L’entusiasmo che l’ elezione di Biden in Usa, aveva provocato nella sinistra di mezza Europa, rischia di subire un duro colpo dopo il voto delle amministrative di due giorni fa. La clamorosa vittoria in Virginia, dove ha vinto il repubblicano Glenn Youngkin che è riuscito a vincere sul superfavorito candidato democratico l’ex governatore Terry McAuliffe, rappresenta una inevitabile bocciatura di Biden e la sua amministrazione dopo solo dieci mesi dal suo insediamento. In questo stato infatti, uno dei più liberal tra quelli del sud, l’attuale capo della Casa Bianca vinse nelle elezioni del 2020 con circa dieci punti di vantaggio.
Ed era un test soprattutto per Kamala Harris la vicepresidente Usa che è scesa in campo in prima persona nella campagna elettorale e avrebbe dovuto dimostrare la sua capacità di mobilitare l’elettorato. Ma i democratici in Virginia sono stati sconfitti. E sia Joe Biden che Kamala Harris hanno subito un duro colpo politico. Senza contare la vittoria per un soffio nel New Jersey, dato anche quello alla vigilia come un voto scontato per i democratici, dove il governatore uscente Phil Murphy ha superato con grande fatica e altrettanta paura lo sconosciuto sfidante repubblicano Jack Ciattarelli.
Se a tutto questo si aggiunge il gradimento degli elettori verso Biden ai minimi storici per un presidente dopo pochi mesi dall’elezione, si può ben capire come la situazione per il partito dell’asinello in Usa si faccia assai complicata. Se il buongiorno si vede dal mattino insomma le elezioni di midterm del prossimo autunno potrebbero essere la pietra tombale su una amministrazione Biden, che già dopo pochi mesi sta mostrando tutte le difficoltà di un partito, che da troppo tempo non riesce a trovare un leader credibile. Grandi aspettative si erano poste sulla vicepresidente Kamala Harris, che sta invece dimostrando in questi mesi tutti i suoi enormi limiti di carattere e personalità.
Ma se i democratici in Usa non sembrano passarsela bene, certo non va meglio per i partiti di sinistra nel vecchio continente. Il governo portoghese guidato dal socialista Antonio Costa, presidente del Consiglio dell’Unione fino allo scorso giugno, è caduto sulla legge di bilancio per il 2022: è stato decisivo il voto contrario del Partito Comunista Portoghese (PCP) e del Blocco di Sinistra (BE), che fornivano un appoggio esterno all’esecutivo. I no hanno infatti prevalso per 117 a 108, più cinque astenuti. Ora probabilmente si andrà ad elezioni anticipate a Gennaio, e non è affatto scontato che i socialisti possano confermarsi al governo.
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I sondaggi vedono un testa a testa con i conservatori del Psd, mentre il populista Andre Ventura con il suo partito Chega è accreditato al terzo posto. Ma il fatto che la capitale Lisbona, governata per 14 anni dal PS, sia caduta nelle mani della destra, così come Coimbra, potrebbe rappresentare un segnale chiaro che il vento stia cambiando. Un’uguale sorpresa è arrivata anche agli alleati, come il Partito Comunista che ha perso una città importante come Évora. Ma i socialisti sembrano in evidentte difficoltà anche nella vicina Spagna, dove il premier Pedro Sanchez deve affrontare la dura protesta di Yolanda Diaz, la ministra del lavoro di Podemos, che ha chiesto un vertice di maggioranza sulla questione della riforma del lavoro.
La vice premier socialista e ministro dell’economia Nadia Calvino, ha preteso che alla stesura della stessa partecipasse anche il suo ministero. Podemos ha considerato questo fatto come un affronto ed un chiaro tradimento del patto di governo con i socialisti La legge di bilancio rischia quindi di diventare un passaggio cruciale (sperando per Sanchez che non si ripeta il film già visto in Portogallo), per il governo socialista, che deve anche tenere in conto le istanze dei separatisti baschi e catalani, il cui voto è fondamentale per la sopravvivenza del governo.
