In questi giorni in cui si ricorda il centenario del Regno di Italia, caduto lo scorso 17 marzo, culmine delle guerre risorgimentali e della reconquista savoiardo-garibaldina del Paese, è uscito da Mondadori l’ultimo romanzo di Giuseppe Catozzella, Italiana (pagg. 324, euro 19), ambientato tra la fine del regno di Francesco II di Borbone e l’avvento del regime sabaudo. L’autore giura che si tratta di casualità, avendo messo in cantiere il suo romanzo molto tempo prima, e c’è da credergli.
Tuttavia la coincidenza rimane, così come la sensazione che il romanzo di Catozzella ci aiuti a riconsiderare il processo di unificazione dell’Italia con occhi diversi e con quello sguardo obliquo ignoto alla memorialistica d’antan: quello dei perdenti e non dei vincitori.
Italiana è, infatti, la storia di Maria Oliverio, detta Cicilla, la più famosa brigantessa dei suoi tempi, e della banda di fuoriusciti che fa capo al marito Pietro Monaco. Siamo quindi di diritto nel territorio del romanzo storico e l’opera nasce, in effetti, da un lungo e accurato lavoro di documentazione e d’archivio.
Allo stesso tempo potremo però definirlo un «romanzo epico contemporaneo», per alcune di quelle caratteristiche che il collettivo Wu Ming nel 2008 assegnava a quella che ebbe a chiamare allora la New Italian Epic: forte partecipazione emotiva con caratteri pop che ammiccano al lettore, ricerca di un punto di vista diverso e alternativo, ricorso in molti casi al genere del romanzo storico, appunto, opportunamente rivisitato.
Nel racconto di Catozzella, Cicilla viene rappresentata all’opposto delle cronache dell’epoca: non mostro di efferatezza e crudeltà, ma piuttosto l’eroina risorgimentale che si batte per una vera giustizia e che tradita nei suoi ideali abbraccia il brigantaggio come forma di riparazione verso i poveri e diseredati. L’avvento del Regno d’Italia per i braccianti della Sila si rivela, infatti, negli stessi termini che recitava Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, non a caso altro romanzo sul medesimo periodo: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.
E così avviene: i notabili borbonici diventano i funzionari e quadri del nuovo Regno d’Italia, la ridistribuzione delle terre promessa da Garibaldi si trasforma in doloroso tradimento e disincanto, il tenore di vita del popolo vira ulteriormente verso il basso. E, visto che di epica si parlava, non è allora quella d’impostura delle camicie rosse garibaldine, ma, nella rilettura di Catozzella, di Cicilla e della sua compagine di briganti.
E’ lei l’Italiana che dà il titolo al libro, sovvertendo il motto attributo a Massimo d’Azeglio “abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”. No, gli italiani forse c’erano già, è l’Italia che non è stata davvero fatta. Quell’Italia vagheggiata che la maestra di Cicilla le porta di nascosto nell’effigie di un cartoncino: “una donna bellissima, corpulenta, una matrona dai capelli corvini e fluenti, seduta su una scogliera, con gli occhi che dominavano la vastità del mare…”.
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In un suo recente contributo lei stigmatizza l’assenza di un’epica italiana a differenza di altri paesi europei. Italiana può definirsi un romanzo epico, anche se dalla parte degli sconfitti?
Il mio un libro epico? Penso di sì, perché epica è la storia e i protagonisti combattono per creare un senso nazionale. La nostra epica è stata macinata dalla retorica sul Risorgimento e, in realtà, manca il grande romanzo nazionale perché manca il senso della nazione, un sentimento comune condiviso. Siamo come adolescenti che parlano sempre contro sé stessi.
Lei ha pubblicato nel 2011 Alveare, saggio giornalistico sulle infiltrazioni al Nord Italia della ’ndrangheta. Mi sembra che nel suo romanzo si intravedano le ragioni storiche dello sviluppo delle mafie nel Mezzogiorno…
E’ storicamente accertato che la ‘ndrangheta nasce da questo tradimento. Una conquista del sud guidata dal motto “libertà, uguaglianza e fratellanza” con la promessa di abolizione dei privilegi feudali, e poi tutto questo non accade… E’ in quel momento che nascono le mafie, che i notabili, prima tenuti d’occhio dai Borboni, acquistano con la caduta della monarchia un potere quasi illimitato sul territorio. Vi è un totale scollamento sociale e il popolo viene completamente dimenticato. Il nostro era un paese con al 90% una popolazione umile e analfabeta. In uno Stato completamente assente i notabili si sostituiscono in questo spazio con strutture paramafiose e medievali, basate sul latifondo, e che ancora oggi non si sono emancipate.
Veniamo al romanzo, com’è nata l’idea di scriverlo e che tipo di libro aveva in mente?
Dopo essermi approfonditamente documentato, giravo la manopola e cercavo sciamanicamente la voce di Maria (Oliverio, il personaggio principale, ndr), una voce che doveva venire da 160 anni prima… Quando è arrivata, misteriosamente, è come se l’avesse scritto lei, io mi sono semplicemente messo a disposizione, tanto che posso dire di essere stato il primo lettore dell’opera piuttosto che lo scrittore. Ma ero quello che volevo: che fosse lei stessa a raccontarla. E questo è un romanzo che parla di sentimenti, potremmo dire una feroce storia d’amore. Ci sono oggi meravigliosi romanzi di sentimenti che sono pazzeschi e che parlano anche del mondo circostante, come Storia di Shuggie Bain di Douglas Stuart che sto leggendo in questi giorni.
Se dovesse scegliere il famoso libro da portarsi sull’isola deserta?
Io prediligo i libri fatti bene, con tanto lavoro dentro, che rimarranno perché scritti con grande ambizione. Anche per questo sono particolarmente affezionato alla letteratura italiana del secondo dopoguerra: Primo Levi, Pavese, Fenoglio, Pasolini, Rigoni Stern, prima ancora Montale, un modo di intendere la letteratura al di fuori della retorica, eliminando tutto quello che non serve, autori che hanno il coraggio di raccontare il loro mondo con equilibrio e sé stessi con una gigantesca onestà.
Nel suo libro c’è un attento equilibrio tra realtà finzione: in che rapporto stanno?
E’ il tema dei temi, la grande questione dello storytelling: come raccontare storie nel 2021? Vi è oggi tra gli scrittori una progressiva polarizzazione verso le storie vere, da una parte, e le serie tv e narrazioni sempre più slegate dalla realtà, dall’altra. Le due cose vivono invece sempre insieme. Non esiste racconto della realtà che non sia anche finzione, tutto è allo stesso tempo reale e romanzo, né un romanzo di finzione che non possa avere appigli fortissimi alla realtà. Avere a che fare con la realtà è necessario, ma ricordiamoci, come insegnava Nabokov in Lezioni di letteratura, «realtà» è anche l’unica parola che va sempre messa tra virgolette.

