedure in via sperimentale su alcuni istituti- enti e società pubbliche- di medie dimensioni appartenenti a distretti produttivi ben definiti e con vocazioni territoriali vincenti. Di qui il modello potrà estendersi ad altre realtà, ma il fattore tempo è essenziale se non vogliamo perdere quello che ancora di buono esiste in settori di eccellenza nella ricerca nazionale.

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