Si preannuncia quindi una fine d’anno assai complicata per Sanchez, considerando che i dati economici sono già stati rivisti al ribasso rispetto alle previsioni. Ma se nella penisola iberica i socialisti hanno le loro difficoltà a gestire i governi del paese, in Francia il vecchio ps sembra non riuscire da tempo a rappresentare una alternativa credibile per la presidenza . Mentre a livello locale continua a mantenere una sua rilevanza ( forse Letta che della Francia dovrebbe essere profondo conoscitore, dovrebbe fare tesoro di questo, pensando al successo del Pd alle ultime amministrative ) a livello nazionale non riesce a trovare quella leadership in grado di farlo uscire dalla sabbie mobili, in cui sembra essere finito dal 1995, dopo la fine del secondo mandato alla presidenza di Mitterrand ( la triste parentesi di Hollande ha solo rafforzato l’idea della inadeguatezza del partito).
I sondaggi vedono due candidati di destra, l’editorialista di le figaro, il radicale anti isalmico Erik Zemmour e la solita Marine Le Pen in testa ai sondaggi per sfidare il prsidente Macron. La candidata socialista Anne Hidalgo, sindaco di Parigi, sembra fin d’ora non avere la minima chance per correre alle prossime presidenziali. Ma anche in Gran Bretagna il vecchio labour non pare certo godere di buona salute. Dopo la paradossale per certi vesri parentesi dell’estremista di sinistra Jeremy Corbin, ora si è affidata ad un anonimo avvocato tale Sir Keir Starmer ex ministro ombra dell’immigrazione. Insomma al di là degli entusiasmi trionfalistici di Enrico Letta per la vittoria delle amministrative in Italia, il panorama della socialdemocrazia in Europa e in Usa, non sembra certo incoraggiante.
La stessa Germania affidandosi al burocrate Scholtz, deve ora affrontare un lungo e certo non semplice periodo di transizione per arrivare ad accordi con verdi e liberali per poter tornare a guidare il paese. Ecco allora che la sinistra sembra avilupparsi nei suoi tormenti esistenziali e nelle sue contraddizioni di fondo, che lo rendono una sorta di eterna incompiuta, stretta tra la vecchie idee di socialismo e la nuova idea di moderna socialdemocrazia. La destra anche populista e sovranista, è stata in grado di riempire abilmente il vuoto lasciato dalla vecchia sinistra e di rispondere a quelle che sono le esigenze delle fasce più deboli della popolazione.
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Ora la sinistra arranca nella rincorsa a riprendersi quegli spazi, a cui ormai non sa piu come rispondere senza tradire quell’alone di “rispettabilità” che ha voluto costruirsi, seguendo il fascino delle cosiddette élite, che la hanno ammaliata, sedotta, lusingata ed infine sfruttata. Ma alla prova dei fatti i socialisti sono costretti per governare a scendere a compromessi con i partiti, che da essi stessi derivano, ma che hanno mantenuto una loro forte caratterizzazioni a sinistra, a loro modo populisti. In Portogallo e in Spagna, ma anche in Italia, queste alleanze sono state sempre di breve durata. Perché i socialdemocratici non parlano più la stessa lingua della sinistra e sono costretti ad abiurare i populismi.
E quando arrivano al governo questa contraddizione viene inevitabilmente a galla. Era successo all’Ulivo di Prodi, sta accadendo a Sanchez con Podemos, ai socialisti portoghesi con l’estrema sinistra, alla Grecia di Syriza. Nel mondo anglosassone invece il problema sembra essere maggiormente legato alla mancanza di una chiare e forte leadership. In Gran Bretagna, finita la lunga epopea di Tony Blair, dopo Gordon Brown e il grigio Ed Miliband, l’estremista di sinistra Jeremy Corbin ha provato senza successo a far tornare il partito alla vecchia idea di socialismo.
Ora il glorioso labour si è dovuto affidare ad un avvocato di dubbia fama, Ker Starmer, ex ministro ombra dell immigrazione, che sembra aver vinto proprio per avere idee del tutto opposte a quelle di Corbyn. In Usa dopo la sbornia trumpiana, il ritorno alla realtà non sembra certo essere quello immaginato. La sinistra insomma sembra non aver ancora trovato la strada da seguire, forse perchè ancora troppo impegnato a rincorrere, senza particolare successo, quella fantomatica terza via di blairiana memoria.

