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Esteri
Presidenziali americane: cambiare tutto affinché tutto resti uguale


Di Paolo Sensini

I presidenti cambiano, ma le linee strategiche di governo degli Stati Uniti rimangono negli anni pressoché le medesime. Un fatto, questo, difficile da comprendere per i cittadini di uno Paese come l'Italia che, al contrario, sono spettatori di una continua litigiosità e contrapposizione ideologico-politica tra i partiti che si avvicendano a Palazzo Chigi. L'"invarianza" americana la si è vista in maniera evidente con la vittoria elettorale di Obama nel novembre 2008, quando il neo-presidente si è accreditato presso l'opinione pubblica mondiale come colui che, sul piano mediatico, avrebbe incarnato una netta inversione di marcia rispetto alla presidenza di George W. Bush. Innanzitutto era nero, giovane e ostentava una retorica "politicamente corretta" che ha sedotto vaste porzioni dell'opinione pubblica non solo americana. Ma erano solo public relations per tentare di ricucire una parvenza di credibilità tra cittadini e centri di potere. E la trovata di consegnargli il Premio Nobel per la Pace prima ancora che iniziasse la sua effettiva opera di governo suggellava a meraviglia tutto ciò.
Alla prova dei fatti, ora che siamo in dirittura d'arrivo del suo secondo mandato, possiamo dire che Obama si è dimostrato semplicemente più subdolo di chi l'aveva preceduto. Solo che lui, in virtù del suo essere colored e dell'appoggio incondizionato della grande stampa mondiale, ha potuto godere di un "trattamento" favorevole che ben pochi hanno ottenuto prima del suo insediamento alla Casa Bianca.
Prendiamo per esempio in esame il capitolo guerra. Obama aveva basato tutta la sua sua campagna elettorale sulla promessa di mettere fine al ciclo d'interventi militari in Medio Oriente iniziati dopo l'11 settembre 2001. Una politica disastrosa sul piano economico e fortemente impopolare tra i cittadini americani. Su questo, come sull'impegno di chiudere il campo di prigionia di Guantánamo, aveva giocato molte delle sue carte per evidenziare la distanza che intendeva porre tra sé e l'amministrazione Bush. Ma le cose sono andate ben diversamente, e i fiumi di eloquenza ad usum delphini sparsi per ben due mandati presidenziali non hanno potuto occultare la realtà sotto gli occhi dell'opinione pubblica internazionale.
Quello che infatti oggi si delinea con nitore, è che gli assi portanti della politica estera di Obama non solo ricalcavano quelli precedenti, ma addirittura li potenziava. E come è venuto alla luce con le rivelazioni Edward Snowden, l'ex agente NSA che ha raccontato al mondo le pratiche di controllo e schedatura delle Agenzie americane nei confronti dei propri cittadini e di quelli di altri Paesi, così oggi una nuova "gola profonda" getta luce sull'operato di Obama.
A rivelarlo è un rapporto di "The Intercept", la redazione di controinformazione digitale fondata dal giornalista Glenn Greenwald e Laura Poitras, gli stessi che due anni fa furono i depositari delle rivelazioni di Snowden. Nel rapporto, una serie di articoli metico-losamente circostanziati grazie a documenti riservatissimi del Joint Special Operations Command provenienti da una personalità interna, che nei resoconti viene definito semplicemente "la fonte". Come si delinea in base ai nuovi drone papers, il programma istituito da Bush dopo l'11 settembre è stato sviluppato e ingigantito da Obama, il quale ha adottato la guerra segreta come strategia sostitutiva a fronte del ritiro di forze con-venzionali da Iraq e Afghanistan. Subito dopo la sua elezione, il presidente Obama ha creato un complesso bellico occulto il cui budget si calcola ormai in trilioni di dollari. Ma non basta. L'istituzionalizzazione delle esecuzioni extralegali in una precisa "chain of command" sono il contrappunto alle detenzioni extralegali e illimitate di Guantánamo, che contrariamente a ciò che aveva promesso in campagna elettorale non è stata affatto chiusa. Da questo punto di vista l'appalto della guerra a CIA, forze speciali e contractors ha determinato una deriva verso l'assassinio come metodo risolutivo dei conflitti. Un pratica che, lungi dall'esaurirsi, abbiamo visto anzi aumentare a dismisura fino al supporto e finanziamento dei terroristi islamici in Siria e Iraq.
