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Economia
Ita e Tim, la "realpolitik" di Meloni. Quando diceva: "No alla cessione"
Ue, Giorgia Meloni

Le contraddizioni di Meloni, quando Giorgia diceva: "No alla cessione delle partecipate"

Bisogna avere buona memoria per mantenere le promesse, diceva Nietzsche. Ebbene, sembra proprio che, a giudicare dagli ultimi “affari”, la premier Giorgia Meloni non ricordi molto bene ciò che diceva prima di salire al governo riguardo la cessione di quote delle società partecipate dallo Stato

Infatti, sembra ci sia una palpabile contraddizione tra le parole di Giorgia in campagna elettorale e quelle del “presidente Meloni. E la recente cessione approvata dall’Ue di Ita Airways, l’erede “malconcio” di Alitalia, rappresenta la prova plastica che le promesse non sempre vanno di pari passo con la realtà. 

Per chi si fosse scordato, Meloni, nel 2021, diceva questo ai sindacati: “Alitalia rappresenta un asset strategico” e che Mario Draghi (all’epoca premier) doveva “smetterla di nascondersi” e tutelare “i 10.500 posti di lavoro dal caporalato con le ali”.

Non solo. Meno di un anno dopo, nell’estate del 2022, la non ancora premier si era espressa inoltre su quanto fosse un errore cedere la compagnia nostrana a Lufthansa: “Al rilancio della nostra compagnia aerea di bandiera penserà chi governerà. Ora che abbiamo affrontato sacrifici indicibili per comprimerne i costi, va valutata la presenza dello Stato nella compagnia”. Ma così non è andata.

Ed ecco, infatti, che proprio i tedeschi si sono intascati, per ora, il 40% di Ita per poco più di 300 milioni di euro, con l’opzione di salire al 100% per un totale complessivo di meno 900 milioni di euro.

Ma non solo sugli aerei. Evidenti contraddizioni si possono trovare anche nelle telecomunicazioni. Pochi giorni fa, il governo Meloni ha festeggiato con gioia la cessione della rete Tim (NetCo) al fondo Kkr. E dire che circa 2 anni fa, nell’agosto del 2022, Giorgia sentenziava: “La posizione di FdI è che la rete unica, come accade in tutte le grandi democrazie occidentali, sia di proprietà pubblica non verticalmente integrata: va scorporata la proprietà della rete, che non può essere privata come non lo è da nessuna parte per un fatto di sicurezza e tutela dell’interesse nazionale”. Anche in questo caso, le cose sono andate diversamente…

Ma senza stare a scavare nei casi specifici, basterebbe ricordare ciò che disse Giorgia Meloni nel lontano 2020, proprio riguardo alle cessioni delle partecipate. “Approfittando del silenzio della stampa mainstream”, diceva, “il governo sta dando vita a un nuovo ciclo di privatizzazioni, con una classe politica che invece di pensare al bene pubblico lavora per garantire la rendita a gruppi finanziari stranieri”.

Una “denuncia” invecchiata non benissimo, considerando il piano del governo Meloni di ricavare proprio da tali cessioni ben 20 miliardi di euro per rimpinguare le casse risicate dello Stato.

Certo, nonostante le evidenti contraddizioni della premier tra pre e post-elezioni, è doveroso anche ricordare che, quando un governo si trova di fronte a deficit significativi o necessità urgenti di finanziamento, la vendita di asset statali può apparire come una delle poche soluzioni praticabili per ottenere liquidità rapidamente. Dunque, più di tanto, a volte, non si può fare.

Che cosa rimane al governo, tutte le partecipazioni di società quotate in Borsa

Banca Monte Paschi di Siena (26,732%)

Enav (53,28%)           

Enel (23,59%)

Eni (1,997%) [Cassa depositi e prestiti spa detiene una partecipazione del 28,503%

Leonardo (30,20%)

Poste Italiane (29,26%) [Cassa depositi e prestiti spa detiene una partecipazione del 35%]






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