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Libri & Editori
Piazzoni, Il Novecento dei libri: “All’editoria serve progettualità culturale”

Per farsi un’idea un po’ precisa del frastagliato e talvolta sfuggente panorama della narrativa (e non solo) contemporanea, servirebbe una macchina del tempo per tornare a quegli anni Sessanta e Settanta in cui matura e prende forma un nuovo paradigma. Si è spesso cercato di spiegare le trasformazioni di quel periodo di “cerniera” in modo endogeno, come risultato di un mutamento delle poetiche e del concetto di scrittura, ora uno sguardo diverso ci fa cogliere un altro fattore decisivo: il ruolo degli editori.

Da questa visuale nasce il prezioso saggio di Irene Piazzoni, Il Novecento dei libri, edito da Carocci (pagg. 512, euro 37), che insegna storia contemporanea all’Università degli studi di Milano ed è molto attiva sul crinale tra storia e narrativa (è tra l’altro nel comitato scientifico della collana PreText edita dall’Istituto Lombardo di Storia Contemporanea).

In questa prospettiva si intravede la fine del ruolo attivo e di orientamento della cultura da parte dei grandi editori - i Laterza, i Mondadori, i Rizzoli – a cui fa seguito un periodo di incertezza e quasi smarrimento. Certo, a questo concorre la fine del ruolo egemone delle ideologie, l’avanzare di quella cultura postmoderna preconizzata da Lyotard come fine dei grandi e organici sistemi di sapere, la messa in crisi del soggetto e della realtà nell’ambito teoretico e gnoseologico, i processi di «trasformazione» che impattano sull’industria e che determinano quel fenomeno di concentrazioni che è ancora in atto, su scala sempre più globale. Ma certamente, consapevole o meno, l'editore, come scrive Piazzoni, in qualche misura cambia pelle e tende a piegarsi alla dittatura del mercato, "declassato da demiurgo a modesto ingranaggio dell'organismo culturale". 

“Dobbiamo certamente tener conto degli aspetti economico-finanziari”, spiega Irene Piazzoni raggiunta da Affaritaliani. Errori di gestione ne vengono certamente compiuti, come gli investimenti eccessivi di Giulio Einaudi nelle enciclopedie o come l’azzardo di Mario Formenton che impegna la Mondadori in Rete 4, trovandosi poi costretto a svenderla a Silvio Berlusconi con un impatto micidiale sul conto economico. Probabilmente molti editori sono convinti che per il “fenomeno libro” sia iniziato un inesorabile declino, perché è il momento dell'audiovisivo, delle televisioni. Altri come Rizzoli e Rusconi pagano l’esaurimento delle entrate pubblicitarie derivanti dai periodici. Il risultato è, comunque, che cambia un’epoca.

Viene meno un ruolo guida dell’editore, quel “segno” progettuale che fa sì che possano anche essere pubblicati libri di minore qualità letteraria, come aveva fatto Calvino con Un matrimonio in provincia di Maria Antonietta Torriani pubblicato nella collana Centopagine, perché c’era una cognizione di causa, in quel caso rievocare una certa civiltà di tardo '800, dandone però una chiave di lettura.

Piazzoni Irene
 

Finisce quindi una certa editoria "protagonista", il ruolo egemonico della cultura, e prende avvio che cosa?

Tutto si rimescola, pur recuperando molto del passato ma secondo angolazioni inedite, in cui si dispiegano molteplici possibilità. Un periodo che, proprio per questo, appare particolarmente complesso, frammentario, talvolta ambiguo. E, come abbiamo detto, cambia l’identità delle case editrici, soprattutto delle grandi, dove si afferma il ruolo dei manager, dei direttori marketing, degli editor degli esperti di scouting. Si iniziano a seguire strategie dettate dall’economia di scala, dalla razionalizzazione e dalla pianificazione.

Cose non del tutto nuove…

La ricerca del ritorno commerciale non è certo una novità, tuttavia fino a quel momento editori industriali come Mondadori e Rizzoli avevano sempre cercato un equilibrio tra “alto” e “basso”, popolarizzando – in sintesi estrema – l’alto e conferendo dignità al prodotto più popolare. Un equilibrio che caratterizzava anche il classico e la novità. Era una proposta che veniva letta nella sua compattezza, nella sua organicità. Dopo gli anni Settanta questa unitarietà viene meno, la proposta si sfrangia, tanto da non essere più letta come tipica di una editoria «protagonista», ma come l’indizio di un’operazione commerciale. Non solo: la redditività dell’impresa editoriale si era sempre coniugata o aveva tentato di coniugarsi alla ricerca di una resa in termini di prestigio, di centralità dell’azione editoriale come azione anche culturale. I libri non erano considerati solo fonte di guadagno economico ma anche beni simbolici. L’editore aveva anche la missione di creare i canoni, di operare una selezione qualitativa, consacrando lo scrittore valido. In questo modo creava cultura e un proprio pubblico.

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