Dai rapporti passati dalla "fonte" apprendiamo che il 90% di vittime dei "bombardamenti mirati" che i droni americani hanno fatto in Afghanistan, Iraq, Libia, Pakistan, Yemen e Somalia per "neutralizzare obiettivi nemici", come vengono designati nel burocratese della CIA gli individui inseriti nella "kill list", sarebbero stati innocenti. Fra le tante ironie nessuna forse è più amara della recente cronaca afghana, dove il bombardamento dell'Air Force il 3 ottobre a Kunduz dell'ospedale di Médecins sans Frontière ha ucciso 22 pazienti, 12 tra medici e infermieri più il ferimento di decine e decine di persone. Il tutto mentre veniva imputato ai russi di fare "stragi di civili" in Siria, di cui oltretutto non è mai stata fornito uno straccio di prova.
Gli americani hanno subito annunciato che "l'incidente" di Kunduz è avvenuto "per errore", ma che seguirà "un'inchiesta" per accertare la dinamica dei fatti. Nel frattempo, però, l'organizzazione medica MSF ha reso noto alla stampa che un veicolo militare americano è penetrato tra le rovine dell'ospedale per manomettere le prove prima che l'inchiesta (peraltro diretta dagli Stati Uniti su mandato ONU) conducesse ad accuse per crimini di guerra. E, in aggiunta, il presidente della direzione operativa di MSF, Meinie Nicolai, ha dichiarato all'Associated Press che "l'ospedale è stato intenzionalmente fatto oggetto di prolungati bombardamenti americani… e che ciò ha prodotto un massacro premeditato". Contestualmente il presidente Obama ha reso noto che la missione dei diecimila soldati ancora di stanza in Afghanistan sarebbe stata prolungata, il che significa che anche l'Italia dovrà adeguarsi ai voleri statunitensi e rimanere con il suo contingente in loco fino a nuovi ordini.
Pochi giorni dopo il fattaccio afghano è seguito un altro "errore", l'ennesimo di una lunga serie. L'aviazione militare statunitense ha infatti colpito la centrale elettrica della Siria ad Aleppo togliendo l'elettricità a 2,5 milioni di civili e uccidendo numerosi civili (qualche bomba è stata lanciata sempre per "errore" sulla zona abitata). Insomma errori, sempre errori nonostante gli americani si vantino di colpire i propri obiettivi con bombardamenti "chirurgici".
Ora che Obama è prossimo all'uscita di scena con un magro bilancio dopo otto anni di presidenza, si stanno riscaldando i motori per la competizione elettorale alle porte. I favoriti in questa tornata sembrano essere i Repubblicani, che dopo i fallimenti di John McCain nel 2008 e Mitt Romney nel 2012 puntano oggi a un risultato più propizio. Con loro, stando ai proclami passati e presenti, la stagione di guerra non cesserà affatto. Anzi. Ma verosimilmente non cambierà neppure con un possibile candidato Democratico, che tra i "papabili" vede ancora Hillary Clinton, l'ex competitor e poi Segretario di Stato con Obama che si è fatta artefice dell'interventismo militare in Medio Oriente sotto il paravento delle Primavere Arabe. Al momento sembra lei, per parte democratica, la candidata più accreditata a gestire il "Grande Gioco" tentando di arginare l'ondata repubblicana.
Washington, chiunque salirà alla presidenza nel 2016, si sta infatti già preparando per un altro ciclo di guerre in Iraq (e Siria) come fece dal 1991 in avanti. E la guerra aerea statunitense sarà avallata dopo la fine dei nuovi lavori per il nuovo insediamento in Turchia vicino a Incirlik. Il 20 agosto 2015 i lavori di trasformazione del sito della tendopoli in una nuova zona denominata Patriot Town hanno avuto inizio. Quando la costruzione sarà portata a termine, la base di Incirlik diverrà il compound con la più elevata capienza di rifornimenti tra le basi degli Stati Uniti in Europa.
Con Obama al potere la retorica americana evocava "orizzonti di Pace" per il futuro del mondo, una politica che però andava nella direzione opposta agli interessi di alcune potenti Lobby e, soprattutto, del Complesso militare-industriale del Pentagono. E infatti, nonostante le parole tonitruanti, abbiamo visto come sono andate le cose. Difficile quindi pensare che un Paese in profonda crisi economica come Stati Uniti possa decidere di porre fine all'ultima grande "risorsa" che gli ha permesso l'egemonia mondiale, soprattutto ora che l'intervento della Russia nel Vicino e Medio Oriente apre le porte a una nuova stagione multipolare.
Prepariamoci dunque alle nuove elezioni americane con questo spirito, perché qualunque sarà l'esito ben poco cambierà in termini strategici sulla "grande scacchiera" internazionale. Ne va del futuro a stelle e strisce come grande gendarme planetario, e questo per l'élite statunitense è l'unica cosa che importa. Costi quel che costi.
 

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